Interventi a gamba tesa

Partite Straordinarie


Il Fùtbol non è sempre possibile ridurlo a tabellini e statistiche ma è, o meglio può essere, narrazione di “risate e pianti, pene ed esaltazioni” (O. Soriano, Fùtbol).


Sono nato per rivoluzionare l’inferno”

(Tatuaggio, Manuel Vazquez Montalbàn)

Il Gioco è un qualcosa che agisce sull’emotività: ogni gol, ogni intervento, ogni momento decisivo è strettamente legato alla sensazione che ci ha dato in quell’esatto istante e non all’atto sportivo di per sé stesso, benché esso ne sia diretta causa.

Può accadere, però, che il ricordo e l’emozione siano legate ad un evento che, in realtà, non è mai accaduto ma che ci ha comunque regalato un sussulto, sia esso comico o drammatico.

Per questo motivo ho deciso di raccontare due partite realmente svoltesi ad una che, invece, avremmo voluto fosse tale ma che, invece, ha avuto il suo corso unicamente nel nostro immaginario.

1) Inghilterra-Italia, 1973, Qualificazioni per la Coppa del Mondo

Una serata invernale. Una partita in televisione che, in un’epoca di sole radioline, costituiva evento eccezionale. Un programma formidabile: calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle per la quale andava pazzo, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero.

Da quel momento questa descrizione racchiuderà l’apoteosi calcistica, e non, per ogni appassionato del Gioco. Il klimax massimo raggiungibile.

La lettura del virgolettato, credo e spero, abbia già fatto capire a chi legge che mi stia riferendo a quella partita che “fa impallidire il ricordo di Italia-Germania 4-3” di Città del Messico.

La paradossalità nella narrazione dell’evento è ciò che renderà lo stesso epocale.

La voce di Nando Martellini racconta di una partenza folgorante degli Azzurri come non si vedeva da almeno 170 anni (la FIGC fu fondata nel 1898, i conti son presto fatti). Le scene che si susseguono sul campo sono degne delle battaglie dell’Iliade: nasi, tibie, nuche, schiene, mischie paurose. Oltre ai 120.000 di Wembley (che in realtà ne poteva contenere 82.000) vi sono milioni di italiani collegati e chenessuna forza la mondo potrebbe strappare via dai teleschermi, tranne uno: il Rag. Ugo Fantozzi che, nella sua epica di eroe negativo, è costretto dal CEO di turno a doversi andare a vedere un film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco.

Emblematica la Pina che al telefono dirà al Rag. Filini, dall’altro capo del ricevitore e che si era assunto il ruolo di convocare il nostro eroe: “Obbediamo”.

Ad un tratto il peggior incubo che qualunque appassionato possa vivere si materializza: dover interrompere la visione della partita tanto attesa, perché considerata una cosa per idioti, un passatempo per stupidi, per sottostare ai desiderata del Riccardelli di turno. Un presunto intellettuale, ed ognuno di noi ne conosce uno, che ritiene una nicchia del cinema superiore, per diritto divino, al Gioco.

Altro momento entrato di diritto nel linguaggio quotidiano è l’arrampicata alla finestra, la rottura del vetro, peraltro spesso, e il: “Scusi, chi ha fatto palo?”.

Nessuna e nessuno di noi, sia allo stadio che alla tv o alla radio, nel momento d’impatto della sfera al legno può negare di aver pronunciato almeno una volta quella domanda.

Terzo frammento immaginifico è quello che si consuma nel buio della sala di proiezione.

C’è un’insolita passione che serpeggia tra gli spettatori. Il buio si rende complice della rivolta che si sta per compiere. Il passaparola diviene incessante. Correvano voci incontrollate e pazzesche. Si diceva che l’Italia stava vincendo per venti a zero e che aveva segnato anche Zoff di testa, su calcio d’angolo…”.

La rabbia è sul punto di esplodere, l’eroe negativo si trasforma in un Masaniello, di cui farà una fine similare, pronto a caricarsi sulle spalle la responsabilità storica di quanto di lì a poco avverrà.

La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca”.

Il grido di rabbia del Ragionier Ugo non è dettato da un giudizio estetico verso il capolavoro di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, ma, in realtà, il personaggio urla in faccia a tutta una pletora di intellettuali, nonchè ad una certa sinistra, che il mantra secondo cui ciò che è popolare (il Gioco) non può essere culturale e viceversa altro non è che essa stessa una cagata pazzesca.

2) Napoli – Acerra, Gennaio 1985

“Che si fottessero i Lloyd di Londra. Questa partita si deve giocare per quel bambino”, disse Diego Armando Maradona.

Il Napoli non navigava in zone tranquille di classifica nonostante la presenza, tra le sue fila, del miglior giocatore che il Gioco abbia mai avuto.

Il Patron Ferlaino, dopo l’ingente sforzo economico messo in atto per assicurarsi le prestazioni sportive (e non) di D10S, voleva la squadra concentrata sul campionato e pretendeva che gli allenamenti fossero indirizzati in tal senso ma la punta Pietro Puzone ricevette una chiamata da un suo concittadino di Acerra. Un padre il cui figlio è gravemente malato ed a cui necessitano cure costose.

L’idea: un’amichevole tra il Napoli di Maradona e la squadra locale.

Il campo: quello comunale della cittadina di Acerra. Un campo di periferia, ridotto male. Quello che si può definire “un campo di patate”, viste la poca erba e la tanta terra a costituirne la struttura.

Un campo potenzialmente pericolo per le gambe di professionisti ma, soprattutto, per quelle di Maradona.
Ferlaino, fiutando il potenziale pericolo, negò categoricamente il permesso alla squadra di giocare quella partita là affermando che l’assicurazione non avrebbe coperto eventuali infortuni. Ma, forse, all’epoca inconsciamente dimenticava che D10S, qualche mese prima, alla presentazione alla città di Napoli aveva detto: “Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono come ero io a Buenos Aires”.

Diego, infatti, aveva visto la luce calcistica proprio in campi di quel genere, che la sua culla era la periferia di Buenos Aires (Villa Fiorito) e che ciò aveva forgiato l’uomo Maradona come una persona dalla sensibilità per gli ultimi superiore alla media.

C’era, però, di mezzo l’assicurazione. Per potersi assumere quel rischio i Lloyds volevano il pagamento di un premio di 12 milioni di Lire. Cifra, parliamo del 1985, altissima ma non per Diego che la versò e che permise che la partita si   giocasse e che venissero raccolti i fondi necessari.

3) Inter – EZLN – 2005

L’Argentina, come sappiamo, è terra di rivoluzionari. Uno su tutti: Ernesto Guevara De La Serna. Idolo rebelde dell’intero continente sudamericano, ma non solo.

Le sue gesta, unitamente a quelle di Emiliano Zapata, sono state fonti di ispirazione per il movimento di liberazione del Chapas, regione del sud del Messico, la cui guida è stata, ed è a tutt’oggi, del Sub-Comandante Marcos, grandissimo appassionato del Gioco tanto che l’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) ha una propria squadra che partecipa al campionato della regione.

L’Argentina ha, però, dato alla luce tantissimi calciatori di assoluto livello. Uno di questi è Javier Zanetti. Arrivò sotto traccia all’Inter visto che l’acquisto che sembrava destinato alla gloria era Sebastian Rambert ma che ribaltò completamente la storia divenendo bandiera, nonché attuale vice presidente, del Club.

Zanetti è sempre stato attivo nel sociale e nell’ambito politico tanto da non fare mai mistero della simpatia per l’EZLN fino a che nel 2005, con l’aiuto fattivo del Presidente Moratti e della sua associazione PUPI, l’Inter mise a disposizione fondi per costruire in quelle zone acquedotti ed altre infrastrutture, oltre a regalare palloni e magliette ed altre attrezzature sportive.

Ed a quel punto che inizia un carteggio tra Marcos e Moratti riguardo l’organizzazione di, addirittura, un torneo in Chapas tra alcune grandi d’Europa e la rappresentativa Zapatista.

Vista, però, la oggettiva difficoltà logicistica, Marcos volle sfidare, andata e ritorno, solamente l’Inter.

Per meglio descrivere quanto sarebbe potuto accadere ma che, ahinoi, non successe riporto alcuni estratti del carteggio tra Marcos e Moratti.

Le scrivo per invitarla formalmente ad una partita tra la sua squadra e la selezione dell’EZLN”, scrive Marcos, “nel luogo, data e ora che definiremo. Visto il grande affetto che nutriamo per voi, siamo disposti a non sconfiggervi con una goleada e darvi un dispiacere, ma a battervi con un solo gol in modo che i suoi nobili tifosi non vi abbandonino”. Prosegue il SubComandante: “Stiamo pensando di organizzare la Coppa ‘Pozol de Barro’: sette partite per raccogliere fondi da destinare agli indigeni, agli immigrati clandestini e ad altre cause. Le partite si giocherebbero nello stadio olimpico di Città del Messico, a Guadalajara, a Los Angeles, davanti alla base americana di Guanatanamo, a Milano, a Roma e nei Paesi Baschi. Se per lei va bene l’EZLN vorrebbe che le partite in Messico fossero arbitrate da Diego Armando Maradona. I guardalinee sarebbero Javier Aguirre e Jorge Valdano. Il quarto uomo, invece, sarebbe Socrates. La cronaca delle gare, per conto del ‘Sistema Zapatista di Televisione Intergalattica’ (l’unica tv che si legge), potrebbe essere affidata agli scrittori uruguayani Eduardo Galeano e Mario Benedetti…[…] Il progettoforse è un pò ambizioso. Sette partite potrebbero essere troppe. Avete ragione, Don Massimo, forse è meglio limitarsi a due gare, una in Messico e l’altra in Italia. D’altra parte, noi non vogliamo macchiare la storia dell’Inter infliggendovi sconfitte a ripetizione…Il calcio, ogni tanto, dovrebbe smettere di essere un affare e tornare ad essere uno sport divertente. Un gioco, come avete detto voi, basato su veri sentimenti […] Il vero motivo per cui scrivo è un altro. Voglio ringraziare ancora l’Inter e i suoi tifosi per l’affetto e il sostegno nei nostri confronti”. Post-scriptum: “Mi rivolgo alla federcalcio messicana, al Real Madrid, al Bayern Monaco, all’Osasuna, al Liverpool, all’Ajax e alla squadra della ferramenta Gonzalez: mi dispiace, ho un contratto in esclusiva con l’EZLN”.

Poco da aggiungere a queste ironiche vergate su carta del SubComandate, se non che sarebbe stato un torneo epocale, che avrebbe rappresentato la vera essenza del Gioco e lo avrebbe segnato in maniera definitiva e unica.

Questi tre brevi racconti sono solo esempi di come il Calcio possa essere, anche se non sempre realmente giocato, assolutamente straordinario e segnare l’immaginario collettivo in modo definitivo facendoci provare, per l’appunto, emozioni fuori dall’ordinario. Sempre.


40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)