, 1 Luglio 2020

Non è più il Porto di cui ci siamo innamorati


Se siete stati catturati dal Porto europeista a cui ci eravamo abituati nel corso del nuovo millennio, vi sarete accorti che negli ultimi anni i Dragoes non sono più quella fabbrica imprevedibile di coppe, milioni, e talenti che erano fino a qualche anno fa. Eppure non sono cambiati, hanno soltanto declinato i verbi crescere, vincere e incassare in una forma diversa, meno futuro prossimo e più presente indicativo. Tra allenatori, mentalità europea e delle urne incredibilmente magiche.


Siviglia 2003 e Gelsenkirchen 2004. No, non siamo in una puntata di "Blu notte" con Carlo Lucarelli, anche se in entrambi in casi prima citati si potrebbe parlare di qualcosa molto vicino al "delitto perfetto". Quelle due città spagnole e tedesche furono le sedi delle due finali, rispettivamente di Coppa UEFA e Champions League, che diedero lustro ad un'epopea storica per il Futebol Clube do Porto. Epopea che sembra essersi assopita e affievolita negli ultimi 5 - 6 anni, ma a cui non bisogna assolutamente abituarsi e rassegnarsi. Perché al Porto basta un niente per tornare a svoltare.

Gli inizi e il serbatoio pieno.

Una cosa innegabile ed evidente risulta essere il decisivo iniziale apporto del biennio 2002-2004, quello della gestione targata Josè Mourinho, che ha permesso alla società di incamerare "benzina" e trofei permettendo agli anni successivi di essere programmati con rendita, ma anche con attenzione, competenza e una tranquillità economica e sportiva che ha permesso il protrarsi dell'era d'oro per ben dieci anni.

Nel primo anno del futuro allenatore del Chelsea alla guida dei lusitani si verificherà una grossa rivalutazione della rosa già presente e ingaggiata negli anni precedenti non di certo a cifre faraoniche che, abbinata agli acquisti oculati di quell'anno sintomatici di un reparto di scouting che da sempre ha fatto la fortuna dei bianco-blu,  permise già nel primo anno di centrare un "tripletino" composto da campionato, coppa nazionale e Coppa Uefa. La stagione 02-03 farà poi da base al maggior successo europeo dell'anno successivo che farà coppia con quello del 1987, vale a dire la conquista di quella Champions League che rimarrà una delle edizioni più imprevedibili della manifestazione.

Nella stagione 03-04, infatti, il club spese pochissimo nella finestra di mercato estivo (l'esborso maggiore fu per il trequartista brasiliano Carlos Alberto, acquistato dalla Fluminense per 2.5M, e del centravanti Benny McCarthy dal Celta Vigo per 3.5M), ma confermò la permanenza di tutti i talenti rodati dell'anno precedente (fu ceduto il solo Helder Postiga al Tottenham), e venne premiato con un percorso quasi perfetto in campionato (nonostante l'inchiesta sulla corruzione che travolse poi quella stagione) e in Champions League, in cui i portoghesi eliminarono sia grandi nobili del calcio europeo (come il Manchester United agli ottavi) che outsider in stato di grazia (Olympique Lione e Deportivo la Coruna). La finale poi fu praticamente senza storia, con un secco 3-0 ai francesi del Monaco guidati da Didier Deschamps in panchina e da Ludovic Giuly e Fernando Morientes in campo.

Il capitano Vitor Baia alza al cielo la Champions appena vinta a Gelsenkirchen.

Il Porto però non sembrò mantenere ben salda l'onda del successo. Abbandonato da Mourinho che si trascinò al Chelsea anche gran parte dei suoi fedelissimi, e ritrovandosi a cambiare tre allenatori prima di iniziare la stagione 04-05 (Delneri addirittura non giocò nemmeno una partita ufficiale), i lusitani riuscirono comunque ad aggiungere all'albo d'oro la coppa Intercontinentale e il ventunesimo titolo nazionale. A cui seguiranno poi altri tre titoli consecutivi sotto la guida di Jesualdo Ferreira.

Una seconda svolta si ebbe sotto la guida di Andrè Villas - Boas, che nel 2010 prese la guida della squadra portandola alla vittoria in Europa League grazie alla finale tutta lusitana (e ad oggi ultimo titolo europeo dei Dragoes) con lo Sporting Braga, risolta da Radamel Falcao, ceduto qualche mese dopo all'Atletico Madrid per 40 milioni di euro. Dalla stagione successiva, infatti, il Porto rimarrà a secco in Europa, vincendo altri tre titoli portoghesi di fila per poi aggiungerne solo uno nelle ultime sei stagioni, lasciando spazio ai rivali del Benfica.

La torsione di testa di Falcao che non lascia scampo ad Arthur, regalando l'Europa League al porto nel derby tutto lusitano con lo Sporting Braga.

Fenomenologia del Porto in Europa: quando i sorteggi contano.

Quando parliamo di "ultimo titolo europeo" del Porto, intendiamo la fine di un percorso che ha portato 3 coppe europee nel giro di 8 anni. Un ruolino che fa invidia persino ad alcune squadre facenti parte della nobiltà calcistica (per non parlare di nouveau riches, per citare una famosa intervista di Adriano Galliani, PSG e Manchester City). Ma il legame della squadra portoghese con il calcio continentale va al di la del mero atteggiamento tattico, della mentalità o degli investimenti.

Per la portata tecnica della squadra negli anni, il Porto ha compiuto davvero dei capolavori a qualificarsi per gli ottavi di finale in otto delle ultime dodici edizioni a cui ha partecipato (solo in questa stagione, infatti, il club non ha partecipato al sorteggio di Nyon, essendo stato eliminato al terzo turno di qualificazione dal Kransondar accedendo alla fase a gironi di Europa League), riuscendo due volte ad arrivare fino ai quarti di finale, eliminata però in maniera brutale da Bayern Monaco (14-15, con un 6-1 rimediato in Germania) e Liverpool (la scorsa stagione, con uno 0-5 al ritorno ad Oporto).

Questi sorprendenti risultati sono stati merito delle scelte tecniche di dirigenza e scouting, ma anche di un feeling con la dea bendata molto piacevole (in questo articolo di nnsmag trovate tutti i gironi in cui sono stati pescati i portoghesi fino alla stagione 18/19) . I sorteggi hanno quasi sempre sorriso al Porto, che è spesso finito nei cosiddetti "gironi materasso" o comunque raggruppamenti in cui tutte le squadre partissero alla pari, in cui il Porto ha fatto valere l'enorme esperienza europea e il calore dell'Estadio do Dragao, tra le cui mura il Porto diventa ancora più ostico e arcigno di quanto già non lo sia e miete spesso vittime illustri, riuscendo spesso anche a vincere il girone. Questo ha portato alla creazione di un circolo virtuoso che permette ai bianco blu di sopravvivere sempre in seconda fascia di ranking UEFA ad ogni stagione, agevolando la dea bendata al momento dell'estrazione. Insomma, quando si dice che "la fortuna premia gli audaci".

Cessioni illustri tante, rimpianti pochi. 

La "Bottega" del Porto è conosciutissima dagli addetti ai lavori del calciomercato internazionale per essere particolarmente cara e ricercata. La bravura è però anche nella manodopera che i portoghesi adoperano sulle "materie prime" che acquistano a prezzi decisamente ridotti. Sono infatti soltanto 12 in 18 anni i trasferimenti in entrata che hanno scollinato la doppia cifra (il più costoso è stato Oliver Torres per 20M, per ricordarci che anche i migliori a volte prendono delle cantonate), dato che fa riflettere soprattutto in luce del fatto che spesso questi acquisti non si sono nemmeno rivelati poi le migliori cessioni, ma sono comunque servite al club per mantenere un ruolo di primo piano in campo nazionale e di tutto rispetto in Europa.

Se la campagna trasferimenti in entrata negli anni non ha raccolto, almeno a livello finanziario, grossi scossoni, lo stesso non si può dire delle cessioni che hanno coinvolto i portoghesi. Ad aprire la continua diaspora che ogni estate coinvolge i bianco-blu furono Ricardo Carvalho e Paulo Ferreira, che seguirono Mourinho al Chelsea rispettivamente per 30 e 20M di euro, nella stessa stagione in cui Deco venne ceduto al Barcellona per 21M.

Continueranno poi negli anni altre cessioni milionarie (curiose, o quantomeno da sottolineare, le 5 cessioni alla Dinamo Mosca nel 04-05, comprendenti anche un giovanissimo Thiago Silva), tra cui spiccano i 60M incassati nel 2007 per le cessioni di Anderson e Pepe, i 55M per Quaresma e Bosingwa l'anno successivo, i 40M per Hulk e Falcao, i 45M per James e Mangala, i 38M per Andrè Silva e Jackson Martinez e i 31M per Danilo e i 26M per Alex Sandro, fino ad arrivare alla cessione record di Eder Militao al Real Madrid la stagione scorsa per 50M, dopo aver acquistato il difensore centrale dal Sao Paolo per 7M solamente l'anno prima.

Militato in azione durante una delle sue undici presenza con la maglia del Real Madrid in stagione.

(Photo by Denis Doyle/Getty Images)

Come avrete notato, da questa schiera di nomi altisonanti e costosissimi non tutti hanno poi mantenuto le aspettative. Il Porto quindi sceglie anche il momento di maggior valore per cedere i suoi calciatori. Da Jackson Martinez a Diogo Dalot, passando per Mangala e il capolavoro finanziario fatto dalla gestione di Giannelli Imbula, acquistato per 20M dal Marsiglia e ceduto nella stessa sessione di mercato estivo allo Stoke City per 24.5M. Dai risvolti che ha preso la carriera del centrocampista, passato fino a gennaio anche al Lecce e ora in forza all'Sk Sochi, è stato uno scampato pericolo con plusvalenza incorporata.

Cessioni milionarie e grande scouting a livello internazionale. Il Porto ha fatto spesso anche da attracco per numerosi giocatori sudamericani che sono sbarcati nel campionato più occidentale d'Europa per poi farli addentrare man mano sempre più all'interno dei confini del vecchio continente (ne parlammo già nel 2015, analizzando le modalità di compravendita dal Sud America del club).

Da qualche anno a questa parte, però, il meccanismo sembra essersi un po' inceppato, sia a livello di risultati che sotto il punto di vista tecnico e, di conseguenza, delle cessioni a peso d'oro che permettono la sopravvivenza ad altissimi livelli del club.

Al giorno d'oggi, cosa manca?

Dopo la deludente parentesi tra il 2013 e il 2017, in cui subentrarono ben quattro allenatori (tra cui Paulo Fonseca, oggi alla Roma, Julien Lopetegui e Nuno Espirito Santo, attualmente al Wolverhampton), la società decise di affidarsi ad una vecchia gloria del club come Sergio Conceicao, strappato nel 2017 al Nantes nonostante avesse appena annunciato un rinnovo di contratto con i francesi, che polemizzarono ironicamente sull'accaduto tirando in ballo sui social network anche il contestuale rinnovo di Massimiliano Allegri con la Juventus.

L'ironico avvertimento del Nantes alla Juventus su Twitter, dato che Conceicao abbandonò i francesi nel pieno della preparazione, pur avendo firmato il prolungamento fino al 2017, per andare al Porto.

L'ex ala portoghese, con un passato anche in Italia con Lazio e Inter, centra la vittoria del campionato al primo tentativo (con la conseguente supercoppa l'anno successivo) che però rimarrà l'unico titolo di rilievo sollevato dal club negli ultimi anni. In Europa le cose non vanno tanto meglio. Pur raggiungendo i quarti e gli ottavi nelle ultime due edizioni a cui di Dragoes hanno partecipato, quest'anno la squadra è stata eliminata addirittura ai sedicesimi di finale di Europa League dal Bayer Leverkusen.

Se a livello di mercato le cessioni sono state le più redditizie di sempre, anche in rapporto al valore tecnico del giocatore (Andrè Silva si è perso quasi subito, Militao fatica a trovare spazio a Madrid così come Dalot al Manchester United), il mercato in entrata non ha portato in dote quei talenti low - cost a cui la dirigenza ci aveva abituato. C'è stato un cambio di atteggiamento nella gestione dei trasferimenti, che hanno visto nelle ultime sessioni grandi ritorni (Pepe, Marcano, Aboubakar, Telles), vecchie glorie (Casillas) e acquisti dal Sud America meno affini alla linea verde (il portiere Marchesìn e Uribe su tutti nella scorsa stagione). Pesano, inoltre, evidentemente, i rapporti con alcuni procuratori, visti i numerosi trasferimenti in Inghilterra (Leicester, United e soprattutto Wolverhampton, squadra i cui tesserati sono in maggioranza di Jorge Mendes) e Russia (con la Dinamo Mosca per anni canale preferenziale).

L'esultanza di Telles e Marega dopo il rigore trasformato dal terzino brasiliano ad Olsen, portiere della Roma, ai supplementari e che manderà il Porto ai quarti di finale.

(Photo by MIGUEL RIOPA / AFP) (Photo credit should read MIGUEL RIOPA/AFP via Getty Images)

Insomma, del Porto che spaventava l'Europa qualche anno fa è rimasta molta esperienza in campo continentale (come dimostra il doppio confronto con una giovane Roma nell'ottavo dell'anno scorso) e un blasone che, anche se sfiorito, suscita ancora una sua influenza.

A mancare invece sono le potenzialità inespresse degli uomini mercato, che stanno appiattendo le campagne acquisti in entrata ed in uscita in favore di una stabilità tecnica della rosa dovuta ai pochi movimenti di rilievo nell'undici titolare. Ad oggi, le stelle della squadra sono rappresentate da Moussa Marega, centravanti di manovra 29enne e cannoniere dei lusitani, e da Alex Telles, terzino brasiliano già ampiamente nell'orbita nazionale e che in Portogallo ha avuto l'ascesa che ci si aspettava prima all'Inter e poi nella doppia esperienza al Galatasaray, tanto da essere nel mirino dei grandi club per la prossima estate (la Juve si sta muovendo per avere un vice o un sostituto di Alex Sandro), nonostante l'età non sia più quella di un giovanissimo (28 anni da compiere a dicembre). Spicca, nella rosa di quest'anno, uno degli acquisti più costosi degli ultimi vent'anni: Shoya Nakajima, centrocampista 26enne giapponese prelevato per 12M di euro dagli arabi dell'Al - Duhail, che a loro volta ne avevano prelevato le prestazioni per 35M (facendone il giocatore giapponese più pagato di sempre). Nonostante le buone referenze, però, il centrocampista non ha ancora dimostrato di valere l'investimento profuso, configurandosi agli scout del Porto come una scommessa ancora tutta da vincere. E quale migliore sfida di questa? I Dragoes negli anni ci hanno abituato a ben altro.


 

 

  • 27 anni, laureato alla magistrale di turismo, territorio e sviluppo locale presso l'Università degli Studi di Milano Bicocca. Grande passione per calcio, musica e viaggi. Da sempre appassionato di giornalismo sportivo.

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