Interventi a gamba tesa

L’omosessualità e il Futbol


Forse il più grande tabù che affligge il mondo del calcio. Senza il forse. Il Gioco è, secondo quanto appare essere assurto a pensiero unico, maschio e rude e, sempre stando alla vulgata, non adatto a donne né tantomeno ad omosessuali. Non c’è bisogno di dire che ciò rappresenti una delle più grandi mistificazioni ed è dimostrato de facto.


Se di qualcosa Carvalho era grato al suo corpo, era della conoscenza delle sue necessità. Aveva ereditato le teorie del padre che attribuivano al corpo umano un’assoluta saggezza fatta di necessità e rifiuti”

(Manuel Vazquez Montalban Tatuaggio)

Il calcio femminile, specie dopo il mondiale dell’anno scorso, è in forte ascesa e la sua leader carismatica a livello mondiale è, senza ombra di dubbio, Megan Rapinoe.

(Photo credit should read FRANCK FIFE/AFP/Getty Images)

Nella sua, ormai, leggendaria carriera, ha vinto il Mondiale di Francia 2019, il Golden Boot, il Golden Ball, il Ballon d’Or, The World’s Best Woman Playmaker dell’IFFHS e la nomina di Sports Illustrated a ”Sports person of the Year”.

Megan è la più giovane di cinque fratelli, con una sorella gemella, Rachael. Entrambe iniziano a giocare a calcio all’età di 4 anni e giocano insieme per l’University of Portland. Entrambe gay, fanno came out dopo il secondo anno di College.

Nel 2016, per solidarietà nei confronti del quarterback Colin Kaepernick, Megan si inginocchia durante l’inno americano contro ogni forma di razzismo.

Combatte apertamente ed aspramente la disparità salariale che esiste tra calcio maschile e femminile.

Intervistata da ABC, canale televisivo USA, ha detto: “Non c’è stato offerto un contratto come quello maschile. Se l’avessimo guadagneremmo tre volte di più (di quanto guadagnano adesso). Puoi guardare al compenso totale e pensare che “ah le donne fanno incassare meno”. Quando abbiamo fatto meno abbiamo vinto due Coppe del Mondo e vinto ogni singola gara giocata. Il compenso è molto differente. Ed è frustrante”.

In questa battaglia, però, non è rimasta sola, difatti oltre ad avere l’appoggio della Nazionale Maschile di Calcio anche la Federazione ha emesso una nota nel Marzo di quest’anno in appoggio a questa battaglia.

Megan è attivista per i diritti LGBT. Difatti, subito dopo la vittoria ai quarti del mondiale che la vedrà vincente, ha twittato: “Go gays! You can’t win a championship without gays on your team – it’s never been done before, ever. That’s science, right there!” (“Avanti omosessuali! Non puoi vincere un campionato senza gays nella tua squadra – non è mai stato fatto prima, mai. E’ la scienza!”).

Nel mondo maschile, però, l’aria è completamente differente. C’è tanta reticenza, paura, omertà.

Nel 2002, Bellucci promise a Nervo: “se segni contro il Brescia ti do un bacio sul naso”. Ebbene, Carlo Nervo segnò, Il Bologna vinse due a zero al Dall’Ara e Bellucci onorò la promessa, peccato che calibrò male la mira e lo baciò in bocca.

Il giorno dopo si scatenò un vero e proprio vespaio di polemiche. Sull’argomento omosessualità e calcio lo stesso Bellucci dirà, qualche tempo dopo, ricordando quanto accadde: “Penso che il problema sia proprio lì dentro. Se lo spogliatoio ti accetta, allora è diverso. Ma se non lo fa, è dura per un giocatore omosessuale confessare di esserlo (omosessuale)”.

Totò Di Natale, attaccante napoletano e bandiera dell’Udinese, disse in tema: “Infrangere il tabú dell´omosessualità nel mondo del calcio è un´impresa difficile, direi quasi impossibile”.

I numeri danno ragione a Di Natale tanto che secondo Stonewall, associazione britannica che punta all’inclusione LGBT nel calcio, ben il 72% dei tifosi ha ascoltato almeno una volta un coro omofobo in una partita giocata negli ultimi cinque anni.

Si pensi che, ad oggi, i giocatori apertamente dichiaratisi omosessuali sono 8. In tutta la storia del calcio moderno.

La prima storia che merita di essere narrata è quella di Justin Fashanu.

Prospetto calcistico che negli anni ‘80 si riteneva essere tra i più interessanti tanto che la sua valutazione arrivò sino a 1 Milione di Sterline. Il primo calciatore di colore dell’era moderna ad essere stimato una tale cifra.

Seconda generazione di migranti delle colonie inglesi. Piede raffinatissimo, si pensi che al suo primo anno da professionista, al Norwich City, segnò 39 gol in 103 partite. Oggetto costante di insulti razzisti sui campi inglesi, venne chiamato da Clough al Forrest, solo che quest’ultimo gli fece piovere addosso tutta la sua ignoranza reazionaria.

All’epoca, per non destare sospetti, Justin aveva una fidanzata ma non giocava un granchè bene, anzi.

A Clough fu riferito che il giovanotto di origine nigeriana frequentava locali gay. Questo sospetto scatenò la rabbia dell’allenatore. Si dice lo abbia apostrofato: “fottuto finocchio”. Questo, come si potrà facilmente immaginare, abbattè il morale del giocatore e lo rese terrorizzato dallo stesso allenatore.

Venne mandato via ed iniziò un calvario fatto di infortuni gravi al ginocchio e frequente cambio di casacche (Brighton, Los Angeles Heat – Stati Uniti, Edmonton Brickman – Canada).

Il 22 ottobre del 1990 sulle colonne del tabloid “The sun” Justin Fashanu disse: “I’m gay. Volevo fare qualcosa di positivo –trovò la forza ed il coraggio di farlo dopo il suicidio di un giovane omosessuale cacciato da casa – per impedire che tali morti accadessero ancora, così ho deciso di dare l’esempio”.

Dopo la pubblicazione di quella frase venne rinnegato pubblicamente dal fratello John e dalla comunità nera.

Si trasferì negli States dove finirà per essere accusato di stupro.

Venne ritrovato impiccato in un garage a Londra il 3 maggio 1998 con accanto questo biglietto: “Spero che il Gesù che amo mi accolga: troverò la pace, infine”.

Diverso è stato il caso dell’ex centrocampista della Lazio, Stoccarda (di cui è attualmente DS), West Ham e Nazionale Tedesca Thomas Hitzlsperger.

Dopo aver chiuso la sua carriera nel 2013, nel 2014 intervistato da Die Ziet disse: “Sono omosessuale. Ho deciso di parlarne perché credo sia arrivato il momento di fare un passo avanti riguardo a questo argomento, ovvero all’omosessualità nello sport professionistico. Io non mi sono mai vergognato di come sono fatto, ma nel calcio non è sempre facile affrontare questo argomento, viene ignorato. Immaginate 20 uomini seduti intorno a un tavolo, mentre bevono qualcosa e fanno battute sui gay, lasci fare se non sono troppe offensive, ma non è facile. Io ho giocato in Germania, in Inghilterra e in Italia e l’omosessualità non è considerata un problema, neanche negli spogliatoi, però nello sport professionistico si è molto competitivi, c’è voglia di lottare e di vincere e tutto questo, secondo alcuni stereotipi, non si adatta alle femminucce“.

Stessa tempistica venne scelta da Robbie Rogers, ex centrocampista di Columbus Crew e Los Angeles Galaxy, e da David Testo, ex Montreal Impact, che annunciarono la propria omosessualità contemporaneamente al ritiro dall’attività agonistica.

Olivier Rouyer, attaccante classe 1955 di Nancy, Strasburgo e Lione ed ex allenatore, ha rivelato di essere gay unicamente nel 2008, ben 18 anni dopo il ritiro dal calcio giocato e 9 anni dopo la fine delle esperienze sulle panchina di Nancy e Sion. Lo stesso Router ha dichiarato che proprio il suo orientamento sessuale sarebbe stato decisivo per il suo esonero al Nancy nel 1994.

Gli altri giocatori usciti “allo scoperto” sono Collin Martin, Anton Hysén e Andy Brennan, tutti ancora in attività.

Se si pensa sia complesso sulla cancha si pensi sugli spalti.

Voglio, quindi, raccontare la storia di Osmar Dziekaniaki Rodrigues, detto Careca.

Tifoso, ultras, del Gremio, soleva seguire la squadra come ogni aficionado in ogni stadio verde-oro. La sua passione è ben rappresentata da lui stesso quando a domanda rispose: “Il Gremio non è solo una squadra per me, è la mia religione, ho una malattia chiamata Gremio, la Gremio- Mania…se vieni a disturbarmi il giorno della partita ti caccio via in malo modo, perchè è il momento in cui dico le mie orazioni e non voglio che nessuno mi molesti”.

La nota che rende questa storia affine al tema è che Careca era omosessuale. Niente di strano, solo che siamo nella seconda metà degli anni settanta in un Brasile asfissiato dalla dittatura fascista.

Approdato nel cuore pulsante del tifo tricolor, si unì alla Torcida Eurico Lara, leggenda del Club (tanto da essere citato persino nell’inno ufficiale) gruppo più grande e sino a quel momento realmente organizzato. Careca ebbe un ruolo essenziale perché contribuì ad inserire elementi nuovi ed essenziali nel gruppo, si pensi alla batteria, all’uso dei bandieroni e alle uniformi per tutti gli aficionados: nasceva la “Fuerza Azul”.

Qualche anno dopo, però, a causa della crescente repressione da parte delle forze dell’ordine, alcuni leaders storici del gruppo e della tifoseria di Porto Alegre vennero arrestati tanto che Careca intese lasciare il gruppo definitivamente.

Dopo un incontro avvenuto al Coliseum (noto locale LGBT cittadino) nel 1977 con il presidente del Club Volmar Santos,  altro accesissimo hincha del Gremio, decise di formare il primo gruppo ultras dichiaratamente omosessuale del Gremio: il Coligay (Coli – come il locale, Gay come l’orientamento sessuale de los hinchas).

Prima apparizione ufficiale avvenne durante la partita Gremio – Santa Cruz de Recife il 09/04/1977.  Il loro coro recitava: “Nós somos da Coligay com o Gremio eu sempre estarei. Rebola pra frente, campeão novamente. É Grêmio, força e tradição. Sou tricolor pra valer, pra vibrar e vencer, para o que der e vier. Nós, Coligay de pé-quente, estaremos presente onde o Grêmio estiver“.

Sulla rivista Placar vennero descritti così: “Numa coisa a Coligay é inatacável: Um tanto quanto afastado das outras torcidas organizadas do clube — a Força Azul e a oficial Eurico Lara —, aquele grupinho de torcedores se despertou algum sentimento de quem observava à distância foi de surpresa: superava em animação as outras duas, batendo seus tambores e berrando o tempo todo em um jogo que o time levava fácil”. (“In una cosa, Coligay è inattaccabile: in qualche modo rimosso dagli altri sostenitori organizzati del club – la Forza Blu e l’Eurico Lara ufficiale – quel gruppo di fan ha svegliato un sentimento da coloro che guardavano da lontano era di sorpresa: hanno superato gli altri nell’animazione, battendo la batteria e urlando continuamente in una partita che la squadra ha preso facilmente”)

Il gruppo, come si potrà facilmente immaginare, subì le reazioni omofobiche tanto dagli stessi tifosi del Gremio così come da quelli avversari. A tal proposito Santos disse: “Quello che non capiscono è che, prima di tutto, siamo gremisti, che siamo elettrizzati dalla passione per il nostro club. L’intero gruppo era lì allo stadio da molto tempo, e l’unica differenza è che ora siamo insieme. È tutto Grêmio!”.

Per far capire l’omofobia che regna sovrana sugli spalti, non solo brasiliani, si pensi che ancora oggi le squadre avversarie espongono, in maniera dileggiatoria, lo striscione “Coligay” per stigmatizzare i tifosi del la Tricolor.

Occorre sottolineare che il Coligay, però, non era l’unica Torcida dichiaratamente LGBT visto che forme organizzate erano presenti a San Paolo, sponda Flamengo (FlaGay), a Belo Horizonte e Botafogo, (Bo-Gay).

Il Coligay ebbe un fortissimo impattosul mondo ultras brasiliano nonostante durò solo 3 anni (si consiglia la lettura del libro  Plumas, gradas y lentejuelas: una historia de Coligay, de Dolores Editora)

La traccia emotiva che contraddistingue ciascuna di queste storie è la paura di vedersi, come successo a Fashanu, troncata la carriera, l’estromissione da un sogno inseguito sin da bambino. Ma non solo. La paura che ti può attanagliare è anche quella di vederti ogni domenica, ma non solo, bersaglio di cori, striscioni, insulti di varia natura sul tuo orientamento sessuale.

La reticenza nell’esternare la propria sessualità altro non è che diretta emanazione della cultura omofobica e machista imperante. Il pensiero unico tossico ha reso l’amore, il sentimento più nobile che un essere umano possa provare, come strumento utile al puro fine riproduttivo, la famiglia, che dovrebbe essere contenitore di solo affetti, come un non-luogo fatto di supremazia dell’uomo sulla donna e sui figli.

Esso giustifica la violenza, il sopruso. Ne siamo stati imbevuti sin da piccoli.

A riprova di come la bestia sia ancora viva è di qualche giorno fa la presa di posizione della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) sulla proposta di legge sull’omotransfobia oggetto di discussione alla Camera dei Deputati (Libera Chiesa in Libero Stato? Pare proprio di no).

La nota emessa afferma: “un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte.

Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso”.

Il controsenso e la contraddittorietà emergenti da queste poche righe fa emergere la binarietà ottusa, grigia e soffocante che affligge il contemporaneo.

Ed ecco, allora, che il Pride diviene esplosivamente dirompente nella sua bellissima e sfacciata dimostrazione dell’esistenza di un altro mondo possibile, colorato, gaudente e rumoroso.

Lo scenario attuale ha profonda necessità che ciascuno di noi declami con orgoglio ogni sfaccettatura di cui è composta la propria anima ed il proprio spirito e ciò deve avvenire per le strade, sui luoghi di lavoro, nelle case, nelle famiglie ed ogni singolo giorno.


 

40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)