Interventi a gamba tesa

Cronache dal silenzio di uno stadio (quasi) vuoto


In occasione di Milan – Atalanta, ho avuto l’opportunità di vivere l’esperienza di una delle tante partite di Serie A giocate a porte chiuse in conseguenza della pandemia. Con questo racconto voglio condividere non soltanto quello che succede a San Siro dietro le quinte dell’emergenza, ma anche cosa ho provato emotivamente nel trovarmi nel silenzio di questa situazione.


“Egregio Signore, facendo seguito alla vostra richiesta, siamo spiacenti di comunicarle che non possiamo concederle l’accredito per la partita in oggetto”: questo era stato il leitmotiv dell’ultimo mese di richieste per assistere alle partite casalinghe del Milan, da quando è ripartito il campionato dopo lo stop a causa del Covid-19. Normale, quando si scrive per una piccola testata e lo spazio è poco, ma è una pillola difficile da ingerire per chi ormai vive lo stadio di San Siro come una seconda casa, una volta come tifoso e poi come addetto ai lavori.

Questo fino alla mattina dello scorso giovedì, quando finalmente è arrivata una risposta diversa: richiesta accettata, proprio per quando a Milano sarebbe arrivata la squadra che rappresenta, suo malgrado, la città diventata simbolo della pandemia in Italia. L’Atalanta è diventata una sorta di appiglio per molti bergamaschi, che grazie ai nerazzurri trovano un po’ di serenità nei momenti difficili che stanno passando, per lasciarsi alle spalle problemi e pensieri negativi per un paio d’ore. Ci penso e sento la mia emozione crescere, perché non c’è niente di più emozionante della normalità, quando si sperimenta la straordinarietà.

Un viaggio inaspettato…

Arriva il venerdì sera e già mentre vado allo stadio percepisco qualcosa di diverso: non c’è coda quando arrivo a Milano, le strade sono vuote, niente tifosi accalcati sui marciapiedi, nessun camioncino dei panini con la ressa di tifosi affamati. Niente di niente. Ho sbagliato strada? Sto andando veramente allo stadio? Sto sognando? Al mio arrivo il “Meazza” è lì: svetta imperioso con le sue torri cilindriche, nell’irreale silenzio di un parcheggio per pochi intimi dove dopo cinque mesi rivedo anche J., amico e rossonero doc, spalla di decine di partite vissute assieme in tribuna stampa.

Gate Closed

La sensazione è di smarrimento, mentre seguo alla lettera le istruzioni ricevute via E-mail. Vado alla biglietteria, recupero il mio pass insieme alla “food-bag” e mi avvio verso l’ingresso, dove a separarmi dalla zona di accesso controllata dagli stewards (finalmente delle facce conosciute) c’è il presidio della Croce Rossa Italiana. Vengo sottoposto ai controlli di rito: misurazione della temperatura e dell’ossigenazione del sangue, consegno l’autocertificazione e finalmente ricevo il braccialetto che conferma il mio accesso allo stadio. “Questo è per il free-drink”, dice la giovane volontaria per mettermi a mio agio. “L’alcool ci salverà tutti”, rispondo io, trovando conferma nella sua risata mentre le colleghe annuiscono convinte.

E poi… silenzio…

É ora di salire a prendere posto, seguendo il percorso obbligato e, dopo l’ultimo controllo, finalmente mi affaccio sull’esterno: non è la prima volta che vedo San Siro vuoto, tra allenamenti a porte aperte e lunghi post-partita, ma questa volta non riesco a non percepire il silenzio assordante che mi circonda. Sento persino l’odore dell’erba bagnata, solitamente coperto da quello delle persone e talvolta, complice il vento, da quello di un altro tipo di erba decisamente meno legata all’aspetto calcistico. “Dove sono gli ultras?”, questa volta, non è un coro di scherno, ma un pensiero: per chi si sta giocando questa partita? Per la stampa? Le squadre? La classifica? Certamente non per i tifosi, che dovranno accontentarsi di vederla in televisione.

Lo stadio vuoto

Silenzio

Tra un panino e uno snack, con in sottofondo le canzoni tipiche del pre-partita e dopo essere stato bacchettato da uno steward per non avere rispettato il distanziamento, arriva il momento del riscaldamento e finalmente si vedono le squadre in campo: nessun boato per il Milan, alcun fischio per l’Atalanta. Silenzio. Lo stesso silenzio che prende il posto del consueto annuncio delle formazioni poco più tardi e, nel giro di una manciata di minuti, è già ora del fischio d’inizio, che diventa quasi una liberazione.

La presenza del duo Compagnoni-Ambrosini alle mie spalle rende tutto ancora più surreale. Praticamente è come vedere una partita dal vivo con la telecronaca, dato che solitamente le voci dei cronisti sono mescolate al marasma tipico dello stadio. Questo contribuisce a rendere la tribuna stampa un posto molto meno sacro di quanto possa immaginare chi non è abituato a frequentarla, con una parte dei giornalisti presenti pronti ad alternare il tifo a favore o contro la squadra di casa con la propria professione. Non manca qualche parolaccia, ma in fin dei conti siamo pur sempre allo stadio.

Voices…

Arriva il goal del Milan: magistrale punizione di Hakan Calhanoglu. Qualcuno vicino a me festeggia, altri non battono ciglio. Io mi limito a stringere il pugno in segno di esultanza: sono milanista, non posso fare finta di niente, anche se il monitor del PC davanti ai miei occhi mi ricorda come sempre che sono lì per lavorare. I giocatori si abbracciano, sul maxischermo esce la foto del marcatore accompagnata dal numero 10; mi guardo intorno e vedo il vuoto, chiudo gli occhi e sento ancora il silenzio, spezzato dalle voci dei calciatori. C’è il Covid, signori, non lo dimentichiamo.

A proposito dei giocatori, ma quanto gridano? Donnarumma, fascia di capitano indosso, dalla porta dirige la sua squadra come un veterano e fa ridere quando a dieci minuti dal triplice fischio se la prende con l’arbitro a cinquanta metri di distanza. Si sente tutto: “Doveriiii! Facile così, eh?!”. Che polmoni, che personalità. Ventidue anni da compiere: io a quell’età mi chiedevo quale fosse la discoteca migliore per andare a rimorchiare. Non parliamo delle urla di dolore quando subiscono i falli. Quelle che si sentono bene anche in televisione: un secondo prima sembra che gli sia stato amputato un arto senza anestesia, quello dopo corrono felici sul prato come Georgie o la Vispa Teresa.

Gigio Donnarumma

Il silenzio non permette di mentire: il calcio diventa più reale. Peccato che la conseguenza sia uno spettacolo per pochi intimi che non possono nemmeno goderselo troppo, tra chi scrive una cronaca, chi sta arrovellando a pensare i voti da assegnare o a che domanda fare ai tecnici dopo la partita, rigorosamente inviate tramite SMS agli addetti stampa delle squadre.

A proposito: stavo dimenticando il risultato finale! Un bel pareggio per uno a uno, con Zapata che già nel primo tempo aveva permesso ai suoi compagni di riacciuffare il Milan, messo sotto per lunghi tratti nella seconda metà della frazione.Un punto a testa che serve poco ad entrambe, ma figlio di una partita divertente tra due squadre propositive, che avrebbe meritato una cornice di pubblico ben diversa.

Articolo? Fatto. Considerazioni sparse per Sportellate? Fatte. Cosa manca? Ah, già… le conferenze stampa. Ma è mezzanotte passata, devo ancora fare il viaggio di rientro. Sai che c’è? Me ne torno a casa, tanto dagli altoparlanti rimbomba tutto e non si capisce niente: le ascolterò dall’auto, tanto quelle non le devo riportare. Quello che invece porterò sempre con me è quest’esperienza che ho provato a condividere: quella di un calcio diverso, più intimo, ma anche più vuoto, esattamente come lo stadio, che resterà per ricordarmi quanto sia bella la normalità e soprattutto quanto sono fortunato a potermi permettere di pensare che in questi mesi, in fondo, io avessi perso “soltanto” questo.

Matteo Tencaioli, nato a Varese (VA) il 16/07/1980. Da sempre diviso tra la professione di programmatore e l'amore per il giornalismo, ama parlare di sport, in particolare di calcio e tennis. Conteso tra lavoro e famiglia, suo più grande amore, fa a sportellate tutti i giorni con il sonno per trovare il tempo di coltivare anche le proprie passioni.