Interventi a gamba tesa

Black Football


War”, brano di Bob Marley del 1976 ed edito all’interno dell’Album “Rastaman Vibration, il cui testo ricalca quanto ebbe a dire Hailé Selassié all’ONU il 4 Ottobre del 1963, recitava: “Until/the philosophy/which hold one race superior and another/Inferior/Is finally/And permanently/Discredited/And abandoned/Everywhere is war/Me say war/That until there no longer/First class and second class citizens of any nation/Until the color of a man’s skin/Is of no more significance than the color of his eyes/Me say war/That until the basic human rights/Are equally guaranteed to all/Without regard to race/Me say war.


Il passato è il luogo dove abitano le cause, vale a dire i colpevoli. Per questo i colpevoli insistono tanto sull’inutilità del passato. Vogliono un mondo senza colpevoli ma quando la cosa risulta impossibile, quando il passato resuscita la colpa, i colpevoli tornano a uccidere, tornano a essere quello che sono sempre stati. Assassini.

(La bella di Buenos Aires, M. V. Montalban)

Questo brano fotografa perfettamente lo stato attuale delle cose.

Il mondo è in fiamme. In USA, Inghilterra, Francia etc. assistiamo, non con un certo apprezzamento (specie da parte di chi scrive), ad una rivolta verso la brutalità usata nei confronti dei neri.

La scelta della foto di copertina non è casuale: il Newyorker, con le sue cover impeccabili (autore Kadir Nelson), fotografa alla perfezione quello che è l’attualità e le sue cause.

In Italia tutto tace. Non si nota un accenno, seppur embrionale, di conflitto sociale.

Il punto più “alto”, al momento, è raggiunto dallo stucchevole dibattito sulla statua di Indro Montanelli a Milano. “Stucchevole” perché non se ne dovrebbe nemmeno parlamentare ma occorrerebbe, unicamente, una sana presa di coscienza collettiva sulla profonda stortura umana del personaggio e, pertanto, si dovrebbe procederne immediatamente alla rimozione.

ANSA/STRINGER

Nel contempo, in USA (ca va sans dire), in Inghilterra ed in Germania tutti, o quasi, gli atleti di colore, nonché le squadre (il Francoforte indossava una maglia con su scritto Black Lives Matter), hanno preso posizione diretta. In Italia nel weekend appena trascorso solo i gesti di Nkoulou e Lukaku sono stati degni di attenzione.

Questo flame mi ha fatto sorgere un interrogativo: ma nei principali campionati europei quando hanno fatto la loro comparsa black footballers?

Ho provato a raccogliere alcune storie.

Occorre premettere, prima che si ritenga il Regno Unito terra pioneristica nella lotta al razzismo, che i due più illustri calciatori che qua sotto citerò dovettero subire nel corso della loro intera carriera una costante pressione di stampo razzista venendo considerati dal pubblico e dalla stampa, quasi sempre, come “fenomeni da baraccone”, divertenti da vedere.

L’Encyclopædia Britannica, all’epoca, definiva “the Negro” come un essere “mentalmente inferiore al bianco” per via “dell’impossibilità del cervello di svilupparsi completamente a causa della particolare forma del cranio”.

Il viaggio inizia, politicamente, nel Regno Unito, culla dell’amato Gioco, più precisamente in Guyana (all’epoca dei fatti Guiana Britannica).

Nella città di Demerara, il 18 Maggio 1857, nasceva Andrew Watson, figlio dello scozzese Peter Miller Watson, schiavista e proprietario di una piantagione di zucchero, e di Rose Watson, ragazza del luogo, nonché schiava presso le piantagioni sopraccitate.

In tenera età si trasferisce a Georgetown, Scozia, adottato da una vedova.

Alla sua morte il padre gli lascerà una cospicua somma grazie alla quale potrà studiare a Wimbledon, Londra, presso il King’s College School e nel quale inizierà la sua carriera da calciatore che, oggi, definiremmo professionista ma che all’epoca non ancora, però, dava adeguato sostentamento economico.

Finito quello che per noi è l’equivalente del Liceo, fa ritorno a Glasgow per iniziare gli studi universitari. Questi, però, verranno interrotti dopo solo un anno poiché le sue doti tecniche di footballer lo porteranno a ricevere, ed accettare, la proposta del Queen’s Park Rangers. Siamo nell’anno 1880.

Per capire la statura del giocatore basta leggere l’annuario della Scottish Football Association: “Watson, Andrew: One of the very best backs we have; since joining Queen’s Park has made rapid strides to the front as a player; has great speed and tackles splendidly; powerful and sure kick; well worthy of a place in any representative team.

Prima che la Nazionale Scozzese decise di convocare giocatori che giocassero unicamente nel campionato locale, Watson collezionò ben 3 presenze con quella maglia.

Oltre che raffinato sul prato verde, Watson si distinse per il suo stile tanto che verrà convocato tra le fila del Corinthians FC con cui fece due tourneè in giro per il mondo.

Preme, però, una breve digressione su questo club. Il Corinthians FC, che ispirò l’omonimo club brasiliano nonché il Real Madrid, aveva tra i suoi motti il seguente: “As far as they were concerned, a gentleman would never commit a deliberate foul on an opponent. So, if a penalty was awarded against the Corinthians, their goalkeeper would stand aside, lean languidly on the goalpost and watch the ball being kicked into his own net. If the Corinthians themselves won a penalty, their captain took a short run-up and gave the ball a jolly good whack, chipping it over the crossbar.

La sua missione era quella di portare in giro per il mondo lo spirito del Gioco.

Terminata l’esperienza alla corte dei Rangers della Regina, Watson si trasferirà sul Merseyside per lavorare come ingegnere navale (ottenne, infatti, la laurea qualche anno prima). Anche qui, però, non riuscirà a star lontano dal prato verde. Difatti venne ingaggiato dal Bootle Fc dove gli verrà pagato un salary fee molto alto, tanto da renderlo, per la prima volta, professionista tout court. Per intenderci, paragonato con gli ingaggi attuali, Watson percepiva quanto viene oggi riconosciuto ai c.d. top players.

Morirà nel 1921 di polmonite.

Rimanendo alla corte di Sua Maestà, un altro giocatore di colore si distingueva per le sue doti balistiche: Arthur Wharton.

Nasce il 28 Ottobre del 1865 ad Accra, Ghana.

Figlio di un pastore metodista, Henry Wharton, e di una donna legata, soprattutto per affari, alla Famiglia Reale, Annie Florence Egyriba ebbe un’infanzia degna di un vero principe.

Credits to Richard Doughty

A 19 anni si recò nel North East d’Inghilterra, al Cleveland College – Darlington, per diventare anch’egli pastore. Fu proprio là che, però, ricevette la chiamata del Gioco.

Nei primi tempi si dedicò, con grandissimo successo, a ciclismo e atletica (divenne nel 1886 il britannico più veloce nei 100 mt) ma le sue prestazioni sportive vennero immediatamente notate dal Darlington Football Club che lo selezionò per il ruolo di portiere.

All’epoca del suo esordio Wharton fu il primo giocatore inglese di colore professionista. Per capire il livello delle sue prestazioni, si pensi che la stampa dell’epoca lo definiva coi seguenti epiteti: ‘magnificent’, ‘invincible’ and ‘superb’.

Nota: all’epoca non esisteva ancora una League. Si giocava unicamente la FA Cup.

Nella stagione 1885/86 Arthur fu notato e selezionato per giocare nel Newcastle and District Team (embrione dell’attuale Newcastle United).

Nonostante la sua educazione raffinata, come ogni numero 1 che si rispetti lo contraddistingueva una certa eccentricità, scatenata dalla solitudine che attanaglia il ruolo: si racconta che attendesse appoggiato al palo l’azione sino a che la sfera non raggiungesse il limite dell’area di rigore per poi lanciarsi in una folle corsa verso l’avversario.

Per capirne la natura, un cronista pare ebbe a riferire: “In un match tra Rotherham Town (dove giocherà qualche anno dopo – n.d.a) e Sheffield Wednesday vidi Wharton saltare, reggersi alla traversa, agganciare il pallone tra le gambe e causare la rovinosa caduta in rete di tre attaccanti che intendevano caricarlo. Non ho mai più visto una parata simile, e ho seguito il calcio per oltre cinquant’anni!

Nella stagione successiva si trasferì al Preston North End, che diverrà squadra leggendaria vincendo il Double (coppa e campionato – nel frattempo istituito in data 17 Aprile 1888) senza perdere una sola partita divenendo i primi “Invicibles”.

L’anno dopo si dedicherà alla corse a Sheffield, dove ritornerà allo Utd per finire la sua carriera, dopo sei anni al Rotherham.

Ma non fu solo un footballer: partecipò attivamente ai sette mesi di sciopero generale del 1926 indetto dai minatori.

Morì in povertà nel 1930 a Balby.

Un file rouge con l’Inghilterra l’ha sempre avuta la città anseatica di Amburgo (qui, difatti, nacquero musicalmente i Beatles).

Il 14 Luglio del 1963, la squadra del quartiere di St. Pauli (e dove se no, verrebbe da aggiungere) Otto Westphal, l’allora allenatore, ingaggia la punta del Togo Guy Akoko Acolatse poiché l’aveva visto all’opera nella sua esperienza quale CT della nazionale.

Lo stesso Guy dirà più tardi: “Il St.Pauli cercava un numero 10, Westphal mi chiese se fossi interessato ad andare in Germania. Ho detto di sì”.

Nonostante la squadra militasse all’epoca in Serie B, l’acquisizione delle sue prestazioni sportive ebbe grandissimo risalto su tutti i maggiori quotidiani sportivi e non, specialmente perché su il primo giocatore di colore nei massimi campionati tedeschi. La Bild titolò: Nero come la notte, veloce con un antilope, forte al tiro come un fucile per uccidere gli elefanti” (che aggiungerà in maniera discutibile “Sa scrivere macchina da scrivere, può giocare a calcio”).

Il 21 Agosto del ‘63 farà il suo esordio in campionato nella vittoria per 4-1 contro l’Altona 93.

Per le sue eccellenti doti tecniche verrà definito Der Zauberer (Il Mago).

Ricorda Guy: Quando tu giochi male gli spettatori ti insultano perché vogliono che tu giochi bene. La gente diceva: Hey Guy, se non segni ti diamo una banana, piccola scimmia. E se tu segnavi uno o due gol e perdevano erano anche più duri. Aggiunse che se qualche avversario provava a dirgli qualcosa rispondeva con ironia. Se mi tocchi, io ti mordo. Hey, il nero morde. Loro erano più vecchi di me, ma avevano paura”.

Tutte queste storie, nonostante il trascorre inesorabile del tempo, paiono assolutamente contemporanee. Il giocatore di colore, difatti, è ancora visto come diverso, un uomo a cui rivolgere suoni e versi richiamanti i nostri darwiniani antesignani.

Benchè con significato differente, Tomasi di Lampedusa, nella sua opera immortale “Il Gattopardo”, ci dice: “tutto cambia perché nulla cambi”. Abbiamo, infatti, assistito a svariate pseudo battaglie sul tema, specialmente in Italia, dettate più da una insana voglia di politicamente corretto dell’informazione mainstream e delle istituzioni calcistiche che da una concreta volontà di cambiamento, tanto che ogni maledetta domenica ci si ritrova, puntualmente, a dover assistere al consueto teatrino razzista tanto nel prato verde quanto fuori dallo stesso.

Che il conflitto che sta infiammando il mondo possa davvero costituire un nuovo punto di partenza nella lotta alla discriminazione?

Mai speranza è stata così forte.


40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)