Interventi a gamba tesa

È giusto cambiare nome ai Washington Redskins?

 


Ha fatto molto discutere negli States e in Italia, il comunicato rilasciato in data 3 luglio dai Washington Redskins riguardo al possibile cambio nome della franchigia perché offensivo nei confronti dei nativi americani. In questo articolo ci chiediamo se sia giusto o meno farlo, analizzando le motivazioni alla base della scelta.


La squadra, nata come Boston Braves nel lontano 1932 e residente a Washington come Redskins sin dal 1937, non è per la prima volta al centro delle polemiche legate al nome che nel corso degli anni è stato messo più volte in discussione dall’opinione pubblica e dalla comunità dei nativi.

Redskins, traducibile in italiano come pellerossa, forse in Italia ed in Europa non dirà molto perché è una parola che è stata ampiamente introdotta nel nostro linguaggio sin dai primi anni Cinquanta grazie alla filmografia western. Di base in italiano non esiste l’accezione negativa o offensiva della parola, ma agli inizi dell’Ottocento la parola redskins indicava gli scalpi dei nativi americani che venivano richiesti dagli ufficiali dell’US Army come prova per incassare le taglie durante le sanguinose guerre indiane. È una parola che è stata ampiamente sdoganata in inglese, ciò non vuol dire che abbia perso il significato dell’origine, ovvero l’appartenenza semantica alle violenze e alle segregazioni subite dai nativi.

A suscitare le ire dei fan – americani e non -però, non è tanto quanto appena riportato, ma il fatto che il comunicato della franchigia sia arrivato dopo le pressioni esercitate da FedEx, detentrice dei naming rights dello stadio in Maryland, e da Nike. Le accuse che vengono mosse dalla fanbase sono sostanzialmente semplici: la squadra starebbe riconsiderando un cambio nome solo perché ci sarebbero di mezzo gli accordi di sponsorizzazione milionari e la vendita del merchandising (Nike ha momentaneamente sospeso la vendita degli oggetti Redskins dai propri store online).

Il nome pellerossa ed in parte anche il simbolo sarebbero considerati da una parte della comunità di nativi americani offensivo.

Il problema per i fan, al di là della semplice “perdita culturale”, è che questa nuova rotta societaria sia stata intrapresa solamente sull’onda lunga del Black Lives Matter in quanto i numerosi appelli per il cambio di nome negli scorsi anni erano caduti nel vuoto e che quindi questa eventuale scelta sia intrisa di ipocrisia.

Prima di addentrarci nella questione sul fatto se sia giusto o meno, due considerazioni:

  • La National Football League è una organizzazione privata formata da 32 società private anch’esse. Le franchigie eleggono il loro  commissioner e i loro organi societari, sono sì soggette ad un regolamento interno ma le proposte e richieste che vengono sottoposte possono venire votate dai proprietari, i team godono quindi di una libertà che in altri sport non avrebbero.
  • Negli Stati Uniti le squadre e i fan sono abituati ai fenomeni di relocation, ovvero quando i team cambiano città e magari anche nome per approdare in un mercato più ricco o conveniente. In anni recenti è successo ai Supersonics spostati da Seattle a Oklahoma in NBA e ai Rams spostati da St. Louis a Los Angeles o i Raiders spostati da Oakland a Las Vegas in NFL (un po’ come se spostassero la Juventus a Reggio Calabria in Serie A).

Roger Goodell, attuale commissioner della NFL, ha recentemente rivisto la posizione della lega riguardo all’inginocchiarsi durante l’inno nazionale.

Quindi il discorso di mantenere integri i valori societari non regge

Non in questo sport e in questa lega privata dove i proprietari hanno ampi poteri di cambiare le cose con una semplice votazione. E poi di quali valori staremmo parlando? Conservare l’identità culturale di una città che ha il 43.6% di bianchi i quali si identificherebbero in una rappresentazione stereotipata dei nativi americani? Un po’ debole come motivazione.

La richiesta di FedEx è frutto dell’onda lunga del Black Lives MatterProbabilmente si.
Una decisione del genere, seppur ipocrita, è sbagliata alla base solo in quanto tale? Assolutamente no, in quanto questo cambiamento va a rispettare l’opinione di una minoranza etnica molto spesso esclusa, relegata e inascoltata. Siamo spesso abituati a vedere il mondo degli affari (perché è di questo che si parla) come ad un ambiente privo di etica o di morale, ora che le cose iniziano a muoversi verso il giusto non possiamo permettere di perdere il focus.

È ammirevole che il bianco caucasico medio si indigni per il cambio di nome della propria squadra del cuore, sarebbe ancora più ammirevole se le persone facessero uno sforzo cognitivo per dimostrare una sensibilità ai problemi altrui che spesso manca negli sport professionistici, ricordando che lo sport, alla base, dovrebbe veicolare messaggi di rispetto ed integrazione. Dopo tutto, la base del fair play non è anche questo?

Come dicevamo la questione del cambio nome dei Redskins non nasce ieri. Il vero problema è che una vicenda così significativa per una minoranza sia stata inascoltata troppo a lungo, e che solo grazie alle pressioni fatte dagli sponsor e dagli azionisti è stato possibile intavolare un discorso serio per valutare se cambiare o meno il nome.Oggi negli Stati Uniti è in atto una rivoluzione culturale fondamentale in primis per il paese, ma in generale per il mondo: l’errore di chi guarda dall’Europa è fermarsi solo a giudicare l’ipocrisia di facciata delle aziende senza guardare a ciò che ci sarebbe immediatamente dopo, ovvero il rispetto di una minoranza ed una azione inclusiva tesa a risanare ferite mai del tutto guarite.


 

Studio storia. Vivo tra Milano e Pavia, mi interesso di libri, persone, cose, auto e fogli di giornale.