Interventi a gamba tesa

La calda estate dell’Inter e di Antonio Conte


In questa estate assai strana, un po’ sospesa e un po’ trattenuta, che pure se ti vuoi riparare un po’ dal sole ti trovi con un’invadente ombra di cattivi presagi che ti insegue, agli interisti tocca pure interrogarsi su un mistero apparentemente insondabile. Ma come diamine è che all’interno di una squadra di calcio nerazzurra, da troppi anni a questa parte, continua inderogabilmente a cambiare tutto ma poi, alla fine, non cambia niente?


Presi nel vortice del pezzo finale di un campionato di serie A, in stadi vuoti e tempi imprevisti, per l’Inter potrebbe risultare una somma sinistramente uguale alla somma che risultava l’estate prima, e anche quella prima ancora. Muta il fatto che a questo punto, nelle estati precedenti, era il tempo dei cambiamenti o addirittura delle rivoluzioni, ora invece è il tempo per uscire da partite sconcertanti, guardare la classifica e farsi assalire da questo tremendo sospetto che, alla fine, il risultato sia più o meno uguale. Tipo come quando hai degli slanci clamorosi, fai delle piroette sensazionali, però poi quando vai a poggiare i piedi a terra ti accorgi di trovarti di nuovo esattamente allo stesso punto di prima.

Antonio Conte è andato ai microfoni (in quella strana messinscena che le incertezze sanitarie di questi tempi impongono, senza però che si perdano la solennità e la gravità delle conferenze stampa pre-Covid) e neanche lui è potuto sfuggire all’amarissima constatazione. Ha riparato sul pacchetto preconfezionato, intendendo metterci dentro tutti coloro che di questa squadra facevano parte già prima di lui e sui quali lui sta pur lavorando, ma… la frase la potete continuare voi come meglio vi aggrada, senza offendere nessuno, perché direi che il senso si è capito. Poi ha provato pure a ribadire la tesi che il “progetto vincente” ha bisogno dei suoi tempi per dispiegarsi, che i cambiamenti non possono realizzarsi dalla sera alla mattina, però alla fine non ha comunque potuto evitare di venire a patti con la realtà. La realtà è che le cose, per lui e per la sua Inter, sono andate decisamente peggio di come dovevano e soprattutto di come egli avrebbe voluto. Non si può proprio scappare.

Ora, calibrare un discorso sulle parole dette da Conte in conferenza stampa, specie dopo una partita come quella di domenica, ci condurrebbe facilmente alla superficialità ed è un approdo a cui tendenzialmente vorremo sfuggire, per quanto ci è possibile. Certe dinamiche, certi artifici retorici (chiamiamoli pure così) dovrebbero risultare tra l’altro ormai prevedibili e, per quanto tendano a caratterizzarlo, non appartengono solo né vi ricorre soltanto Antonio Conte. Fanno tutti così ormai, o quasi, senza neanche bisogni di essere allenatori.

Il discorso non lo calibriamo neanche sull’attuale posizione in classifica, né su un pretestuoso confronto tra i punti dell’anno scorso e quelli di quest’anno; sono due campionati diversi, sono due storie diverse.

Risulta già più interessante, invece, constatare come questa squadra sia puntualmente inciampata, finendo il più delle volte addirittura faccia a terra, a ogni occasione in cui c’era la necessità di qualificarsi (intesa come l’atto di dimostrarsi, di chiarire la propria identità). Ogni snodo davvero importante della stagione: una facciata piena. Con il Barcellona (senza Messi e non solo) a San Siro, in Champions; nello scontro diretto con la Juve, sia in casa che a porte chiuse a Torino; contro la Lazio a Roma; nel doppio confronto (sfalsato nei tempi) in Coppa Italia contro il Napoli. Com’è, come non è, ogni volta che doveva spiccare il salto in avanti, l’Inter di Conte si è infranta. Finché, dopo non essere mai riuscita a dimostrarsi all’altezza di quello che voleva essere con deprimente puntualità, ha cominciato come a sfilacciarsi via via, allontanandosi sempre di più anche da ciò che almeno era riuscita a dimostrare effettivamente di saper essere. In concreto, non riuscendo più neanche a vincere contro il Sassuolo e il Bologna.

La sconfitta più “Inter” della stagione.

Come se a questa squadra fosse stato chiesto qualcosa al di sopra delle proprie effettive possibilità e nel momento in cui lo scontro con la impietosa realtà è risultato inevitabile, questa stessa squadra abbia finito per smarrire anche sé stessa. Calibrare, dunque, il discorso sui limiti qualitativi della rosa e sui limiti tecnici individuali dei suoi componenti diventa addirittura consequenziale. Non c’è dubbio che l’inghippo risieda proprio lì, e in ognuno degli snodi importanti di cui sopra, la faccenda in campo è risultata financo lampante. Perché tu puoi allestire il progetto vincente più cool che esista (anche se già pure questo è difficile, visto che ormai nel calcio, a qualsiasi livello, se non hai un “progetto” non sei nessuno); dopodiché, se non hai in campo chi riesce a fare la differenza… confido nel fatto che riusciate tutti ad avere benissimo presente dove finisci per dover apporre il suddetto progetto vincente.

Per vincere ci vogliono i fuoriclasse e se i fuoriclasse non ce l’hai, non puoi che attaccarti. Fin qui, avremmo detto delle ovvietà. Anche perché non è che sia colpa di Zhang e di Marotta se a disposizione di Antonio non sono arrivati Messi, De Bruyne, Benzema e Alexander-Arnold, tanto per dirne alcuni a caso. E non è neanche colpa di Antonio che non li ha richiesti.

Ecco, esaurite le ovvietà, passiamo alle cose un po’ più complicate. Le cose si complicano un po’ quando vai a scartare per bene il pacchetto preconfezionato e ti accorgi che qualcosina sul mercato l’Inter, per il proprio allenatore, l’ha pure investita. E ti accorgi anche che, di calciatori nuovi, qualcuno ne è pure arrivato: Lukaku, Godin, Sensi, Lazaro, Barella, Sanchez, Biraghi, a gennaio Moses, Young, Eriksen. Qualcun altro l’avremo magari dimenticato, ma già questi direi che tendono a incrinare abbastanza la vicenda della preconfezione. Sulle fasce, in difesa, a centrocampo, in attacco, ad Antonio Conte i calciatori sono stati comprati. Non erano quelli che lui voleva, con pure il FFP a tarpare ulteriormente le ali del mercato? Magari sarà anche vero in parte, ma appunto solo in parte. Così come è pur vero che qualche pezzo grosso è stato pure abbandonato per strada, tuttavia si trattava di pezzi che per sua diretta ammissione e come sanno anche i bambini, è stato proprio l’allenatore a decretare fin dal principio che non potevano incastrarsi nel suo progetto vincente.

Ci siamo. Ora le cose si sono complicate abbastanza per poter finalmente giungere a calibrare il nostro benedetto discorso. Si tratta di calibrarlo proprio su Antonio Conte, sulla sua storia e sulla sua identità personale, non sulla contingenza. Discutere il suo valore e il suo livello professionale sarebbe un’operazione indiscutibilmente da fessi, e qui da fessi non abbiamo una particolare voglia di passarci.

Vogliamo, piuttosto, riflettere sulla specificità delle sue qualità e sul personale modo d’intendere il suo ruolo e il suo lavoro. Antonio Conte pretende di plasmare una squadra a sua immagine e somiglianza, e ha pure scarsa considerazione del libero arbitrio. Della sua squadra vuole avere tutti gli interruttori a portata di mano, per premerli, accendere, spegnere e muovere ogni cosa in campo attraverso le proprie mani. Il rischio è che, per ottenere una squadra del genere, finisci per doverti affidare più a soldatini che a fuoriclasse. Qualcuno potrà subito obiettare: “ma allora com’è che alla Juve ha vinto sin dal primo anno? Eppure in attacco aveva Matri.” Sì, certo. Però a centrocampo aveva Pirlo. E pure Vidal e Marchisio a pieno servizio al fianco del fenomeno. In porta e in difesa c’era il meglio del meglio d’Italia, e difficilmente avresti potuto trovare di meglio al mondo. Sorvolando sul fatto che, a un certo punto, ci fu un colpo di testa ravvicinato di Muntari che a momenti varcava la linea di porta. Per gli irriducibili dell’obiezione, aggiungiamo pure che nel suo primo anno al Chelsea, la sua squadra non aveva la Champions da giocare e in compenso disponeva di Hazard, Diego Costa al suo massimo splendore, Willian e giocava pure in 12 perché a centrocampo c’era Kanté.

Vi sembra un discorso teorico e preferireste un più sicuro ancoraggio alla pratica? Bene, proviamo a ricordare la sua Nazionale, quella che così tanto bene figurò agli Europei, specie in considerazione del fatto che si trattava (fino a quel momento) di una delle Nazionali probabilmente peggio fornite da centrocampo in avanti, sotto l’aspetto delle qualità strettamente tecniche. In quella squadra Giaccherini divenne un elemento imprescindibile, e non si trattava di un feticcio quanto piuttosto di un’ incarnazione calcistica del concetto di avatar.

Come dimenticare prestazioni del genere di “Giaccherinho”?

Volendo riportare a terra e soprattutto all’attualità lo svolazzo pindarico, può ancora valere a dispiegare meglio la pratica anche l’esempio dell’acquisto più costoso di questa nuova era nerazzurra. Romelu Lukaku ha vissuto certamente una stagione positiva e possiamo anche ritenere che si sia imposto come uno dei più apprezzabili nel percorso dell’Inter. Però, vi chiedo, quali sono i criteri per cui è stato scelto di puntare sull’ex Manchester United e non su un altro? Quali sono le qualità e le caratteristiche specifiche che hanno convinto Conte a puntare su di lui? Si tratta di qualità strettamente tecniche? Direi proprio di no. E, ancora, Lukaku può essere un calciatore che riesce a fare la differenza, è lui uno di quelli che ti può far vincere? Direi ancora di no. Certo, può essere importante, addirittura fondamentale se vicino a lui ci metti un fuoriclasse vero, ma il fuoriclasse non è certo lui. Non arrivo a metterci la mano sul fuoco che non potrà esserlo, un giorno, Lautaro. Ci metto, tuttavia, entrambe le mani sul fatto che un fuoriclasse, Lautaro, ora non lo è per nulla. Non a caso è accaduto che Lukaku si è effettivamente dimostrato importante, ma con lui e Lautaro davanti, giunti a ognuno di quei fatidici snodi, sono state facciate piene. A scanso di equivoci, chi scrive ritiene che non sarebbe andata diversamente neanche con quell’altro che c’era prima, Wanda o non Wanda.

Ci vuole qualcosa di più e ci vuole qualcosa di diverso. E allora, tanto per rimanere ancorati ai concetti e non ai nomi, sarebbe pure il caso che si smettesse di pensare in termini “va bene per il gioco di Conte”, o peggio ancora “si adatta al modulo di Conte”. Altrimenti verrebbe meno l’ovvietà di prima, e cioè che non si vince con il gioco di Conte o con i moduli, ma si vince con i campioni inseriti in un’organizzazione di gioco e in un sistema funzionale. O non siamo più d’accordo? Se siamo d’accordo la domanda di questa strana estate è duplice: 1) l’Inter è in grado di assicurare all’allenatore salentino gli uomini adatti a cambiare il corso del proprio destino? 2) Conte è l’allenatore adatto per cambiare il corso, ma direi meglio il verso, del destino dell’Inter?


 

Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.