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, 13 Luglio 2020

Christian Vieri, la grandezza del gol


Il prototipo del numero 9 di inizio millennio.

Cos'è la vita se non un continuo accalcarsi di errori, gravi o lievi che siano, che hanno il compito di minare la nostra esistenza e le nostre piccole, trascurabili certezze. Altre volte, e la cosa potrebbe provocare una sorta di sgradevole sollievo, gli avvenimenti si susseguono non per nostro volere, bensì per una semplice e inattaccabile ragione: doveva andare così, quel battito d'ali si è verificato perché nasconde una motivazione, con tutto quello che comporterà. Non possiamo farci nulla, se non adeguarci e combattere, sempre se disponibili ad un simile dispendio di energie, soprattutto una volta arrivati al crepuscolo.

Nella carriera di un atleta, le vittorie sono importanti, ma spesso non riescono a delineare l'autentica, sinuosa fisionomia di un soggetto. Non sopporto, per chi scrive, l'accettazione del motto "il secondo è solo il primo dei perdenti": un motivetto orecchiabile per un agonista in cerca di parole convincenti in vista di un incontro importante, ma non per chi ama descrivere l'atto sportivo in sé, cercando di avvolgerlo, delicatamente, con parole adatte.

Di cosa sono fatte spesso le migliori novelle di sport, se non di personaggi agonici, vituperati, eternamente lontani dal primo posto, o che, ancora meglio, quel gradino alto quanto la gloria lo hanno solo potuto sfiorare.

Christian Vieri, a cavallo dei millenni, ha rivestito il ruolo di 9 migliore del calcio italiano, sicuramente uno degli attaccanti maggiormente appetibili in campo internazionale. Ha stracciato reti su reti, record su record, ma in termini di trofei, il suo ultimo alloro prima della Coppa Italia 2004-2005 con l'Inter, è riscontrabile nella Coppa delle Coppe 1998-1999: due a uno della Lazio al Maiorca di Hector Cuper, con tanto di gol dell'uno a zero, dopo sette minuti, di Mr. Bobo.

Una carriera vissuta al vertice, nella Juventus di Marcello Lippi prima, nella Lazio di Sven Goran Eriksson poi. Nel mezzo, l'Atletico Madrid: 24 gol in altrettanti match, sarà Pichichi del campionato, unico italiano a riuscire nell'impresa.

Estate del 1999, avviene il passaggio storico all'Inter di Massimo Moratti, alla ricerca della gloria paterna. Una squadra ricca di campioni e fenomeni: Ronaldo, Roberto Baggio, Clarence Seedorf, Laurent Blanc, Angelo Peruzzi, Javier Zanetti, Christian Panucci, Lippi in panca a guidare questo gruppo temibile. Bobo sbarca a Milano per la cifra record di 90 miliardi di lire, nel pacchetto viene incluso Diego Pablo Simeone, l'anima della Beneamata che sfiorò il titolo nel 1997-1998, con Gigi Simoni. Ma quella squadra non ingrana.

Arriverà un quarto posto e la qualificazione alla Champions League in un commovente spareggio contro il Parma. Commovente perchè Baggio, causa dissapori con il tecnico viareggino, ha deciso di andare via. Le stagioni si susseguono, Vieri è sempre uno dei migliori, probabilmente il più amato dalle foll: è lui il bomber che dovrà trascinare la banda Cuper allo scudetto. Il 2002 sembrerebbe l'anno buono, ma l'harakiri è dietro l'angolo.

Arriva la tragicomica partita dell'Olimpico, con la tanto discussa ballata di Gresko e Poborsky, il pianto di dolore del Fenomeno, istantanea dell'anima nerazzurra, sprofondata nella malinconica, assurda convinzione che il mondo sarebbe potuto finire anche il quegli istanti, tanto, cosa ci sarebbe stato di peggio? All'Olimpico sono trascorsi appena 12', Vieri porta in vantaggio l'Inter, è l'inizio dell'incubo.

Rialziamo la testa. Ronny va via, Vieri è ormai l'alfiere nerazzurro e nella stagione 2002-2003 si laurea capocannoniere della Serie A con 24 reti in 23 partite, ma un infortunio lo frena sul più bello: è decisivo nel doppio confronto con il Valencia nei quarti di Champions League, ma in semifinale non ci sarà.

Malinconicamente rimane a braccia conserte, con una t-shirt bianca, in mezzo ai compagni, ai bordi del campo. L'ennesima occasione per entrare nella leggenda, ma il destino ha voluto altro. Tanti gol, uno più decisivo dell'altro, anche in Nazionale, ma sia nel 1998, sia nel Mondiale nippo-coreano, qualcosa va storto. Agli Europei del 2000 non viene convocato per un infortunio contro il Parma nel già citato spareggio. Nel 2006 è sulla lista di Lippi, ma l'ennesima decisione di Eupalla, quando indossa la maglia del Monaco, in marzo, costringe l'ariete a saltare la storica rassegna. Totti pennella, Bobo incorna, Iuliano accorre per festeggiare, per gli azzurri si mette bene. Non andrà così.

Fabio, alza quella coppa, quella stramaledetta coppa. Ragazzi, sono felice per voi, siete campioni del mondo. Io no, però. Dovevo esserci anche io a festeggiare, sarebbe stato il punto esclamativo su una carriera che mi ha precluso tante gioie. Ah, destino ingrato, tanto mi hai dato, ma troppo mi hai tolto. La mia grandezza sta tutta nei gol realizzati, sono stato il simbolo, per una generazione, dell'attaccante di sfondamento, ho segnato sempre, anche in quell'innominabile Lazio-Inter, ma non è bastato. Con la Corea io ho portato in vantaggio i tanto vituperati azzurri, il Trap soffriva, gli ho regalato gioia per un istante. Maledetto Olimpico, maledetto golden gol in Corea, maledetta semifinale con il Milan, maledetti infortuni. A Berlino, dovevo esserci anche io.


  • Classe 1996, laureato in Lettere, semina pareri e metafore su un pallone che rotola, aspettando il grande momento.

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