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, 2 Giugno 2020

Ha senso esultare a distanza?


Una delle novità che il calcio ha dovuto indossare per portare avanti la baracca in questi tempi eccezionali.

Da quando lo scorso 16 maggio è andata in scena la 26ª giornata di Bundesliga, primo dei principali campionati europei di calcio a tornare in campo in seguito allo stop dovuto alla crisi sanitaria legata al virus SARS-CoV-2, si è alzato un nuovo polverone di polemiche che ha coinvolto anche i più accaniti sostenitori del ritorno al calcio giocato.

Questa volta le proteste si sono concentrate su alcuni punti del cosiddetto protocollo di sicurezza, definiti in un ventaglio semantico che spazia dal più gentile "sono solo gesti simbolici, ma ci sta dare il buon esempio" al più caustico "sono ipocrisie ridicole, continuano a prenderci per il culo".

Chiaramente, le regole tanto criticate sono quelle legate al distanziamento tra calciatori e staff prima, durante e dopo le partite: che senso ha, si chiedono in molti, mantenere le distanze in panchina, recarsi allo stadio con mezzi propri, non condividere docce e spogliatoi, evitare le esultanze, quando poi in campo si hanno contatti ravvicinati?

Un vecchio amico mi manda quest'immagine commentando: "E meno male che il virus non si trasmette nei calci d'angolo se no eravamo fottuti! LOL"

Per quanto possano sembrare assurde, a mio avviso queste non sono - soltanto - regole "mediatiche" o gesti simbolici per dare il buon esempio. Né tantomeno ipocrite prese per il culo.

Come spiegato bene da questo articolo apparso su Il Post il 12 maggio 2020 e come ribadito in quest'intervista dal Presidente del Consiglio della Scuola di Medicina e Chirurgia dell'Università di Padova Stefano Merigliano, nonché dalla stessa OMS, il virus non si trasmette con un contatto breve una tantum, non funziona come quando da bambini si giocava a "ce l'hai", nonostante questa sia l'immagine che - per un sacrosanto principio di precauzione - è stata fatta passare. Per essere precisi, l'OMS definisce come contatto "un'interazione senza protezione per almeno 15' ad una distanza ravvicinata".

In generale, affinché il contagio avvenga, bisogna essere esposti ad una certa quantità di virioni (la forma che assume un virus al di fuori di un organismo vivente). Questa "certa quantità" non è ancora stata calcolata precisamente per il virus SARS-CoV-2, ma basandosi sui suoi parenti più stretti SARS e MERS, si è calcolato che servano all'incirca mille particelle virali, indipendentemente se tutte in una volta o per somma di contatti comunque avvenuti in un breve lasso di tempo.

La panchina del Karlsruher SC, squadra di Zweite Bundesliga (Matthias Hangst/Pool Photo via AP)

Come oramai sappiamo tutti, il contatto avviene tramite droplets, piccolissime goccioline di saliva che possono anche depositarsi sulle superfici e, in alcuni casi, mantenere la carica virale per alcune ore. Con un colpo di tosse si espellono fino ad un massimo di 3000 droplets, mentre con uno starnuto fino a 30'000. In uno spazio chiuso i droplet possono rimanere a lungo in circolo nell'area sottoforma di areosol, mentre questo pericolo è estremamente limitato in uno spazio aperto e ventilato.

Dunque mi sembra chiaro che ci sono grosse differenze non soltanto rispetto alle modalità e alla durata del contatto, ma anche rispetto al luogo in cui questo avviene. All'esterno è meglio che all'interno, ma comunque alcune stanze sono più pericolose di altre. Citando l'articolo de Il Post "I bagni possono essere considerati tra i luoghi più a rischio per la diffusione del coronavirus [...] La diffusione avviene sia tramite le superfici sia tramite le goccioline che si sollevano, per esempio quando si attiva lo sciacquone."

Questo dovrebbe essere sufficiente a comprendere perché abbia perfettamente senso prendere tutte le precauzioni possibili per quanto riguarda gli spogliatoi, ma anche il trasporto dei calciatori dalle loro case allo stadio.

Immaginatevi quest'esultanza con Dybala positivo al virus e ditemi se è paragonabile a un calcio d'angolo

Invece per quanto riguarda la partita vera e propria? E le esultanze? Ovviamente, maggiori sono i contatti, maggiori sono le probabilità di contagio. Sul rettangolo verde, i giocatori si trovano abbastanza spesso in contatto ravvicinato, ma questo contatto non è praticamente mai prolungato. La fase di gioco più rischiosa è, come sottolineano in tanti, quella dei calci d'angolo. In area i giocatori stanno vicini gli uni agli altri, si strattonano, ma comunque difficilmente si abbracciano faccia a faccia, gridando e dandosi affettuosissimi baci come invece accade nelle esultanze "tradizionali".

Inoltre, quando respiriamo, quando espelliamo l’aria con la respirazione espelliamo molti meno droplets e a velocità inferiore, che quindi ricadono rapidamente a terra, senza rimanere in sospensione. La carica virale dei respiri è piuttosto bassa. Ma visto che è comunque possibile accumulare la carica virale e che nessuno pretende che le partite di calcio siano a rischio zero, è comunque molto più sicuro ridurre i contatti ravvicinati al minimo indispensabile: non potendo costringere i difensori a smetterla di marcare gli avversari, quantomeno impediamogli contatti superflui e vis-à-vis.

Insomma, comprendo e condivido la frustrazione di poter avere soltanto un calcio con tutte queste limitazioni e capisco che a qualcuno possano sembrare ridicole, ma non lo sono.

Purtroppo, ancora per alcuni mesi dovremmo accontentarci di questo: calcio vero in campo, ma che appare un pallido surrogato del nostro sport preferito se calato nell'atmosfera asettica degli stadi al tempo del coronavirus.


  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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