Interventi a gamba tesa

Il punto sul tennis maschile, con vista sugli Us Open

(Photo by Steven Ryan/Getty Images)


Il circuito è stato in letargo troppo tempo e siccome barca ferma non governa, la sensazione è quella di una deriva incontrollata. Dare conto in modo ordinato dei movimenti tellurici che percorrono il sistema è come rispondere a un servizio di Isner senza racchetta e con i piedi legati, perciò l’unica soluzione è mimetizzarsi con il caos e assecondarlo.


In questi giorni fioccano i ricordi della stagione verde, cancellata per covid

Non appena l’Atp, dopo mille titubanze, si è decisa a diramare le date ufficiali della ripresa, gli eventi si sono sentiti autorizzati a precipitare pazzamente in ogni dove. Per la cronaca il calendario maschile, un po’ perverso, comincia con il cemento Usa il 14 agosto a Washington, per poi attaccare il 1000 di Cincinnati – in trasferta a New York – antipasto degli Us Open, in programma dal 31 agosto al 13 settembre, senza qualificazioni né doppio misto; a seguire – per non dire a sovrapporre – c’è questo settembre di fuoco che prevede una versione compressa della stagione rossa con tanto di Madrid e Roma per planare sul Roland Garros il 27 e trattenersi fino all’11 ottobre, il tutto mentre comincerà il cemento indoor per un finale piuttosto classico che però a vederlo ora, con i giocatori ai box da mesi, suona pericolosamente affollato.

Quindi la pioggia di critiche, da destra, da sinistra e anche un po’ dal centro: con tutte le sfumature del caso, possiamo individuare due macro schieramenti, il primo che farebbe volentieri a meno di riprendere questa stagione smangiucchiata e gradirebbe ricominciare con calma e in piena sicurezza nel 2021, il secondo che invece ritiene persino eccessive le misure di sicurezza ipotizzate per i prossimi tornei. Non mancano le lamentele trasversali, per esempio molti inorridiscono all’idea di giocare senza pubblico. L’ipotesi è appunto quella di gare a porte chiuse, senza raccattapalle, con i giocatori relegati in una bolla che li vedrebbe alloggiare in zona aeroporto con una sola persona al seguito. Insomma l’atmosfera si promette surreale, ma non grottesca quanto ciò che è successo nelle ultime settimane, tra fatti e commenti.

Djokovic e Dimitrov si prendono a sportellate su un campo da basket

L’Adria Tour, torneo organizzato da Djokovic a scopi benefici, si è trasformato nel manifesto di chi voleva un allegro e spensierato ritorno alla normalità. Baci, abbracci e limbo in discoteca. Il tutto piuttosto sudaticcio. Ovviamente il castigo divino è scattato come se l’avessero chiamato e l’evento si è trasformato in un focolaio di Covid e di polemiche. Per una strana distorsione logica qualcuno prende Dimitrov – il primo a scoprirsi infetto – per l’untore della situazione e lo addita. Thiem si scusa per la superficialità, Zverev proclama una quarantena ma poi non ce la fa e va alla festa di Philipp Plein. Djokovic, che da anni costruiva il castello di carte di una faticosissima operazione simpatia, riazera tutto esternando davanti a milioni di fans posizioni no vax, pro acqua benedetta e forse sarebbe arrivato al terrapiattismo se non avesse completato l’opera con questo torneo della discordia. Insomma per farla breve si è tirato addosso tali attacchi che verrebbe la tentazione di difenderlo ma non bisogna cascarci… è una tecnica collaudata che ha applicato spesso anche in campo: assume un’aria contrita e un incarnato mortalmente pallido, appare patito, insofferente e infastidito, quasi inerme e poi appena vede uno spiraglio di luce torna il serial killer dei vecchi tempi.

Nole sconfitto da Zverev alle Atp finals 2018

Intanto Kirgyios, che ha una spanna d’intelletto più degli altri, coglie l’occasione per levarsi qualche sassolino dalle scarpe, bacchettando via social Nole, Sasha e compagnia cantante. D’altra parte non è facile resistere se ti fanno sempre passare per il più pirla di tutti dall’alto di cotanto pulpito.

Per fortuna c’è Raonic a riportarci all’idea di tennis giocato, rivelando il suo dilemma se portarsi a New York il fisioterapista o l’allenatore. Ecco, in effetti non sarà semplice la vita per chi è abituato a un grande staff intorno.

Non potendo incontrarsi sul campo, molti tennisti si sfogano sui social

A proposito di New York, pare incredibile vivere quest’attesa con più di un mese d’anticipo, ma sarà la prima grande prova per il tennis dall’avvento del coronavirus e la curiosità è tanta. Soprattutto per quel che riguarda i partecipanti. Proprio mentre – le linee guida sono in giro da tempo, ben prima dell’ufficialità – provavo a immaginarmi Roger da solo con il suo trolley in cerca del gate giusto, alle prese con le sfide della vita pratica – portafoglio, lavanderia, sveglia e via dicendo da gestire in prima persona! – lui ha provveduto a tirarsi per primo fuori dalla mischia. Il ginocchio fa le bizze, il caos non ci piace, arrivederci a gennaio prossimo venturo.

King Roger non tornerà in campo prima di gennaio 2021

Ho già parlato del momento particolare di Novak Djokovic, ma tanto per inquadrare la questione nel discorso New York, il numero uno aveva espresso perplessità ben prima di prendere il virus e le bordate di critiche. Non lo convincevano le questioni organizzative e logistiche, opinioni comprensibili, in ogni caso a conti fatti la sua partecipazione è davvero in forte dubbio. È vero che uno Slam rappresenta una buona occasione per avvicinarsi a Roger Federer, ma è più probabile che si faccia rivedere sul rosso europeo.

Vittoria sofferta per Nadal nel 2019

E Nadal? Nadal finora tace o parla poco e si allena ancor meno – e comunque sulla terra. Tutto lascia pensare che non abbia intenzione di mettere a rischio il fisico giocando due Slam a distanza di un paio di settimane, passando bruscamente dall’America all’Europa, dal cemento al mattone tritato. Probabile che il detentore del Major statunitense rinunci a difendere il titolo per concentrarsi sulla parentesi rossa, evitando così di muoversi dal vecchio continente. È una scelta quasi scontata: tra i due litiganti vince Parigi (ubi major…). Oltretutto nel 2019 Rafa ci ha messo un po’ a ritrovare il suo tennis (extra)terrestre e a mettere a punto il motore in vista del Roland: quest’anno i margini d’errore sono vicini allo zero, perciò deve giocare bene le sue carte. Inoltre il nuovo meccanismo del ranking – finalizzato proprio a tutelare chi non se la sente di giocare – permetterebbe a Rafa di conservare i 2000 punti senza partecipare.

Andre Agassi, vincitore degli Us Open del 1999

Insomma si prefigura una situazione che non si verificava in uno Slam (sempre New York) dal lontano 1999: un Major in cui non partecipi nessuno dei big three. Allora il giovane Roger, dopo aver assaggiato Parigi e Wimbledon, non era riuscito a guadagnarsi il pass per il torneo della Grande Mela, perdendo al secondo turno di qualificazioni 7-6, 6-2 dal connazionale Ivo Heuberger. Da allora Roger ha sempre giocato fino ai forfait di Parigi 2016, 17 e 18 e Us Open 2016. Proprio i due Slam del 2016 hanno visto la partecipazione del solo Novak Djokovic (campione a Parigi), mentre negli altri due era presente anche Rafa Nadal a difendere la categoria (vincendo ovviamente il titolo). E allora prepariamoci a una svolta epocale. Il vincitore entrerà di diritto nei libri di storia, infilando un nome nuovo negli albi d’oro saturi e stremati da quei tre e aprirà una breccia all’orda di aspiranti successori.

Wawrinka sconfigge a sorpresa Djokovic nella finale del 2016

Per la serie bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga com’è, cominciamo con quelli che difenderebbero in qualche modo il regno degli antichi sovrani: il primo autorevole Cardinale, è Stan the Man Wawrinka, uno che al congresso di Vienna troverebbe posto in prima fila. Campione qui nel 2016, ha già vinto tutti i Major tranne Wimbledon, ha la saggezza per gestirsi, con un tabellone agevole per entrare gradualmente in forma può beffare la concorrenza. C’è poi Andy Murray, vincitore nel 2012: difficile dire se possa reggere uno Slam senza l’adeguato rodaggio; ciò che ha vissuto lo spingerà alla prudenza, ma se dovesse farcela può dire la sua.

New York 2012: Andy Murray al suo primo trionfo in uno Slam

Tra i vincitori del passato troviamo Cilic, l’uomo di Medjugorie che nel 2014 si è impossessato degli allori newyorkesi. Non ha particolari problemi fisici ed è un giocatore completo, ha raggiunto altre due finali Slam (Wimbledon 17 e Australian Open 18) schiantandosi su Roger Federer. Nelle ultime due stagioni ha faticato parecchio e attualmente occupa una triste 37esima posizione del ranking. Non scommetterei su di lui perché va per i 32 e non mi sembra avere grandi vantaggi psicologici sui giovani rampanti, ma potrebbe anche ritrovare le belle sensazioni del passato. In questo circolo di eletti entra di diritto anche Juan Martin del Potro, ma a dispetto della sua ferrea volontà di non mollare, le condizioni fisiche sono un mistero e non c’è ancora una data ufficiale per il rientro. Come per Murray, viene spontaneo immaginare una gestione all’insegna della cautela.

La torre di Tandil nel suo giorno migliore, Us Open 2009

Scartabellando fra i nomi della lost generation, non vedo bene i vari Tsonga, Raonic e Nishikori ad affrontare due settimane al meglio dei cinque dopo mesi di inattività. In questo novero mi stuzzica soprattutto Monfils, che prima della sosta ha vinto Montpellier e Rotterdam, per poi fermarsi ad un passo dall’eliminare Djokovic a Dubai.

Gael Monfils a New York ha raggiunto la semifinale nel 2016 e i quarti l’anno scorso

Non rimane che il nuovo. Impossibile non pensare a Medvedev, un po’ perché la finale dello scorso anno, con la rimonta di due set a Nadal per poi cedere al quinto lo rende qualcosa di simile al difensore del titolo, un po’ perché ha stabilito nel 2019 un feeling sofferto con lo Us Open, litigando prima e poi facendo la pace con il pubblico, ma soprattutto perché i progressi mostrati l’estate scorsa l’hanno reso uno dei candidati più autorevoli. Per un paio di mesi è stato quasi ingiocabile, ha personalità, nessuna paura e un pizzico di irriverenza. Non ha cominciato la stagione in modo brillantissimo, ma è lì.

Odi et amo: rapporto controverso tra Daniil Medvedev e i tifosi newyorkesi

Su un livello simile c’è Thiem, uno che si è migliorato un passo alla volta, centimetro dopo centimetro. Sarebbe un terraiolo doc, ma ha ottime armi anche sul cemento, l’anno scorso si è sbloccato al 1000 di Indian Wells e ha già collezionato tre finali Slam, purtroppo per lui gli avversari sono stati Nadal a Parigi (due volte) e Djokovic a Melbourne, ma l’ultima volta ci è andato davvero vicino. È caparbio e solido, se evita scivoloni iniziali ed entra in ritmo può essere la volta buona.

Us Open 19: Thiem stecca all’esordio contro Fabbiano

Il greco Tsitsipas ha la stoffa per andare lontano e piano piano si sta costruendo un bagaglio di fiducia ed esperienza. Mi pare un gradino sotto perché è da tempo che stenta negli Slam: l’unico squillo è stata la semifinale australiana 2019, una vita fa. A bocce ferme darei più credito a Zverev, sorprendente semifinalista 2020 a Melbourne: se serve bene può fare la voce grossa. Però è ancora mentalmente fragile, può pagare la situazione strana e le polemiche che oggi lo coinvolgono.

L’elenco di papabili sorprese è davvero ampio e imprevedibile, a maggior ragione senza avere un precedente scorcio di stagione come riferimento. Per esempio un giocatore come Rublev che aveva cominciato dando ottimi segnali e che ora si sta rimettendo in moto in qualche torneo di esibizione: riprenderà il trend positivo che aveva lasciato o ripiomberà nel limbo dell’anno precedente? Sono tanti i giovanissimi autorizzati sognare, dagli amici canadesi Shapovalov e Auger Alliassime ai finalisti del Next Gen 2019 milanese, De Minaur e il nostro splendido Sinner – pochissima esperienza Slam per lui, ma la sua innata cattiveria agonistica e le formative sconfitte rimediate fra gennaio e febbraio potrebberlo accenderlo all’improvviso. A proposito, finora Jannik ha preferito allenarsi duramente agli ordini di coach Piatti, ma sta cominciando a riassaporare i match con le esibizioni di Berlino di questi giorni.

Jannik Sinner, piedi per terra e sguardo in alto

Non si possono escludere nemmeno giocatori come Schwartzman e Bautista Agut, che hanno regolarità ed esperienza dalla loro parte. E naturalmente il Matteo Berrettini, che dovrà gestire la pressione di una riconferma, ma sembra avere la testa giusta e i mezzi per farlo, inoltre sta giocando tanto, il che fa sperare che possa arrivare ben rodato agli appuntamenti che contano, la vittoria all’ultimate showdown di Muratoglu può dargli anche quel pizzico di fiducia in più che non guasta mai.

Un’incognita al cubo saranno le condizioni di Nick Kyrgios, non è mai troppo tardi per sperare in un suo magic moment, una congiuntura astrale che lo veda psicotenere per il tempo necessario a percorrere un intero Slam. Ormai l’immagine di bad boy è stata definitivamente scalzata da quella di uno splendido folle, dotato di un cuore d’oro e di una stoffa sopraffina che troppo spesso rovina con le proprie mani. Ogni tanto ho l’impressione – o l’illusione – che stia raggiungendo una sorta di saggezza, ma forse vaneggio. In Australia ha messo in campo un ottimo atteggiamento, ma la carenza di allenamenti mirati e sistematici si è fatta sentire. In un’altra epoca vincerebbe Slam a profusione. L’armata di casa Usa non pare attrezzatissima, con long John Isner e Sam Querrey in fase calante e Taylor Fritz, Reilly Opelka e Frances Tiafoe i giovani più interessanti, ma è probabile che salti fuori qualche sorpresa, magari anche tra wild card e rimpiazzi vari.

Melbourne, 27 gennaio 2020: Nick Kyrgios si scalda con la maglia di Kobe Bryant

In questo calderone, se dovessi scommettere punterei su Thiem e Medvedev. Poi tutto può succedere, questo sarà il bello, perché senza quei tre qualcuno dovrà pur vincere e finalmente, se mio figlio mi chiederà cos’è uno Slam, non dovrò rispondergli che è un torneo di tennis al meglio dei cinque set in cui tutti arrivano carichi di propositi e speranze ma poi alla fine vincono sempre Djokovic, Nadal o Federer.

Però, visto che il bisesto 2020 è un puledro indomabile, non si può mettere la parola fine senza sentire nuovi e cupi rumori di fondo. Il temporale non è cessato e sono tante le voci che profetizzano – e forse auspicano – una nuova e definitiva cancellazione della stagione americana. È vero che i numeri del contagio non sono buoni ed è altrettanto evidente che eventuali defezioni di massa depaupererebbero il torneo, ma per ora gli organizzatori sembrano determinati a portare avanti il progetto. Al momento le dichiarazioni sono contradditorie, ma si avranno notizie più certe entro la fine di luglio.

Il brusio in sottofondo cesserà di colpo

Nel frattempo, quasi a sottolineare il folle su e giù di questa stagione, lo swing asiatico pare di nuovo a rischio, mentre il Roland Garros annuncia la presenza del pubblico, per quanto contingentato. Insomma, bisogna aspettare, ma una cosa è sicura: prima o poi scenderanno in campo, finiranno le chiacchiere, calerà il silenzio e il gioco tornerà protagonista.

Sarà una gran giorno, quello.


 

Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.