Interventi a gamba tesa

Calci di rigore (pt. 2): i dieci comandamenti


Per tanti anni, troppi addetti ai lavori hanno paragonato i calci di rigore a lotterie e giochi a premi. Talmente forte è stata la convinzione che ai calciatori non servisse allenarsi per migliorare dal dischetto, che in qualche caso, per giustificare errori e sconfitte, si è preferito addirittura tirare in ballo incantesimi e sortilegi. Recentemente, però, il vento sta mutando ed una “sportellata” in più alle vecchie cattive abitudini contribuirà, forse, ad accelerare il cambiamento. 


Neskeens e la variabile involontaria

Se chiedete ad un appassionato di indicarvi la squadra che, per antonomasia, ha modificato il modo di interpretare il calcio, ci sono buone probabilità che questi vi risponda: Olanda 1974.

Gli undici giocatori agli ordini di Rinus Michels, ricorrendo a continui interscambi e frequenti sovrapposizioni, utilizzando nuove rotazioni e scalate inedite, attuarono senz’ombra di dubbio una vera e propria rivoluzione. Non volevano vincere, volevano stravincere, e i primi due minuti della finale mondiale di Monaco di Baviera del 74′ rappresentano una perfetta sintesi dello strapotere che, per lunghi tratti, riuscirono ad ottenere sugli avversari. Dal calcio d’inizio, all’improvvisa accelerazione palla al piede che permise a Cruyff di seminare Vogts, costringendo Hoeness ad atterrarlo in area di rigore, passarono appena 88 secondi. Un minuto e mezzo, circa, durante il quale i giocatori della Germania Ovest rimasero totalmente annichiliti, impotenti spettatori dello show d’avanguardia che si stava consumando ai loro danni.

Tuttavia, questo articolo non vuole essere uno degli ennesimi elogi al “Totaalvoetbal”. A noi interessa raccontarvi di quel rigore assegnato (e successivamente trasformato) al secondo minuto di gioco.

Prima d’allora, il tiro dal dischetto era stato esclusivamente concepito come un gioco “2 x 2”: il battitore doveva decidere se calciare a destra o a sinistra dell’estremo difensore avversario; il portiere, per neutralizzare il tentativo di trasformazione, doveva decidere se buttarsi alla propria destra o, viceversa, alla propria sinistra. Al centro non rimaneva, per evitare i giudizi maligni dei sostenitori.

Dopo quel penalty, una terza variante si aggiungeva alle altre due: Neskeens, il centrocampista-attaccante ombra degli “oranje”, calciando involontariamente centralmente, aveva inconsapevolmente attuato una (piccola) rivoluzione nella rivoluzione (<quando ho cominciato a correre, stavo pensando da che parte l’avrei tirato. Ero sempre convinto di calciarlo sulla destra, quando all’ultimo istante decisi di cambiare lato. Non era mia intenzione calciarlo dritto al centro>).

A cogliere per primo la grande opportunità rappresentata da questa nuova opzione, passata per un paio d’anni in sordina, fu Antonin Panenka, un uomo baffuto dallo sguardo vispo, un fantasista, forse non a caso, sul campo. Non chiedetegli, tuttavia, se sia stato effettivamente ispirato da Neeskens, perchè Antonin, a differenza del collega di reparto olandese, nella finale degli Europei 1976 scelse deliberatamente “il cucchiaio” centrale per sorprendere, ancora una volta, lo sfortunato (ma titolato) portiere della Germania Ovest, Sepp Maier.

Finale degli europei 1976: Antonin Panenka, con un dolce pallonetto centrale, spiazza il portiere della Germania Ovest Sepp Maier, assicurando così il primo titolo europeo alla nazionale cecoslovacca.

La storia del “Panenka” non parte dalla finale Mondiale 1974, bensì da un coevo Bohemians -Plzeň, match nel quale Antonin sbaglia per due volte consecutive dal dischetto.

Il ceco, arrabbiato con se stesso, da quel giorno, alla fine di ogni allenamento, comincia ad intrattenersi col portiere compagno di squadra Hruška, per calciare rigori su rigori. Ogni tanto scommettono dei soldi, molto più spesso cioccolata o birra.

<Per cominciare, Zdenek – Hruška ndr. – ne parava molti, perché era un buon portiere. Così ho iniziato ad escogitare nuovi modi per batterlo. Una notte sono rimasto sveglio nel letto a pensare… Sapevo che il portiere di solito battezza un lato e lo sceglie, tuttavia se si calcia molto forte – al centro ndr. – può parare il tiro utilizzando le gambe. Invece, se il contatto con la palla è più dolce, non può tuffarsi di nuovo al centro, se ha già scelto un lato> – nasce l’idea del pallonetto.

Antonin lo prova contro Hruška e, dato che comincia a sconfiggerlo più facilmente (<Più cioccolata vincevo, più diventavo grasso!>), decide di tentarlo anche in partita. Dopo qualche fisiologico errore di percorso, quando ne realizza uno contro il suo compagno di stanza in nazionale, il portiere del Dukla Praga Viktor, capisce che lo ha perfezionato.

Di lì a quel pesantissimo gol messo a segno contro la Germania Ovest, il passo è più breve di quanto possa apparire, anche se, ammettiamolo, ci vogliono “le palle” per tentare un rigore del genere, soprattutto quando per la Cecoslovacchia, all’epoca stato satellite dell’Unione Sovietica, in palio c’è il campionato europeo: <mi consideravo un intrattenitore e ho interpretato quel calcio di rigore come un’opportunità per esternare la mia personalità. Volevo mostrare agli spettatori qualcosa di nuovo; creare qualcosa che li avrebbe fatti parlare. Volevo venire fuori con qualcosa del genere nel momento più inaspettato. Volevo che il calcio fosse considerato qualcosa di più che tirare quattro calci ad un pallone> – un pensiero creativo certamente non in linea con la filosofia comunista. Un pensiero che avrebbe potuto condurlo a passare trent’anni di lavoro in miniera, se non avesse segnato.

Semifinali Euro 2000, Italia-Olanda: Francesco Totti trafigge Van Der Sar con un “cucchiaio” simile a quello di Panenka. In seguito, l’ex capitano della Roma dichiarerà: <per calciare un penalty in quel modo bisogna essere pazzi, oppure davvero bravi… e io non penso affatto di essere un pazzo>.

GK dependent penalties: “dal Panenka alla Paradinha, molto lentamente, anzi, “korokoro”

Il “Panenka”, comunque, si colloca all’interno della più ampia categoria dei “GK dependent penalties”.

Esistono, infatti, due diverse strategie che il battitore può seguire al momento di calciare un rigore. Può decidere di non tenere in considerazione il comportamento dell’estremo difensore avversario, oppure può attendere che questo si tuffi o si muova in una delle due direzioni, così da poterlo spiazzare indirizzando il pallone verso il lato opposto.

In proposito di “GK dependent penalties” e della loro efficacia è intervenuto anche Ben Lyttleton, autore di “Twelve yards: the art and psychology of the perfect penalty”, uno dei testi di riferimento in materia.

Intervistato da Francesco Caligaris per conto di Rivistaundici, Ben si è espresso sul tema in questi termini: <ci sono studi statistici che dimostrano che i “GK dependent penalties” sono rigori più efficaci dell’altra strategia, che si chiama “GK-Independent”. Sono però anche più difficili da calciare, perché bisogna essere bravi tecnicamente per mirare entrambi gli angoli, ma anche perché richiedono grande freddezza per cambiare all’ultimo la propria decisione. Visto che li possono sbagliare anche i grandi giocatori, sono la combinazione più pura del calcio in un solo tiro>.

Proprio per la loro difficoltà e per via delle pesanti critiche che possono piovere sul calciatore in caso di errore, non sono tanti i battitori che decidono regolarmente di ricorrere alla “GK dependent strategy”. Tra questi c’è Mario Balotelli, per una volta degno di menzione per meriti calcistici e non per vicende extracalcistiche. Mario, che dal dischetto può vantare una percentuale di conversione di tutto rispetto (grazie ad una striscia positiva di 21 trasformazioni consecutive, per un certo periodo ha viaggiato alla media del 100%), per stimolare il movimento anticipato dell’estremo difensore, in modo da poterlo poi spiazzare, è solito rallentare notevolmente la sua rincorsa appena prima dell’impatto col pallone. È un metodo che ha imparato guardando un DVD di Maradona, regalatogli dalla madre quando aveva ancora dodici anni.

È un metodo che in Giappone è stato soprannominato Korokoro” (onomatopea con la quale si indica un oggetto che lentamente rotola su una superficie piana o moderatamente inclinata): <bisogna stare calmi e aspettare che il portiere si muova. Se rimane in piedi, non fa in tempo a raggiungere i lati della porta. Se si muove, me ne accorgo io per primo. È praticamente impossibile per lui. Gli unici due casi in cui posso sbagliare sono: se non sono concentrato o se calcio fuori>.

In video, una compilation di calci di rigore messi a segno da Balotelli.

Un altro illustre battitore, famoso per aver perfezionato la “GK dependent strategy”, è stato Gaizka Mendieta. Mendieta fissava il portiere negli occhi, dimenticandosene, di tanto in tanto, per concentrarsi su uno degli angoli ai suoi lati. Il pallone lo trascurava completamente. La ragione ce la spiega ancora una volta Panenka: <è importante fare in modo che il portiere si posizioni dove tu stesso lo desideri. Devi persuaderlo con i tuoi occhi, con la tua rincorsa, con il tuo angolo di corsa e con il tuo corpo, che stai mirando quel lato>.

Il messaggio insito in queste parole è chiaro: perchè un “GK dependent penalty” sia trasformato con successo, ogni dettaglio va curato e anche la rincorsa può rivelarsi uno strumento utile per ingannare il portiere.

Arriviamo così alla terza, più antica modalità conosciuta di battere un rigore “GK dependent”, la “paradinha: un piccolo stop effettuato dal battitore poco prima dell’impatto col pallone.

Escludendo quella involontaria di Meazza, nella semifinale mondiale Italia – Brasile del 1938, il primo giocatore ad averla utilizzata volontariamente è stato Pelé, nel 1961, durante un’amichevole disputata contro lo Sheffield Wednesday. Tuttavia, la sua paternità è erroneamente affibiata a “O’rei. Infatti, anche se quest’ultimo sostiene di averla appresa dal connazionale Didì, con tutta probabilità il suo vero inventore fu Dalmo, un difensore suo compagno di squadra nel Santos. Pelè, dopo averlo ripetutamente osservato in allenamento calciare contro il secondo portiere Lalà, ne avrebbe semplicemente copiato e adottato lo stile.

Il millesimo gol di Pelé, realizzato al Vasco de Gama, non poteva che arrivare a seguito di una “paradinha”.

Sessant’anni dopo, la “paradinha” è ancora frequentemente utilizzata, dato che, se la finta viene effettuata nel modo giusto, depositare il pallone in rete, a portiere irrimediabilmente sbilanciato, diventa facile facile. La sua popolarità non è stata scalfita nemmeno dalla recente presa di posizione della FIFA, che, nel maggio 2010, dopo una “paradona” di Neymar (il brasiliano, in un altro match, ne aveva addirittura sfoggiata una doppia) ai danni di Rogerio Ceni, ha decretato l’irregolarità dello stop in fase di rincorsa, ma non il semplice cambio di ritmo.

In video, Neymar e la “paradona” dello scandalo ai danni di Rogerio Ceni.

In video, una doppia, ancora più scandalosa, “paradona” di Neymar.

GK independent penalties: la “Bray Zone” è il bersaglio

Non tutti i giocatori possiedono la freddezza e le abilità tecniche necessarie ad eseguire un “Panenka”, un “Korokoro” o una “Paradinha”. Oltretutto, in caso di shootout, un clamoroso errore non peserebbe solo sulla futura carriera dello sfortunato calciatore, ma comporterebbe un pesante contraccolpo psicologico anche ai compagni di squadra prossimi a battere. Ecco perché la strategia più diffusa tra i rigoristi di tutto il mondo non è quella più efficace, ma quella più semplice da mettere in pratica: la “GK independent strategy”.

Tutti coloro che non hanno sufficiente fiducia in loro stessi, scelgono un angolo e calciano in quella direzione, sperando che il portiere non intuisca, o comunque non arrivi a neutralizzare il loro tentativo.

Voi lettori, se fate parte di questa categoria di rigoristi, è bene che abbiate alcune informazioni, così da non deludere le aspettative riposte su di voi dai vostri compagni di squadra.

Per prima cosa (partendo dal centro della porta), esiste un’area, uno spazio, che il portiere non può raggiungere anche buttandosi nella giusta direzione, per carenza di tempo materiale. Questa zona, una porzione dello specchio di porta corrispondente al 28% della sua intera area, la chiameremo per comodità “Bray-zone, perché è stata individuata ed identificata dal dottor Ken Bray.

Riuscire ad indirizzare il pallone nella “Bray-zone”, colpendolo con una forza sufficiente a fargli percorrere, in un arco di tempo compreso tra i 500 e i 700 millisecondi, il tratto di spazio che va dal dischetto alla linea di porta, garantisce la sostanziale imparabilità del tiro, in condizioni neutre.

Tuttavia, l’insidia per il battitore è dietro l’angolo. Indirizzare con precisione il pallone nella “Bray-zone” non è così facile ed il rischio di non inquadrare la porta, o di colpire pali e traverse, aumenta considerevolmente.

Quel che è logico ed intuitivo lo confermano anche i risultati delle indagini condotte dalla piattaforma per lo scouting in video InStat, su un campione di 91000 calci di rigore: gli angoli alti sono la scelta migliore per eludere l’intervento del portiere (solo lo 0,17% e lo 0,43% dei tiri nello specchio, diretti rispettivamente a sinistra e a destra del battitore, viene parato), ma spesso il pallone termina fuori (6,62% a sx. / 9,93% a dx.), riducendo le possibilità di segnare sulla ribattuta, o colpisce pali e traverse (9,68% a sx. / 12,06% a dx.).

In ogni caso, negli shootout non esiste opzione migliore, dato che la percentuale di conversione diretta cresce sulla percentuale di realizzazione media (pari al 75,49%) del 8,04% a sx. e del 7,86% a dx.

A lato, la tabella di Sportsmatrix riassume in percentuali le scelte di tiro più comuni effettuate dai battitori.

Stupisce, invece, che il portiere raramente riesca a parare i tiri diretti al centro (avviene solo nel 1,31% dei casi).

Un dato del genere dovrebbe suggerire ai battitori di mirarvi più frequentemente, più dell’11,34% delle volte. Tuttavia, le statistiche dicono che solo il 71,51% dei tentativi centrali conduce al gol, mentre il 20,63% sbatte sulla traversa ed il 6,56% finisce direttamente in curva. Ne consegue che, nonostante i portieri si tuffino quasi sempre in una delle due direzioni, calciare centralmente non è una buona idea, anzi, diminuisce le probabilità di conversione (vedi tabella sotto).

Finale dei mondiali 2006, Italia-Francia: La Francia passa in vantaggio col brivido. Il “panenka” centrale di Zidane colpisce la parte inferiore della traversa, ma rimbalza, di poco, oltre la linea di porta.

Ad altre ulteriori ed interessanti osservazioni si può giungere osservando il rigore da un altro punto di vista, confrontando il punto in cui termina il pallone e la posizione dell’estremo difensore (vedi tabella sotto).

Facendo questo, un dato cattura immediatamente l’attenzione: quando il pallone è indirizzato al di sopra della sua spalla sinistra, il portiere riesce ad intervenire solo nel 16,67% dei casi. L’apparente anomalia statistica, in realtà, è perfettamente giustificata da un fatto: la maggior parte delle persone è destrorsa e la categoria degli estremi difensori non fa eccezione. Dunque, è fondamentale che il battitore conosca la mano di riferimento dell’avversario per aumentare le proprie probabilità di vittoria.

Mixed strategies: casualità e “decision making”, concetti solo apparentemente antitetici

I consigli appena dati potrebbero comunque non bastare al giocatore chiamato a presentarsi dal dischetto. Infatti, nonostante il calcio di rigore sia effettivamente un duello impari, sbilanciato irrimediabilmente a favore di chi calcia, il portiere potrebbe assumere dei comportamenti tali a far restringere la “bray-zone”, o a modificarla. Oppure, il battitore, avendo sempre fatto ricorso alla medesima strategia, potrebbe essere diventato prevedibile. È il caso di chi ogni volta mira all’angolino basso alla destra del portiere, ma è anche il caso di chi alterna destra e sinistra con estrema regolarità o costanza (Diego Forlan, per esempio, tendeva a farlo).

Avete presente il giochino “sasso, carta o forbice”, no? I penalties funzionano allo stesso modo: qualunque strategia, anche la più valida, rimane tale solo per un breve lasso di tempo. Sul lungo periodo, pertanto, occorre variarla.

Come puntualizzato all’interno di “Soccernomics” da Simon Kuper e Stefan Szymanski, la buona riuscita di un penalty è legata indissolubilmente alla sua imprevedibilità. Un’imprevedibilità particolare, che non coincide col mirare il 50% delle volte a destra ed il restante 50% a sinistra. No, il battitore deve ricorrere alle “mixed strategies”, introdurre una componente casuale nel suo “decision making” (e chiedo venia a chi intravede un conflitto insanabile tra casualità e decisione consapevole).

A calcolare la perfetta “strategia mista” ci ha pensato Ignacio Palacios-Huerta, un’economista basco che è stato anche consulente del Chelsea: per massimizzare la percentuale di conversione, il battitore dovrebbe calciare il 61,5% delle volte assecondando il suo lato naturale: a destra se è destrorso, a sinistra se è mancino.

L’ansia e l’impazienza del battitore: piccoli accorgimenti, grossi benefici

<Ero pronto. Elizondo non lo era… “Fischia! Cazzo, muoviti arbitro! Perché questa attesa?” Avevo messo la palla sul punto di battuta e Ricardo era sulla linea. “Perché devo aspettare l’inutile fischio?”… Quei secondi extra sembrarono un tempo interminabile e mi hanno decisamente indisposto… “Non lo sa che sono in tensione? Gesù Cristo!” gridavo dentro di me. In allenamento sembrava così facile: palla a terra, un passo indietro, una breve rincorsa, Gol. Nessuna attesa, nessuna pressione. Lì no, specialmente con Elizondo che ritardava il tutto. Alla fine ha fischiato, ma avevo perso la concentrazione. Nel momento in cui ho colpito la palla sapevo che non sarebbe finita dove volevo. Mi sbagliai di quasi mezzo metro, rendendo agevole l’intervento di Ricardo>- Steven Gerrard racconta così l’errore che commise contro il Portogallo ai mondiali 2006.

Quarti di finale dei Mondiali 2006, Portogallo-Inghilterra: Ricardo, il portiere della nazionale portoghese, immortalato pochi atti prima di sventare il rigore di Steven Gerrard. ©Action images.

Riporto queste frasi per una ragione: il calcio di rigore non è solo una faccenda squisitamente tecnica, è anche una questione strettamente psicologica.

Dunque, per redigere il vademecum del perfetto rigorista, non si può prescindere dall’esaminare le conclusioni a cui è giunto il dottor Geir Jordet, un ricercatore di Oslo che da anni studia i legami tra la psicologia ed il calcio.

Jordet, osservando un numero molto alto di penalties, si è accorto che molti giocatori, dopo aver posizionato il pallone a terra, decidono di dare le spalle al portiere e di non guardarlo negli occhi neanche durante la rincorsa. È un tipico segnale di paura, ansia ed irrequietezza, che infonde sicurezza all’avversario e, di conseguenza, andrebbe evitato. Del resto, chiarisce Jordet, <non si può rimanere di spalle per sempre, ad un certo punto bisogna girarsi e affrontare pienamente lo stress che la situazione comporta> .

Non solo, dalle indagini del norvegese è ulteriormente emerso che quando il battitore accelera i preparativi e comincia impaziente, subito dopo il fischio dell’arbitro, la rincorsa, sbaglia il rigore molto più frequentemente di chi invece fa le cose con più calma: sono la pressione a cui si è sottoposti, ed il nervosismo che essa causa, a giocare un brutto scherzo.

Uno scherzo che spesso ha mietuto vittime tra i giocatori inglesi, statisticamente tra i più veloci a battere a rete. Una di queste è stata Jamie Carragher, che nella stessa partita dell’errore dal dischetto di Gerrard, fu costretto a ripetere il calcio di rigore per essere partito anzitempo, prima del fischio di Elizondo. Neanche a dirlo, Ricardo, con la complicità della traversa, riuscì a neutralizzare il suo secondo tentativo.

Quarti di finale dei Mondiali 2006, Portogallo-Inghilterra: Rio Ferdinand, Gary Neville, Steven Gerrard e Jamie Carragher fotografati al termine degli shootout.

Il consiglio di Jordet, allora, è quello di non accelerare i preparativi, ma nemmeno di attendere troppo a lungo (per esempio 5 o 10 secondi), perché così facendo si innescano nuovi pensieri, dubbi con cui la mente è costretta a fare i conti (anche in queste situazioni vale la regola “il pensiero è nemico dell’azione”). Prendersi una piccola pausa; fare un lungo respiro per allentare la tensione; attendere, prima di calciare, non più di un secondo, un secondo e mezzo, dal momento in cui l’ufficiale di gara dà via libera, sono piccoli accorgimenti che potrebbero apportare ben più grossi benefici. Allora perché non osservarli?

Ma oltre alle raccomandazioni di Jordet, più in generale, vorrei suggerirvi i nostri dieci comandamenti.

In definitiva, ecco il decalogo di sportellate, per un perfetto calcio di rigore

Regola numero 1: allenati, allenati, allenati.
Non credere ancora a chi sostiene che i rigori non sono né allenabili, né perfezionabili, non è assolutamente vero.

Regola numero 2: se hai fiducia in te e nelle tue qualità tecniche, vai di “GK dependent penalties”.                                      Insomma, sbizzarrisciti, tra “Paradinha”, “Korokoro” e “Panenka” hai ampia scelta.

Regola numero 3: se sei particolarmente emotivo e tecnicamente non pensi di essere all’altezza della situazione, valuta piuttosto di ricorrere alla “GK independent strategy”.

Regola numero 4: se opti per un “GK dependent penalty”, ricorda l’insegnamento di Panenka.
Fai in modo che il portiere si posizioni dove tu stesso lo desideri. Devi persuaderlo con i tuoi occhi, con la tua rincorsa, con il tuo angolo di corsa e con il tuo corpo, che stai mirando quel lato.

Regola numero 5: nei “GK Independent penalties” la chiave del successo si trova in “Bray zone”.
Miraci e fai bene i compiti a casa, studia la mano forte del tuo avversario.

Regola numero 6: ogni tanto, aggiungi un pizzico di sale.
Se calci sempre nella stessa direzione, diverrai presto prevedibile. Perciò, cambia lato ogni tanto. Cerca di calciare solo per il 60% delle volte verso l’angolo corrispondente al tuo piede forte.

Regola numero 7: non essere timido!
Sia che tu ricorra alla “GK dependent strategy”, sia che tu non vi ricorra, cerca di sostenere lo sguardo del portiere e non dargli le spalle dopo che hai posizionato il pallone a terra.

Regola numero 8: non essere impaziente.
Prenditi un secondo, un secondo e mezzo, prima di calciare. Serve ad allentare la tensione.

Regola numero 9: occhio alla tua rincorsa!
Esistono studi che confermano che una rincorsa di 5 passi porta alla peggiore percentuale di conversione possibile. In generale, nei calci di rigore, come nella vita, è meglio abundare quam deficere.

Regola numero 10: celebra il tuo successo! Celebra Sportellate!
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