Interventi a gamba tesa

Schillaci, l’Italia e la delusione di un’estate


Che notti, quelle notti. Schillaci, in un anno, si prese il mondo e poi lo lasciò cadere. Per un mese, ovunque andasse il pallone c’era lui e l’Italia intera sognò di tornare sul tetto del mondo, a otto anni dal Mundial di Spagna.  A tre decenni di distanza, Totò è ancora il simbolo di quell’estate.


Un anno prima del Mondiale, delle Notti Magiche e della disperazione, Salvatore Schillaci, cannoniere della formazione siciliana del Messina tra Serie B e C, sbarca alla corte della Vecchia Signora. In panchina siede Dino Zoff, hombre vertical in salsa friulana. Schillaci lo ammira con il rispetto dovuto ad un’icona, lo ascolta, ne segue i consigli umani e tecnici.

“Gioca come se fossi al Messina, non alla Juventus.”

A giugno la bacheca bianconera viene arricchita da una Coppa Italia e una UEFA, Salvatore diventa Toto-gol, 15 realizzazioni in Serie A, non male per un esordiente, specie se gli anni sono venticinque. Il C.T. Azeglio Vicini decide di convocarlo per la Coppa del Mondo che dopo cinquantasei anni torna nel nostro paese: nel 1934 la selezione di Vittorio Pozzo si aggiudica la prima Coppa Rimet azzurra, adesso si tratta di interrompere un digiuno lungo otto anni, la squadra è fortissima, abbiamo molti dei più grandi giocatori del più importante campionato del momento, giochiamo in casa e siamo i favoriti alla vittoria finale.

In poche parole, se qualcosa doveva andare male, non sarebbe dovuta accadere in quell’estate.

Vicini unisce e fa coesistere i dettami della tradizione italiana alla rivoluzione di Arrigo Sacchi, Giuseppe Bergomi e Franco Baresi, Nicola Berti e Roberto Donadoni. In porta c’è Walter Zenga, a completare la difesa Paolo Maldini e Riccardo Ferri, a centrocampo vanno aggiunti Giuseppe Giannini e Fernando De Napoli, tenendo conto anche di Carlo Ancelotti. Davanti, Gianluca Vialli, Roberto Baggio, Andrea Carnevale, Aldo Serena, Roberto Mancini e Salvatore Schillaci. In un parola, abbondanza.

Totò parte come rincalzo di Carnevale, Mancini non gioca: uno dei più grandi attaccanti italiani non trova spazio. Triste destino. Il girone non è, sulla carta, complicato: Austria, USA e Cecoslovacchia, nulla di cui temere. Il 9 giugno l’Olimpico è avvolto dal nostro tricolore, ogni singolo cuore azzurro spera di trovarsi di nuovo qui, tra poco meno di un mese, per festeggiare il quarto titolo mondiale dell’Italia.

La formazione dell’Italia nella partita d’esordio contro l’Austria. Da sinistra a destra, in piedi: Zenga, Maldini, Carnevale, Ancelotti, Ferri, Bergomi. Accosciati, da sinistra a destra: Giannini, De Napoli, Donadoni, Vialli, Baresi.(Photo by Bob Thomas/Getty Images)

Siamo decisamente i favoriti, ma manca un quarto d’ora e pareggiamo zero a zero contro l’Austria. Minuto 78, Vialli sulla destra mette la palla al centro, Schillaci sbuca in mezzo a due difensori e di testa ci porta in vantaggio.

Momento, momento: Schillaci? Sissignore, è entrato da quattro minuti al posto di Carnevale e con quel gol irrompe nell’immaginario del Mondiale del 1990, prendendosi un posto di rilievo nella Storia del gioco. Il volto è una maschera di emozioni, un anno per cambiare la propria vita, dal Messina a idolo di un popolo intero.

Italia-Austria finisce uno a zero, la decide Salvatore, detto Totò.

Per un mese, dove c’è la palla, c’è Schillaci.

La seconda partita vede impegnati gli azzurri contro gli USA, termina uno a zero grazie ad un’incursione del Principe Giannini, mentre Vialli sbaglia un calcio di rigore: nonostante si barcameni per realizzare quel gol fondamentale per sbloccarsi a livello psicologico, a Gianluca va tutto storto. Comunque rimane un totem per la squadra, ma Vicini sta già pensando ad un paio di cambiamenti.

Sabato 19 giugno, ultima partita del girone A, Italia e Cecoslovacchia scendono sul prato verde di un Olimpico in stato di grazia. Bisogna vincere per rimanere a Roma, in attacco Schillaci e Baggio debuttano in tandem dal primo minuto, scelta più che azzeccata perchè tra i due c’è sintonia e Totò è in stato di grazia: al 9′ siamo in vantaggio con un colpo di testa del nostro attaccante, il preferito dagli italiani in quell’estate.

Abbiamo altre due istantanee memorabili da ricordare: il volto incredulo di Schillaci quando il signor Quiniou gli nega un calcio di rigore netto, con successivo:” Io?“, e l’azione del raddoppio azzurro, con Baggio che scambia con Giannini, palla di nuovo a Roberto, dribbling e movenze che hanno il sapore del Rinascimento.

Restiamo a Roma.

Ottavi di finale, Uruguay, c’è Oscar Washington Tabarez in panchina e un altro principe in campo, Enzo Francescoli. Vicini conferma Baggio e Schillaci, l’Olimpico ruggisce. Totò sfiora il vantaggio in rovesciata, palla fuori di poco. Nella ripresa Berti esce per Aldo Serena: mossa decisiva perchè l’alfiere dell’Inter non solo realizzerà il due a zero, ma sarà decisivo anche per il vantaggio, in un’azione veloce e ad alto tasso tecnico tra Baggio, lui e Schillaci, il quale decide di distruggere le mani del portiere uruguagio che si erano opposte, in precedenza, proprio a un tiro ravvicinato dell’attaccante juventino.

L’unico modo per esorcizzare le nostre paure è abbatterle.

Baggio… e poi c’è Schillaci… Gol di Schillaci! Prodezza, ancora, di Totò Schillaci!Bruno Pizzul esplode come un tappo di spumante, secco e deciso. Baggio butta giù Totò, con il volto incredulo e gioioso, come un po’ tutti gli italiani in quel sabato sera.

Baggio sta per scaraventare a terra Schillaci, l’Italia è in vantaggio sull’Uruguay, un popolo intero sogna.

Adesso, tocca all’Irlanda di Jackie Charlton, avversario a dir poco scomodo, tre punti realizzati nel proprio girone, con avversari quali l’Inghilterra e l’Olanda: i verdi d’Irlanda hanno chiuso il raggruppamento davanti agli Orange con tre pareggi e due gol subiti e la “x” si ripete negli ottavi contro la Romania di Gheorghe Hagi, eliminata ai calci di rigore. Per la prima volta, l’EIRE è tra le prime otto del mondo e non intende fermare i propri sogni.

Il match non è dei più semplici, ma Eupalla sembra avere un prediletto, un ragazzo con la 19 sulle spalle, al posto giusto per l’ennesima volta, dopo un’azione corale irresistibile. Donadoni tira da fuori area, Patt Bonner, protagonista contro la Romania, respinge la minaccia, ma la sua risposta è troppo corta, Totò è lì, come sempre. Siamo in vantaggio, alla fine vinciamo uno a zero.

L’Italia è in semifinale, dobbiamo abbandonare Roma per giocare contro l’Argentina di Diego Armando Maradona a Napoli. Credo che la faccenda del fattore campo sia a dir poco opinabile perchè, con tutta probabilità, molti affezionati del genio argentino sono rimasti fedeli al proprio idolo, ma al San Paolo sono presenti tanti tifosi degli azzurri che non aspettano altro che festeggiare il titolo mondiale.

Schillaci è ormai fisso, Vialli torna titolare al posto di Baggio.
Al 17′ Totò porta in paradiso una nazione intera, sembra tutto così perfetto.

Minuto 67, Eupalla gira la testa dall’altra parte, Zenga e Ferri vanno a vuoto, Claudio Caniggia ci riporta con i piedi per terra.

Non abbiamo subito un solo gol in tutto il torneo. Zenga è il miglior portiere del mondo, Ferri uno dei più grandi marcatori a uomo del nostro campionato e d’Europa, ma su quella palla sbagliano entrambi. Inutile dire chi sia più colpevole dell’altro.

Le Notti Magiche finiscono lì, in quel 3 luglio del 1990, il resto è un dolore difficile da eliminare. Schillaci segna ancora, nella finale per il terzo posto, contro l’Inghilterra. Vinciamo due a uno. A fine partita, i giocatori delle due nazionali, a 5 anni di distanza dall’Heysel, festeggiano insieme, come per ricordarci che il calcio ha il compito di unire il mondo in una giostra di colori e non di spargere sangue.

Con quel Mondiale la grandezza di Schillaci evapora, lo spauracchio mundial, quello che in tanti hanno accostato a Paolo Rossi, scompare gradualmente. Vuoi per autolesionismo, vuoi per situazioni poco favorevoli. Restano le immagini dei suoi occhi spiritati dopo ogni gol – sei in tutto – grazie ai quali l’Italia intera, per un mese, si è sentita il centro del mondo.


Classe 1996, laureato in Lettere, semina pareri e metafore su un pallone che rotola, aspettando il grande momento.