Interventi a gamba tesa

Ikurrinaren Eguna (il giorno dell’Ikurrina)


Prima che la pandemia entrasse a gamba tesa, era in programma uno storico derby di Copa del Rey tra le due compagini basche: Atheltic Bilbao e Real Sociedad. I due club, con una nota congiunta, hanno fatto sapere che o si giocherà col pubblico o si potrà attendere anche il 2021, fino a una settimana prima della prossima finale di Copa del Rey (ultimo giorno utile per il regolamento della Federcalcio spagnola).  Que se vaya por el culo la Uefa che ha piazzato lì la data-limite, il 2 agosto di quest’anno. Questo episodio mi ha fatto tornare alla memoria quello il 5 Dicembre 1976: il giorno dell’Ikurrina.


Lei è basco? Meno male. Perché me ne voglio andare all’altro capo ma a condizione che non ci siano baschi. Si credono di avere più coglioni degli altri. La colpa è del berretto. Gli schiaccia le meningi

(Manuel Vazquez Montalban, Assassinio al Comitato Centrale)

Per i costi e la distanza raggiungere Bilbao non è semplice.

Per comodità si scelse di arrivare con Ryanair a Zaragozza e, da lì, ripartire in bus per il capoluogo di Vizcaya.

Ti addormenti partito dall’avveniristica stazione (una vera cattedrale nel deserto) di Zaragozza dormendo abbastanza tanto che parrebbe essere a Twin Peaks: nuvole grigie adagiate su montagne colorate di un verde quasi fluorescente.

Ritenevo imminente l’apparizione di Michael J. Anderson che mi rivelasse elementi cruciali per sbrogliare l’affaire Laura Palmer, ma trovai solo un galiziano corpulento russare.

Sceso dal bus, il clima atlantico parrebbe dare conferma di ciò che ti avevano detto sulla gente basca: chiusa come quel territorio ed introversa come quel cielo.

Forse Pepe Carvalho non aveva tutti i torti.

Il cielo timidamente si apriva, seguivo le sponde del Nervìon che mi stavano conducendo tra le stradine del Casco Viejo fino a Plaza Barria che improvvisamente ti si apre col suo stile neoclassico al quale, però, si aggiungeva un elemento dannatamente distintivo e che, francamente, speravo di trovare: ogni singolo balcone aveva adagiato sulle sue grate un’Ikurrina o un vessillo bianco con disegnato, in nero, i confini di Euskadi e le frasi Euskal Presoak, Euskal Herrira.

Quel sentimento di cui tanto avevo letto mi appariva, finalmente, evidente.

Jon, il proprietario de La Taberna Plaza Nueva (nome castigliano di Plaza Berria), mi accolse con un calore che non mi aspettavo: sorrisi, charlas il tutto accompagnato da molte cañitas.

Di fianco c’era Karlos che, immediatamente, mi domandò da dove venissi (quando gli dissi “dall’Italia” sorprendentemente, ma in fondo non troppo, gli si illuminarono gli occhi) e, trascorso qualche tempo, tra noi si instaurò un rapporto di profonda stima. Posso dire che divenimmo amici sin da subito.

Feci virare, quasi subito, il discorso sul tema politico e sociale che permea il Paìs Vasco.

Il mio castigliano era ancora balbettante ed il suo ben rodato, naturalmente, seppur scolastico e condito da termini, per me incomprensibili, euskera.

La domanda fu immediata e diretta: cosa significa essere baschi?, proseguii, “te lo chiedo perché un sentimento così forte di appartenenza e, contemporaneamente, di non-appartenenza da me (in Italia) è quasi incomprensibile, se non letto unicamente dal lato strettamente politico”.

Karlos mi raccontò del massacro di Guernica (mirabilmente sintetizzato su tela da Pablo Picasso), dell’assedio di Bilbao da parte dei franchisti, da cui derivano i cento modi di cucinare i bacalau (unica fonte nutritiva visto che le truppe franchiste avevano chiuso ogni tipo di rifornimento proveniente dalla terra ferma), dell’ETA (Esukadi eTa Askatasuna – Paese Basco e Libertà) ma, soprattutto, volle rendermi il concetto ancor più evidente legandolo al Fùtbol.

Sabes de El derby de Ikurriña?”

No” o meglio sì ma averlo letto su qualche libro ha un sapore, sentirselo raccontare emozionalmente avrà di per certo altro peso – pensai.

Come sai, Franco (aquèl fascista de mierda) aveva vietato e represso ogni forma di richiesta di indipendenza di noi baschi, vietando ogni esposizione della stessa Ikurriña. L’ETA (ricordate che ogni qual volta l’acronimo viene nominato deve essere sempre fatto a voce molto bassa) nacque come corpo militare rivoluzionario marxista per contrastare il franchismo per raggiungere l’indipendenza di Euskadi. Tutti eravamo impegnati clandestinamente, specie sul finire degli anni ‘70, a propagandare antifascismo e libertà e, se possibile, a militare attivamente nell’ETA. Ricordi il primo astronauta spagnolo?”. Disse ridacchiando.

Sapevo stesse facendo riferimento a Ogro operazioa (1973) ovverosia all’attentato dell’ETA all’ammiraglio franchista Carrero Blanco.

Ridacchiai anche io.

Nulla di nuovo, mi venne, però, da pensare sorseggiando l’ennesima birra fresca.

Franco morì nel suo letto e dopo 40 anni, si affacciava la democrazia e cresceva la speranza, poi sancita solo come forte autonomia nella Costituzione, di un percorso che potesse portarci alla indipendenza. Ma non fu una transizione semplice. La Guardia Civil era (come lo è tutt’ora – n.d.a) impregnata di franchismo e non era ancora così semplice definirci liberi. La repressione era ancora molto forte e, soprattutto, l’Ikurriña era ancora bandita ufficialmente.

Te quiero contar de José Antonio de la Hoz Uranga, y como lo llamaban: Trokzy, fùtbolista della Real Sociedad quasi per caso. Era un abertzale (patriota). Lui si che conobbe da vicino la Guardia Civili visto che, poco dopo la morte di Francisco Franco, venne pizzicato en el casco viejo de Donostìa a volantinare a favore dell’amnistia per i prigionieri dell’Eta. Fu arrestato e la polizia gli dimostrò sincero e democratico apprezzamento per la sua lotta politica.

La sua carriera non fu particolarmente fulgida sul campo ma il Fùtbol lo renderà immortale perchè il 5 Dicembre 1976 uscì di casa sulla sua Fiat 128 portando con sé un’Ikurriña cucita a mano dalla sorella (ignara dell’utilizzo che ne sarà fatto)”

Come dirà Beñat Zarrabeitia, noto giornalista basco: “Il 5 dicembre è una data iconica per i Paesi Baschi: è il giorno della legittimazione dopo quaranta anni di repressione dell’identità”.

Proseguì Karlos: “Era una domenica e allo stadio Atocha, Donostìa, si stava per giocare il derby basco per eccellenza: Real Sociedad vs Athletic Club (de Bilbao). Le due squadre hanno da sempre una forte rivalità su la cancha ma le due tifoserie, complice il forte sentimento indipendentista e di sinistra, sono quasi amiche”.

Rimasi un tantino stupefatto visto che elemento distintivo di ogni derby è l’odio profondo che le due parti nutrono vicendevolmente. Ma forse, pensai, anche questo contraddistingue il sentimento basco, l’appartenenza basca è più forte di qualunque rivalità interna.

Karlos continuò: “Uranga non era convocato, entrò negli spogliatoi e lanciò la bandiera e, con assoluta nonchalance, si accomodò in tribuna. I due capitani erano stati avvisati della presenza del vessillo e dell’idea che lo stesso potesse fare ingresso in campo scortato da entrambe le compagini.

Uno era Inaxio Kortabarria. Uno dei migliori difensori di Spagna benchè refrattario alla Roja.

49 presenze e la vittoria dell’Europeo 1964 per Josè Angel Iribar (presidente onorario dell’Athletic Club), lo Zoff spagnolo nonchè militante dei Herri Batasuna.

Il capitano della Real si mise in contatto con il suo omologo biancorosso a un’ora e mezza da fischio d’inizio e gli chiese se fosse d’accordo a entrare in campo assieme a lui con la bandiera.

Quest’ultimo gli disse: “Lo faccio solo se tutti i miei compagni sono favorevoli”.

Sabes lo meravilloso que fue? Todos dicieron que si y los equipos saliron a la cancha y los capitanos llegaron la Ikurrina con ellos, la gente fue surprendida pero en el monento que entendieron lo que pasaba todos juntos se puseron a cantar en euskera y por Euskadi”.

L’emozione che traspariva nel racconto di Karlos mi fece immediatamente capire cosa voleva dire essere baschi, quale era il significato profondo del concetto di nazione basca.

Come disse lo Zoff basco e capitano che portò fiero l’Ikurrina in campo José Ángel Iribar Kortajarena: “Sono stato nazionalista, nella mia terra nazionalismo significa da sempre autonomia, indipendenza, significa radicalismo, socialismo, marxismo. La izquierda. La politica mi interessava perché mi interessava la vita. La mia e quella di chi verrà dopo di me. E se davanti alla politica gli altri alzano le spalle, be’, peggio per loro. Portando quella bandiera in campo, diventai un mito per il popolo basco”.

L’episodio ebbe un fortissimo impatto sul pubblico spagnolo, nonostante i tentativi di Marca e El Mundo Deportivo di minimizzare la cosa.

Per la pura e fredda cronaca la Real Sociedad vinse 5-0. In quegli anni, infatti, stava raggiungendo il suo apice.

Capace di rimanere imbattuta per 38 partite consecutive, dal 29 aprile 1979 all’11 maggio del 1980 (record frantumato dal Barcellona nel 2018). Ha una difesa formidabile, su tutti il già citato Kortabarria, il capitano. A centrocampo giostrano “Periko” Alonso, papà di Xabi Alonso, e Zamora, autore del gol del primo storico scudetto a Gijòn, el delantero era Satrustegi, centravanti baffuto e capellone.

L’Athletic Club, invece, incarna il sentimento basco: nasce come rappresentativa basca per giocare amichevoli internazionali e raccogliere fondi per la lotta politica. Sotto il franchismo si pose come primo obiettivo quello di unire la società basca. Il club diventò un referente fondamentale, in grado di definire l’essere basco.

Uno dei motti è “Con cantera y afición, no hace falta importación”, sappiamo che tutti i giocatori dei Leoni del San Mamès debbono essere baschi di origine.

Per esemplificare cosa voglia significare l’Atheltic Club si pensi che il 26 di settembre del 1975, data dell’ultima fucilazione franchista, gli undici dell’Athletic scesero in campo con dei braccialetti neri a Granada in segno di lutto.

Questo fortissimo legame che salda gli abitanti di Bilbao all’Athletic Club e quelli di Donostìa alla Real è emerso anche molto recentemente.

Euskadi è una terra che amo profondamente e che mi ha saputo amare con altrettanta forza. Mi hanno fatto conoscere un popolo che, nonostante la spigolosità climatica, è fiero, forte, gentile, accogliente, inflessibile.

Orgulloso de ser Euskaliano.

Gora Euskadi, Aùpa Athletic!


 

40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)