Interventi a gamba tesa

Sei finali decise da un calcio d’angolo


Attraverso il ricordo di sei storiche finali vogliamo dare il giusto valore ad una situazione spesso sottovalutata: il calcio d’angolo.


Come succede ogni volta che viene siglato un gol direttamente da calcio d’angolo, anche dopo quello di Christian Eriksen in Coppa Italia, c’è stata la solita proliferazione di servizi e approfondimenti sportivi nei quali si celebra la capacità balistica di chi segna direttamente da corner (quasi sempre con la complicità del portiere avversario).

Proprio guardando uno di questi servizi dedicati alla storia del “gol olimpico” e ai suoi più fortunati interpreti (in Italia ci sono pochi dubbi, citofonare Massimo Palanca, O’Rey di Catanzaro) ho riflettuto sul fatto che, in generale, il calcio d’angolo in sé venga spesso snobbato, erroneamente considerato marginale. Lo si celebra solo quando è connotato dall’eccezionalità, mai nella sua dimensione classica.

Quando si pensa al gioco del calcio, infatti, quasi mai la mente va al corner.

Si tratta di una situazione talmente atipica ed eccentrica rispetto allo sviluppo del gioco che tendiamo a relegarla in secondo piano, a ritenerla un elemento eventuale, quasi di contorno, ma non un protagonista del gioco.

La sua subalternità è evidenziata anche dal fatto che, il più delle volte, il calcio d’angolo non viene cercato, ma conquistato in maniera casuale, magari calciando un cross addosso al difensore (qui, però, bisogna specificare che si tratta di casualità solo se non siete Stephan Lichsteiner, che, come i tifosi juventini sanno molto bene, ha costruito un’intera carriera a suon di sgroppate sulla fascia e cross chirurgicamente indirizzati sul corpo dell’avversario, che, puntualmente, si tramutavano in un corner).

L’attenzione mediatica dedicata a questa pietra angolare del gioco è scarsa.

Probabilmente, la tendenza si è amplificata negli ultimi anni: la moderna evoluzione delle dinamiche all’interno del rettangolo verde ha portato i riflettori sempre più sul palleggio, sulla tecnica individuale e sulla spasmodica ricerca del “bel gioco” (ossessione a parole per tutti, obiettivo raggiunto da pochi).

Nell’epoca in cui è fiorito il “tiki taka”, in cui la costruzione dal basso e la ricerca dello sviluppo di un gioco “palla a terra” sono diventati veri e propri mantra, abbiamo dato poco rilievo e poca importanza ad una situazione statica, che sembra desueta, tipica del calcio “vecchio stile”, quello dell’improvvisazione, della “palla buttata dentro e poi si spera in qualcosa di buono”.

Eppure, nonostante si tenti di ricondurre il calcio ad un qualcosa di rigido e schematico, nel quale è possibile predeterminare qualsiasi variabile, la situazione da corner, con la sua romantica casualità, è stata, è, e continuerà ad essere, terribilmente determinante.

Se si vanno ad analizzare, infatti, alcune tra le partite più importanti ed iconiche degli ultimi anni, si nota come molte volte la bilancia dell’assegnazione di un trofeo sia stata fatta pendere da un corner e la gioia irrefrenabile o il pianto sconsolato dei tifosi siano spesso scaturiti da una palla calciata dai pressi della bandierina.

Vediamo allora insieme alcune finali che hanno fatto la storia degli ultimi 25 anni del football e il cui risultato è stato determinato da un gol (o più) su calcio d’angolo.

Brasile 0 – Francia 3, Finale Mondiali 1998

La prima partita che è doveroso ricordare è la finale del Mondiale del 1998.

La sera del 12 luglio 1998 allo stadio Saint-Denis di Parigi si affrontano i padroni di casa della Francia e la nazionale verdeoro, campione del mondo in carica.

I transalpini sfoggiano una formazione giovane e multietnica, guidata da Aimé Jacquet, nella quale spiccano i nomi degli juventini Zidane e Deschamps, dell’interista Youri Djorkaeff e del parmense Lilian Thuram. Di fronte a loro la solita, grandissima, nazionale brasiliana, piena zeppa di talento: Cafù, Roberto Carlos, Leonardo, Rivaldo, Bebeto e, ovviamente, Luis Nazario da Lima, in arte, Ronaldo.

Purtroppo per i brasiliani, però, proprio Ronaldo il giorno della finale patisce un improvviso attacco di convulsioni: alle 14:30 del 12 luglio, infatti, mentre sta parlando con il compagno di stanza Roberto Carlos, il Fenomeno perde i sensi, la bocca gli si riempie di bava e la sua lingua si rovescia fino ad arrivargli in gola, impedendogli di respirare. Molti compagni negli anni successivi racconteranno che pensavano potesse morire. In realtà, Ronaldo poi si riprenderà nel corso del pomeriggio, sceglierà addirittura di scendere in campo, ma sarà – comprensibilmente – l’ombra di sé stesso.

Non c’è mai stata una spiegazione ufficiale di quell’episodio, si parla di stress o di un abuso di medicinali e di infiltrazioni (fatte per tenere in piedi il giocatore che soffriva tremendamente per un problema alla caviglia sinistra); fatto sta che le sue pessime condizioni fisiche sono uno di quegli what if che rimarranno per sempre nella storia del calcio.

Nonostante la totale impossibilità di fare affidamento sul proprio uomo di punta, il Brasile di Mario Zagallo, quella sera, davanti a degli spalti completamente colorati rosso, bianco e blu, tiene botta per circa mezz’ora, ma al minuto 26 da un’ingenuità di Roberto Carlos nasce il gol del vantaggio dei francesi.

Il terzino sinistro brasiliano tenta un palleggio ardito sulla linea di fondo, ma non riesce a mantenere la sfera in campo. Angolo.

Petit batte da destra a rientrare con il suo mancino e, complice una marcatura “allegra” della difesa sudamericana, all’altezza del primo palo sbuca il giocatore francese più atteso, Zinedine Zidane, al quale il suo pubblico deve ancora perdonare la stupida espulsione nel corso dei gironi, contro l’Arabia Saudita (come sappiamo bene, non sarà l’ultimo cartellino rosso delle sue esperienze mondiali).

Zidane schiaccia sul primo palo anticipando Leonardo e batte un immobile Taffarel: 1 a 0 Francia e Saint-Denis in delirio.

Venti minuti più tardi, dopo un’occasione divorata dal centravanti francese Guivarch, il berbero con la 10 sulle spalle si ripete. Questa volta parte Djorkaeff da sinistra, a rientrare con il destro, ma ne esce una fotocopia della prima rete: Zidane si libera della marcatura e stacca indisturbato sul primo palo, infilando il pallone sotto le gambe di Roberto Carlos. 2 a 0, partita chiusa.

Il Brasile non si riprenderà dalla doppia testata di Zidane e la Francia metterà in ghiaccio la partita con un contropiede al 90’, concluso da Petit.

Con un doppio colpo di testa in fotocopia da angolo, Zinedine Zidane, che non aveva certo nel gioco aereo il suo marchio di fabbrica, regala il primo storico successo mondiale ai transalpini.

Manchester United 2 – Bayern Monaco 1, Finale Champions League 1998 – 1999

L’ultima finale del ‘900 della Champions League è, forse, anche la più pazza di sempre.

Al Camp Nou di Barcellona, infatti, va in scena uno degli epiloghi più straordinari della storia del calcio.

Da una parte il talentuoso Manchester United di Sir Alex Ferguson, David Beckham, Ryan Giggs e della coppia d’attacco Yorke-Cole e, dall’altra, un solido Bayern Monaco con 10 giocatori tedeschi su 11 (l’unica eccezione è Samuel Kuffour, centrale difensivo Ghanese, poi meteora alla Roma a metà degli anni 2000), in cui spiccano Oliver Kahn in porta, Lothar Matteus (a fine carriera) in difesa, Thomas Effenberg a centrocampo e il gigante Carsten Janker davanti.

La partita per 90 minuti è entusiasmante: i bavaresi passano in vantaggio al sesto minuto con una punizione dal limite di Mario Basler – guadagnata con mestiere da Janker – con la complicità di Peter Schmeichel, che si fa sorprendere sul primo palo, a cui fa seguito una girandola di occasioni da entrambe le parti. I tedeschi colpiscono addirittura due traverse: prima con un cucchiaio fantascientifico di Mehmet Scholl e, poi, con una rovesciata ravvicinata di Carsten Jancker.

Dopo il novantesimo, però, la partita diventa da antologia.

Il tecnico dello United ha giocato tutte le sue carte offensive, facendo entrare Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjaer e i Red Devils sono totalmente sbilanciati in avanti alla ricerca del pareggio.

Al 91esimo Effenberg devia un cross in angolo. Beckham batte da sinistra a rientrare, la palla sorvola tutta l’area di rigore, viene sfiorata da Schmeichel, che ormai sosta nell’area avversaria, colpita male da Yorke, allontanata peggio dalla difesa bavarese e carambola sul destro di Giggs, al limite dell’area.

Il gallese cicca la palla con il piede meno nobile, ma fornisce un involontario assist a Teddy Sheringham, che da due passi insacca in rete. Pareggio Red Devils.

Gli inglesi, galvanizzati dal pareggio appena raggiunto, non si accontentano dei supplementari e tornano all’attacco. Solskjaer si invola sulla fascia e conquista un altro corner, sempre da sinistra, sempre battuto dallo “Spice Boy”.

Succede quello che nessuno, fino a 3 minuti prima, avrebbe immaginato: la palla di Beckham è forte sul primo palo e viene spizzata da Sheringham; sul secondo palo si materializza Solskjaer che, anche in maniera abbastanza scomposta, tocca la palla anticipando Oliver Kahn e facendo letteralmente impazzire tutti gli inglesi presenti in Catalogna.

Una delle partite più incredibili di sempre, non a caso decisa da due calci d’angolo.

Portogallo 0 – Grecia 1, Finale Europei 2004

Nel calcio spesso si abusa della storia di Davide contro Golia per descrivere lo squilibrio tra due squadre, ma in questo caso risulta assolutamente calzante.

La finale di Euro 2004 si gioca il 4 luglio allo Estadio Da Luz di Lisbona.

Il pronostico è tutto dalla parte dei padroni di casa portoghesi, che possono contare sui due alfieri più luminosi della loro “generazione d’oro”, Luis Figo e Manuel Rui Costa, sul naturalizzato Deco, talentuoso centrocampista fresco della vittoria della Champions League con il Porto di José Mourinho, e su un giovane Cristiano Ronaldo.

Gli sfidanti, apparentemente destinati alla sconfitta, sono i greci guidati dal tedesco Otto Rehhagel. Una squadra che fa della solidità difensiva la sua principale caratteristica e che è sostanzialmente priva di talento. Ci sono gli “italiani” Karagounis, Dellas e Vryzas, il brizzolato Nikopolidis in porta, capitan Zagorakis e la punta centrale è Angelos Charisteas.

I dubbi sono pochi: finalmente il Portogallo otterrà il suo primo trionfo internazionale.

Invece la partita è brutta, i lusitani non riescono ad esprimere il loro talento e si infrangono sul muro greco. Il copione è lineare: il Portogallo attacca, la Grecia si difende e, raramente, tenta di ripartire.

Dopo 10 minuti della ripresa, però, il terzino destro Seitaridis, con una buona sortita offensiva, guadagna un corner.

Batte Basinas ad uscire con il destro, la palla spiove in area tutt’altro che veloce, ma il portiere portoghese Ricardo sbaglia clamorosamente l’uscita. L’ariete greco Charisteas sovrasta il suo diretto avversario e appoggia di testa nella porta sguarnita. I figli dell’Ellade sono inaspettatamente in vantaggio.

L’ultima mezz’ora è un assedio portoghese ma il fortino predisposto da Otto Rehhagel tiene. I ruvidi greci difendono stoicamente la loro porta e la favola di Davide si concretizza.

Un grande catenaccio e un corner regalano alla Grecia la sua più grande impresa calcistica.

Italia 5 – Francia 3 (d.c.r.), Finale Mondiali 2006

In questo caso non c’è bisogno di un’articolata descrizione. Tutti i tifosi italiani ricordano nitidamente quei novanta minuti che ci hanno portato sul tetto del mondo e i protagonisti che hanno fatto parte di quella cavalcata storica.

Il corner al minuto 19 del primo tempo, quando gli azzurri erano sotto per uno a zero dopo il rigore di Zidane, per un attimo lo vuole battere Mauro German Camoranesi, che pochi istanti prima l’aveva conquistato. Lo juventino sistema la palla, accenna una rincorsa, ma poi si accorge che gli stanno dicendo di aspettare. Lo calcia Pirlo.

Il 21 azzurro batte lungo ad uscire, Barthez accenna l’uscita ma poi si ferma.

Sul secondo palo arriva imperioso Marco Materazzi che sovrasta Vieira, sfiora il cielo di Berlino (che dopo poco si tingerà di azzurro) e insacca in rete il pallone che rimette in parità la partita e fa esplodere di gioia lo stivale.

Il resto è storia.

Anche il nostro trionfo, dunque, passa da un tiro dalla bandierina.

[A dire la verità anche la semifinale con la Germania sarebbe stata decisa da una situazione da corner, ma, in quel caso, dopo la battuta di Del Piero e la respinta tedesca, ci sono due giocate talmente magnifiche (la palla filtrante di Pirlo e il tiro a giro all’angolino di Grosso) che probabilmente non è corretto definirlo come un puro gol da angolo].

Bayern Monaco 3 – Chelsea 4 (d.c.r.), Finale Champions League 2011 – 2012

Drogbaaaaaaaa, ancora una volta, meravigliosamente, incredibilmente, Drogba!”

L’urlo di Massimo Marianella celebra il “suo” Didier Drogba, campione che, all’88esimo minuto di una partita difficile per gli inglesi, trova un pareggio insperato nella finale di Champions League del 2012.

Si gioca a Monaco di Baviera e i padroni di casa del Bayern sono la squadra più forte in campo e, certamente, quella che esprime il miglior calcio.

Dopo una partita dominata, i tedeschi vanno meritatamente in vantaggio a sette minuti dalla fine con il solito (brutto) gol da opportunista di Thomas Müeller.

Gli inglesi si riversano in avanti alla disperata ricerca del pareggio e lo trovano cinque minuti più tardi proprio su azione da calcio d’angolo.

Lo spagnolo Juan Mata batte a rientrare; il centravanti ivoriano si va prendere il pallone sul primo palo, fuori dallo specchio della porta, e con una torsione di una forza mostruosa indirizza il pallone nel sette, beffando Neuer.

Il Chelsea riesce a portare la partita prima ai supplementari, dove Arjen Robben sbaglia un calcio di rigore e, poi, a vincerla ai rigori, con il decisivo errore dal dischetto di Bastian Schweinsteiger e la ciliegina sulla torta (neanche a dirlo) di Drogba.

Gli inglesi, e il loro manager italiano Di Matteo (poi scomparso dai radar del calcio europeo), vincono rocambolescamente la loro prima ed unica Champions League, riscuotendo il credito con la fortuna che avevano maturato nella finale di quattro anni prima, con la scivolata di capitan John Terry dal dischetto, nel momento decisivo della serie dei rigori contro il Manchester United.

Ma, siccome la storia è ciclica e lo sport ci piace (anche) perché concede sempre una seconda possibilità, i bavaresi dovranno attendere soltanto un anno per potersi rifare con gli interessi, alzando la coppa dalle grandi orecchie in faccia ai rivali del Borussia Dortmund.

Real Madrid 4 – Atletico Madrid 1, Finale Champions League 2013 – 2014

Ogni regola che si rispetti ha sempre bisogno della sua eccezione e, infatti, la sopra menzionata “ciclicità della storia” non vale (al momento) per lo sfortunato Atletico Madrid, che a cavallo tra il 2014 e il 2016 ha perso due finali di Champions League nel modo che fa più male: contro i cugini del Real Madrid.

In particolare, la prima delle due finali perse è da annoverare tra quelle batoste che un tifoso non dimenticherà mai nel corso della sua vita.

Si gioca sabato 24 maggio 2014 al Da Luz di Lisbona e la sensazione è che non ci sia una vera e propria favorita.

Il Real Madrid sulla carta ha la squadra più forte: Cristiano Ronaldo al top della sua carriera (e che per giunta gioca “in casa”), l’acquisto da 110 milioni di Euro Gareth Bale, Benzema, Di Maria, Marcelo, Sergio Ramos e così via. Si potrebbe elencare tutto l’undici della casablanca.

Ma l’Atletico, fresco vincitore della Liga, ha dimostrato che con abnegazione e sacrificio può battere chiunque.

Sulle panchine si affrontano concezioni agli antipodi: lo spettacolo e la tranquillità di Carletto Ancellotti da una parte, il pragmatismo e la garra del Cholo Simeone dall’altra.

Ci sono le premesse per una partita scoppiettante. Ma così non è.

I colchoneros vanno in vantaggio intorno alla mezz’ora del primo tempo con un colpo di testa di Diego Godin, che scavalca l’uscita insensata di Iker Casillas, e da quel momento pensano solo a difendersi.

La squadra di Simeone rimane bassa e compatta, non concedendo il minimo spazio ad un Real Madrid perennemente sotto ritmo e incapace di trovare la giocata giusta per scardinare il fortino biancorosso.

I minuti passano e gli incubi dei tifosi del Real cominciano a materializzarsi: dopo una vita di vittorie contro l’altra squadra di Madrid, l’idea di perdere la partita più importante si fà concreta.

L’assedio dei blancos è sterile e il novantesimo è già trascorso quando dai piedi di Modric parte il corner che cambierà per sempre la storia del derby della capitale spagnola.

La palla è calciata ad uscire, precisa sul dischetto del rigore, dove con un terzo tempo perfetto arriva Sergio Ramos, che schiaccia nell’angolo alla destra di Courtois il pallone più importante della sua gloriosa e vincente carriera. Un golazo.

Il colpo psicologico per l’Atletico è devastante e la squadra non reagisce.

I supplementari sono un trionfo dei blancos: prima Bale firma il sorpasso, poi Marcelo e Ronaldo trovano la gloria personale. 4 a 1.

Il Real Madrid porta a casa la tanto agognata Decima, anche e soprattutto grazie ad un calcio d’angolo allo scadere.


 

Nato l’11.07.1991 a Senigallia, città che adoro e che si divide il mio cuore con Bologna (e i suoi tortellini). Difensore per natura, sono passato dalle retroguardie del rettangolo verde alle difese sui banchi di Tribunale, dove svolgo la professione di Avvocato. Amante dello sport in tutte le sue espressioni, ma soprattutto del calcio e della sua incomparabile capacità di emozionare. Ammiratore incredulo del basket americano e suddito di King James sin dal 2004, quando mio padre, di ritorno da una viaggio negli Stati Uniti, mi regalò la canotta n. 23 di Cleveland, “di questo giovane che dicono sia il nuovo Michael Jordan”. Amo la corsa, la lettura e la buona cucina.