Interventi a gamba tesa

A nessuno importa della Serie C


Tra fallimenti e dibattiti sulla riforma, la Serie C italiana non importa più a nessuno. Forse solo ai tifosi delle squadre partecipanti: alla base del disinteresse, l’insostenibilità di un sistema che non si regge in piedi e che costantemente lotta per sopravvivere.


Abbiamo tutti bisogno della Serie C. Espediente catartico di ogni storia calcistica e tensione produttrice dei sogni di chi, in questo sport, non riesce ancora ad avere un’identità capace di distinguere le intenzioni di rivalsa dall’insostenibilità di una categoria incomprensibile. Oggi più di ieri.

Nel caos che la C ha il potere di stabilire ripetutamente a suo piacimento non siamo ancora riusciti a trovare una via che ci permetta di dar spazio all’unico elemento della nostra quotidianità che in questo tutto questo disordine risalta e non si perde: il libero arbitrio. L’arroganza mista a lucidità che permette di disinnescare le mine occultate da un sistema privo di norme ben definite e leggi non scritte. Perché nessuno, o quasi, in Serie C è libero di scegliere chi essere. E non sembra importare a qualcuno.

RISCHIATUTTO

Trincerati dietro al concetto fondamentale di rilancio del brand della Serie A agli occhi degli altri, abbiamo scordato il valore assoluto delle basi del nostro sistema, non curandole. Con il rischio del collasso.

Con il Covid-19 la situazione è addirittura peggiorata. La nota stima di PwC TLS sui danni generati dal Coronavirus alle casse dei club di Lega Pro, tra i 20 e gli 84 milioni di euro, non riesce a trasmettere le reali angosce delle società: basta guardare agli effetti di una delle decisioni prese dal Consiglio federale dello scorso 8 giugno che, dopo aver decretato la promozione diretta in Serie B di Monza, Vicenza e Reggina (sulla prima e l’ultima squadra torneremo dopo, per altri motivi), ha sancito la disputa dei Playoff per chi se la sentisse. Che è insieme una grande novità e un’importante soluzione, soprattutto in tempi difficili: il problema vero è nato dopo, ed è di natura simbolica.

Al termine ultimo del 10 giugno sei club hanno comunicato ufficialmente la propria rinuncia (comprensivi tra chi ha chiuso la regular season in zona Playoff e chi, le undicesime dei Gironi A e C, aspettava il risultato della finale di Coppa tra Juventus U23 e Ternana): Pontedera, Arezzo, Piacenza, Modena, Pro Patria e Vibonese hanno deciso sostanzialmente di non rischiare. Cosa? Di ritrovarsi, alla fine di un’esperienza che comunque quest’anno prevede solo sei gare, tutte ad eliminazione diretta, a dover fare i conti con uscite insostenibili. E qui ritorna il concetto di insostenibilità: non solo per società da anni in difficoltà economica, ma anche per quelle con situazioni finanziarie positive.

Il Modena e la Vibonese, ad esempio, sono due tra i club di Lega Pro che stanno meglio, sia per gestione che per programmazione. Dopo il fallimento del 2017 gli emiliani si sono rimessi in sesto e hanno iniziato a progettare il futuro, anche sulla scia del ripescaggio della scorsa estate: ritornati tra i professionisti, hanno chiuso la stagione regolare al settimo posto in classifica nel Girone B (ottavo per l’algoritmo) grazie ad idee chiare e alla solidità economica della proprietà di Romano Sghedoni, fondatore e patron di Kerakoll che, un anno fa, da socio rilevò le quote di Romano Amedei e di Carmelo Salerno, che detenevano il 25% ciascuno, divenendo socio di maggioranza, e che da marzo, dopo le dimissioni di Paolo Galassini e Gian Lauro Morselli, è diventato unico proprietario gialloblu.

La situazione economica della Vibonese, poi, è nota a tutti: Pippo Caffo, patron delle omonime distillerie che danno i natali all’Amaro del Capo, è riuscito ad associare forza economica a coscienza calcistica, soprattutto nelle ultime due stagioni, raggiungendo forse il punto più alto della sua storia in questo meraviglioso sport con la vittoria per 5-0 contro il Catania al Razza lo scorso 20 ottobre. Nonostante quanto scritto, entrambi i club hanno deciso di non disputare i Playoff (la Vibonese non li avrebbe comunque giocati, vista la sconfitta in finale di Coppa della Ternana, che di conseguenza non ha allargato la griglia Playoff all’undicesima qualificata): perché i costi delle gare, in aggiunta all’attuazione del protocollo sanitario post-Covid (con cifre stimate tra 90 mila e 146 mila euro), e senza la possibilità di incassare dal matchday, sono stati più grandi degli stessi sogni.

Il fondatore di Kerakoll e proprietario del Modena, Romano Sghedoni

Decisione che, letta in generale, oltretutto squarcia inquietantemente il velo dell’ipocrisia, donando maggiore forza ad ogni tipo di interrogativo sul tema: quante delle squadre che partecipano puntualmente agli spareggi sono realmente consapevoli di voler conquistare la promozione?

Tra le rinunciatarie c’è anche il Piacenza, finalista della scorsa edizione dei Playoff che hanno visto trionfare il Trapani. Emblema del controsenso che sta alla base della categoria: se non centri la promozione in B ti ritrovi tra le mani un conto economico salatissimo per l’investimento stagionale e tanti, ma tanti rimpianti. Benvenuti al rischiatutto.

SERIE C-AOS

Ad un certo punto del lockdown, mentre eravamo tutti impegnati ad evitarci e ad evitare i contagi, tra una call conference e l’altra si inizia a discutere anche della possibilità di una riforma. Perché a sentire i rappresentanti, intervenuti frequentemente ai microfoni delle testate che seguono la C che, di conseguenza, sono sobbalzate alla notizia spifferata da qualcuno, se ne è parlato davvero: Serie B a due gironi da 20 squadre ciascuno e Lega Pro semiprofessionistica.

Oggi, dopo aver assistito al panico generato da quest’idea e al dibattito pubblico sul tema (quasi nella totalità dei casi declinato alla teoria e mai alla pratica) sappiamo che questa riforma se si farà vedrà la luce nella stagione 2021/22. Il presidente della Lega Pro, Francesco Ghirelli, lo scorso 25 giugno al sito ufficiale della categoria ha commentato la notizia facendola rientrare tra le «due importanti conferme» ricevute nel corso del Consiglio federale tenutosi nella stessa data. Il problema di fondo rimane il solito: il format prima o poi dovrà cambiare, e Ghirelli lo sa bene.

Dalla stagione 2013/14 sono più di 40 i club di Lega Pro falliti o non iscritti al campionato successivo nonostante ne avessero diritto. Più in generale, consultando il Report Calcio 2019 di PwC (in attesa del 2020), nel periodo 2009/2018 si è registrato un calo del -3,5% delle società professionistiche tra A, B e C, con un minimo di 96 società pro nella stagione 2015/16. Andando al di là della vergogna pubblica generata dalla gara tra Cuneo e Pro Piacenza terminata 20-0 nel dicembre del 2018, punto più basso in assoluto della nostra Serie C, la terza categoria per importanza in Italia ha consegnato casi-limite che hanno fatto scuola e che restituiscono perfettamente la sensazione generata dal paradosso di fondo: l’Arezzo, ad esempio, nonostante sia stato dichiarato fallito il 15 marzo 2018 è riuscito comunque a completare, in esercizio provvisorio, la stagione regolare e a salvarsi con 15 punti di penalizzazione, disputando i due campionati successivi in C dopo essere stato ceduto all’asta.

Gli highlights della vergogna

O possiamo anche discutere del Trapani, promosso in B nel 2019 dopo aver vinto i Playoff nonostante i giocatori non percepissero compensi da mesi. A Catania, quest’anno, la squadra di Lucarelli è comunque scesa in campo nonostante il mancato pagamento degli stipendi e con la società che lotta per la sopravvivenza (e che il 23 luglio prossimo potrebbe essere ceduta tramite procedura competitiva al Tribunale). Normale amministrazione: indubbiamente emozionante. Sostanzialmente evitabile.

Il Trapani dei giocatori non pagati festeggia la promozione in Serie B il 15 giugno 2019

UNA RIFORMA SOSTANZIALMENTE IMPOSSIBILE

Altro problema riguarda i costi di gestione di una stagione che possono sfiorare i 4 milioni per i club che puntano alla promozione in Serie B, escluse ovviamente Monza, Reggina e Bari che, grazie all’ingresso di nuovi proprietari come Berlusconi, Gallo e De Laurentiis, hanno sostanzialmente rotto l’equilibrio già precario creando un solco. Fatta eccezione per il Bari, in difficoltà tecnica nella primissima parte dell’ultima regular season nel Girone C, le altre due squadre, promosse dopo aver dominato per gran parte del campionato (il Monza ha chiuso con un +16 sulla Carrarese, la Reggina con un +9 sullo stesso Bari), confermano una formula tendente al pay to win che rischia di fratturare in maniera netta i tre gironi, con una contraddizione di fondo che ben si sposa con il contesto generale. Prima di investire su un club di Serie C un imprenditore ci pensa tante di quelle volte che, alla fine, comprende gli svantaggi e ritorna sui suoi passi.

Il presidente della Reggina, Luca Gallo, presenta German Denis

(Photo by Attilio Morabito via Gazzetta del Sud Reggio)

Alla base, un sistema che invoca costantemente una defiscalizzazione finora inesistente (utile ricordare lo sciopero del campionato voluto con forza dal presidente Ghirelli per il weekend del 21-22 dicembre scorso, per questo motivo) e che costringe le società di Lega Pro a programmare partendo dagli stipendi dei giocatori, che rappresentano la fetta più grande degli esborsi in bilancio, mentre gli stessi calciatori guardano persino alla Serie D per guadagnare qualcosa in più. La situazione sarà cambiata, soprattutto dopo il Covid-19? È ancora presto per discuterne.

Ora, la domanda sorge spontanea: oltre ad essere necessaria, la riforma è anche possibile? Bisogna dare atto all’attuale governance di aver trovato, in linea con il presidente della FIGC Gabriele Gravina, diversi modi per spegnere sul nascere i fenomeni-tipo di cui abbiamo discusso prima (in questa stagione, un campanello d’allarme lo aveva fatto suonare il Rieti che, ad un passo dal fallimento, è stata letteralmente “stoppata” poco prima di spedire in campo la Berretti con un allenatore senza patentino né deroga contro la Reggina il 17 novembre, scongiurando così un’altra Cuneo-Pro Piacenza), ma riformare la C sembra una battaglia persa in partenza. Tecnicamente, nonostante le nuove norme prevedano una certa autonomia per quel che concerne il cambio di format, bisognerà comunque raggiungere una certa intesa tra le Leghe all’interno del Consiglio federale, se il cambio di format coinvolga promozioni e retrocessioni: più in generale, discutendo di proposte, il problema spesso sta anche nel peso che la Lega Pro ha in Consiglio.

Tolti i rappresentanti di Serie A e B, quelli di Lega Pro sono 3 su 20 totali, con un peso ponderato del 17%, e per passare una proposta deve ricevere il via libera del 75% delle componenti. Se a questo aggiungiamo che la Lega Nazionale Dilettanti vanta 6 consiglieri su 20, riusciamo a rendere l’idea di un complesso meccanismo che per giungere ad un’intesa su qualsiasi tipo di riforma ha bisogno di un mezzo miracolo. O qualcosa in più.

Francesco Ghirelli sta provando a cambiare la Serie C

(Photo by Marco Ferroni via Il Messaggero)

CON LE TASCHE VUOTE

A: «Come? Tu non vuoi imitatori?».

B: «Io non voglio che mi si imiti in qualche cosa, voglio che ognuno inventi per sé qualcosa: lo stesso che faccio io».

A: «Ma allora -?».

(F. Nietzsche, La Gaia Scienza, Adelphi, Milano, 1997, p.195)

In uno degli aforismi contenuti ne La Gaia Scienza, Nietzsche trasmette schiettezza. Il fatto è che non vogliamo per forza che ci si allinei al modello estero di Serie C, e in particolare inglese, ma almeno che si prenda spunto da esso per sviluppare qualcosa di efficiente.

Analizzando i numeri dell’Annual Review of Football Finance 2020 di Deloitte, si può notare come i ricavi medi dei club di Football League One e Two (Serie C1 e C2 per dirla alla italiana) siano stati di 6-8 milioni per quelli di FL1 (stagioni 2017/18 e 2018/19) e 4 milioni per quelli di FL2 (uguali per stagione), per un totale di 147 e 191 milioni di euro per i primi (rispettivamente 17/18 e 18/19) e 91 milioni per i secondi. Per quel che riguarda i costi relativi agli stipendi, i club di FL1 registrano un esborso, sempre per il periodo preso in esame, di 137 milioni e 153 milioni che, quindi, hanno inciso per il 94% e per l’80% sui ricavi. In media ogni club di Football League One affronta una spesa di 6 milioni annui per gli ingaggi, che non sono pochi, ma che se rapportati ai ricavi non pesano troppo come peserebbero, al contrario, a tutti quei club che nella nostra Serie C puntano alla promozione in Serie B.

I dati all’interno dell’Annual Review of Football Finance 2020 di Deloitte

Per comprendere meglio la difficile situazione economica della Lega Pro basta passare in rassegna i dati riportati da PwC: per la stagione 2017/18 i club di Serie C hanno fatto registrare un risultato in passivo di 60 milioni, numero ricavato dal valore della produzione, 126 miloni di euro, e dal costo della produzione, 184 milioni di euro, con un’incidenza del costo del lavoro che pesa per l’83% sul valore della produzione. Ma la situazione potrebbe essere addirittura peggiorata rispetto allo studio di PwC: «La Serie C non ha ricavi, perde 120 milioni di euro all’anno. Circa 2 milioni per ciascuno dei 60 “eroi” che sono i vari presidenti della Serie C», affermava Adriano Galliani a La Provincia ad inizio Aprile. C’è una minima possibilità di rinascita? Sì, ma ha bisogno di tempo.

I numeri impietosi della nostra Serie C contenuti nel Report Calcio 2019 di PwC

I RISULTATI SPORTIVI SALVERANNO LA SERIE C?

Pochi istanti prima dell’intervallo di un’anomala partita disputata in un’umidissima serata del Manuzzi il destino della Serie C, che fino a quel momento giocava a scacchi con la decadenza muovendo nervosamente le torri a protezione del Re, ricorda che una delle sue mosse recenti volte alla sopravvivenza generale può cambiare la situazione. Il tap-in di Hamza Rafia che, a conti fatti, regalerà la vittoria in Coppa Italia Serie C alla Juventus U23 si colloca esattamente in mezzo tra il fallimento e l’inizio di un’altra era in Lega Pro: è, in qualche modo, insieme premessa di soddisfazioni e speranza che, con il tempo, i progetti sportivi della Lega Pro vedano e producano luce per il sistema. Andiamo con ordine.

Ecco il punto di svolta del futuro della Serie C

La presenza di club prestigiosi in Serie C, con giocatori che nonostante l’esperienza (alternativa ad “età avanzata”) riescono ad incidere e vincere partite, vedi Denis e Reginaldo nella promozione della Reggina, è da sempre uno dei punti forti a livello d’immagine della categoria. In quest’ottica quindi, il progetto della FIGC delle “Squadre B”, concretamente realizzato solo dalla Juventus finora, può aiutare. Il fatto che al secondo anno di vita della Juve U23 ci sia ritrovati, alla rete del momentaneo vantaggio della Ternana, a decretare la morte di quest’altra idea e che poi a fine gara tutti abbiano rivolto un plauso all’iniziativa fa capire bene quanta scarsa sia la fiducia riposta nei confronti di tutto ciò che riguarda la Serie C. Quasi aprioristicamente.

La festa nella notte del Manuzzi

Ritornando alla Reggina, ma allargando gli orizzonti, la speranza è che i progetti sportivi solidi possano livellare il tasso qualitativo della C verso l’alto: escluso il Parma, protagonista di una cavalcata fatta di forza della tradizione e delle intenzioni, SPAL e Lecce sono gli emblemi di ciò che può essere abitualmente la Serie C, in termini di programmazione e investimenti, ma non solo.

Per comprendere l’aspetto qualitativo di cui stiamo discutendo, che non è il bel gioco, ma il capitale umano, basta prendere in esame la stagione in Serie A di Marco Mancosu, acquistato dai salentini nel 2016. Lui come Giangiacomo Magnani del Sassuolo, in C con il Siracusa due anni fa, rappresentano insieme agli altri, andando ben al di là della modifica al format e della riforma (che coinvolge anche l’impiego dei giovani), il punto di partenza per cambiare la Serie C: per non ritrovarci in futuro con una categoria che non importa a nessuno se non ai tifosi delle partecipanti, “magra consolazione” per i club di provincia che non possono sognare, e con un guazzabuglio di squadre che lottano per sopravvivere e non per vincere.


 

Giornalista pubblicista classe '94 a metà tra filosofo e sofista. Fautore del calcio come "prodotto sociale", si appassiona al mondo del giornalismo sportivo sin da piccolo, seguendo le telecronache in TV e intervistando i parenti. Vive costantemente tra microfono, cuffia e tastiera, alla ricerca di storie da raccontare.