Interventi a gamba tesa

Dilettanti o “professionisti di fatto” senza tutele?


In questo momento di crisi globale delle certezze, ad essere avvolta dal dubbio è anche la ripresa degli eventi sportivi. Nulla di che se si pensa allo sport come un mero svago per lo spettatore, senza interrogarsi sull’ampiezza e sulla complessità dell’impalcatura su cui si regge l’intero mondo sportivo. Dietro ad una partita di calcio professionistico per esempio, ci sono centinaia di lavoratori, a partire da chi lavora alla SNAI a finire con chi pulisce lo stadio. Dietro invece a tante altre realtà sportive affermate si cela un male comune chiamato “dilettantismo”. Il caso più lampante? La serie A2 del basket italiano. Ho riflettuto sull’argomento assieme a Davide Pascolo, ala grande dell’Aquila Trento e della Nazionale italiana.


Gli highlights di Davide Pascolo in una partita della Nazionale contro la Repubblica Ceca

Il pensiero di Davide Pascolo sull’attuale situazione della pallacanestro dilettantistica

Ciao Davide, per cominciare ti volevo chiedere se secondo te a livello di impegno e tempo dedicato alla professione, ci sono grosse differenze tra il giocatore di A1 e quello di A2?
Davide Pascolo: “No, non ho mai notato grandi differenze. La grande differenza è secondo me evidente solo con le squadre che fanno le Coppe europee: solo nel momento in cui uno gioca 2/3 volte a settimana e bisogna essere sempre sul pezzo da un punto di vista psicofisico, si sente il gap, ma a livello di allenamenti cambia poco”.

E’ vero che anche a livello degli stipendi non cambia niente: nel senso che uno può prendere “poco” in A1 e prendere magari molto di più in A2 in relazione al valore che all’interno della squadra?
“Si, quello è sicuro. Poi ovviamente in A1 gli stipendi sono mediamente più alti”.

Cosa ne pensi invece della questione di visibilità? Si dice spesso che l’A1 sia più seguita, con una maggiore copertura mediatica. Ciò nonostante esistono squadre di A2, come ad esempio Forlì, che ogni domenica riempiono il palazzetto con 5 mila spettatori…
“Sì, diciamo che nel mondo del basket italiano dipende molto dalla piazza e se a livello storico la squadra riscontra il consenso del popolo. Mettiamola così, dipende un pò dal “feudo” (ride ndr)”.

Hai sentito qualche differenza a livello di contratto o di tutele nel passaggio dalla A2 alla A1? Sei consapevole dell’esistenza di garanzie più intense legate al professionismo?
“Si, sono consapevole di questo fatto, comunque il contratto di Lega è garantito e quindi sei più tutelato rispetto al giocatore non professionista. Puoi accedere ad esempio al TFR, non previsto invece per i giocatori di categorie inferiori”.

Hai per caso seguito ciò che sta succedendo in questo periodo all’interno della LNP (Lega Nazionale Pallacanestro, l’associazione che gestisce dal 2013 la Serie A2 e la Serie B), che ha proposto/imposto un contratto tipo alle società senza discuterlo con i giocatori, con i procuratori e con la GIBA (Giocatori Italiani Basket Associati)?
“Sono sincero, in realtà ho seguito poco. So solo che hanno ridotto gli stipendi al 70%”.

Senti di avere più certezze per l’anno prossimo rispetto a un giocatore di A2?
“In teoria, la situazione di chi ha il contratto è più garantita, ma non si può mai sapere. È ancora tutto incerto. So che la società non può interrompere unilateralmente il contratto: se manca l’accordo per la rescissione consensuale il giocatore può essere messo anche fuori squadra ma deve essere pagato lo stesso”.

Secondo te a cosa è dovuta la differente classificazione dei giocatori di queste due categorie?
“Adesso gira voce che vogliano togliere il professionismo anche in A1. E’ un discorso di convenienza, con i suoi pro e i suoi contro. I pro del professionismo sono le garanzie per i giocatori e i contribuiti che le società versano a loro favore. Tra i contro invece c’è sicuramente la tassazione più alta. Le società pagano di più e i giocatori guadagnano di meno di quanto guadagnerebbero se fossero dilettanti, quindi alla fine, da questo punto di vista, conviene anche a loro essere dilettanti. Per cui probabilmente il passaggio al dilettantismo dell’A2 nel 2013 è avvenuto anche per questo: per una questione di convenienza per tutti. Un giocatore che può scegliere se essere professionista e prendere 50, ad esempio, preferisce essere dilettante e prendere 80”.

Tirando le somme della nostra breve conversazione, ti faccio una domanda difficile: avresti delle perplessità se anche l’A1 passasse al dilettantismo?
Francamente, non credo cambierebbe molto, ma preferirei che rimanesse professionismo”.

Grazie mille Davide per avere introdotto con noi l’argomento.
Ora proviamo ad approfondire la cosa…

Prima di tutto: chi sono i dilettanti?

Occorre in primis contestualizzare la situazione in cui si trova la pallacanestro italiana dilettantistica in questo momento, specificando sin da subito che sono tante le situazioni in Italia dove si fuoriesce dal professionismo sportivo. Basti pensare che nemmeno Valentina Vezzali (scherma), Federica Pellegrini (nuoto) e Francesca Piccinini (pallavolo) sono professioniste. Sembra assurdo, considerando che parliamo di atlete affermatissime al livello mondiale.

Attenzione però. Come nota anche Davide nel corso dell’intervista, l’essere dilettanti non incide per forza sul trattamento economico: spesso gli atleti più affermati non hanno alcun problema a gestire il proprio futuro a prescindere dalla sussistenza o meno di tutele previdenziali.

Necessità di chiarezza

Ciò non vale naturalmente per tutti, perché tra i dilettanti, soprattutto negli sport di squadra, ci sono tanti ragazzi giovani, che spesso non sono del tutto consapevoli di tutte le sfaccettature delle scritture private che sottoscrivono con le rispettive associazioni sportive. Ma soprattutto, quasi sempre questi ragazzi non percepiscono di certo le cifre a cui arrivano i cestisti affermati della categoria. Per alcuni di questi, infatti, il compenso – chiamato anche “rimborso spese” – è del tutto equiparabile ad un’onestissima retribuzione dell’italiano medio, se non inferiore. Con la differenza che l’italiano medio percepisce solitamente la sua retribuzione per la durata di 12 mesi (spesso con la tredicesima assicurata), mentre il giocatore per 10 mensilità.

Le ragioni del dilettantismo per i “professionisti di fatto”

La convenienza di riportare al dilettantismo nel 2013 un settore che dal 1994 è stato professionista unitamente all’A1, ha giovato ovviamente a tutti. Ma, è nelle situazioni come questa, dove tutti i settori produttivi vengono messi allo stremo e dove tutte le categorie di lavoratori subiscono la crisi, che vengono a galla le vere differenze tra i professionisti e i dilettanti.

Il professionista è un lavoratore. Il dilettante non lo è. Tuttavia, lo svolgimento dell’attività dilettantistica rende spesso assai difficoltoso praticare qualsiasi altro mestiere, in quanto totalizzante. Nel caso dell’A2 infatti, l’atleta deve infatti garantire in media due allenamenti al giorno e la disponibilità di partecipare a tutte le attività promozionali della squadra. Spesso, i dilettanti vengono definiti come “professionisti di fatto”, proprio per via della fattuale equiparazione della loro attività rispetto ai professionisti. Del resto, sotto il profilo degli impegni, come ci ha pure confermato Pascolo, le differenze sono minime.

Come potete notare il livello di agonismo in una partita di A2 non ha nulla da invidiare alla Serie A1.

 

Attuale situazione della pallacanestro italiana

Sfruttando la condizione dilettantistica della A2 e della Serie B, gestite entrambe dalla Lega Nazionale Pallacanestro (LNP), quest’ultimo organismo ha di recente promosso un contratto tipo da applicarsi per la stagione successiva. All’interno della comunicazione con la quale è stato introdotto questo contratto, si ricorda che “è superfluo ricordare quanto sia opportuno che il modello venga utilizzato da TUTTE le società per TUTTI gli accordi che verranno sottoscritti, in modo da dare omogenea unità d’intenti“.

Tale comunicazione appare in assoluto contrasto con il principio dell’autonomia contrattuale delle parti a determinare il contenuto dei contratti conclusi, mere scritture private, vista l’esclusione della contrattazione collettiva. Il potere contrattuale dell’atleta viene dunque limitato. D’altro canto tale modello sembra, invece, alludere proprio all’esigenza di un contratto collettivo, senza tuttavia permettere l’accesso alla contrattazione a tutte le parti interessate. Infatti, si tratta di un modello imposto dalla LNP, apparentemente in accordo con alcune società, senza nemmeno nascondere la volontà di tutelare principalmente le medesime.

Nessuna parola è stata data ai rappresentanti dei giocatori o alla GIBA, sindacato non ufficiale che trova un discreto numero di adesioni da parte degli atleti. Tra le clausole inserite nel modello che deteriorano la condizione dell’atleta, emerge in particolare quella inserita nell’art. 5 sull’infortunio e malattia. La norma sancisce che nel caso di infortunio il compenso pattuito a favore del tesserato verrà corrisposto per soli quattro mesi dall’infortunio, al termine dei quali verrà ridotto del 50% fino al termine del contratto. Ciò significa che la società non copre per intero nemmeno, per esempio, la rottura di un crociato, che difficilmente può durare meno di 6 mesi, riservandosi poi comunque il diritto di risoluzione.

La comunicazione della LNP sulla necessità di adottare il contratto tipo

Provando a tirare le somme, è inevitabile che affinché l’intera struttura dello sport dilettantistico possa continuare a reggersi soprattutto sulle sponsorizzazioni delle aziende esterne, tutti i diritti in gioco vadano contemperati. Tuttavia, tale meccanismo non può spingersi fino al ridurre l’atleta, sia esso professionista riconosciuto o “di fatto”, ad un mero oggetto degli interessi intesi come superiori alla tutela della sua prestazione, senza la quale non esisterebbe nemmeno la categoria stessa.


 

Khrystyna Gavrysh, 4.9.90, nata in Ucraina e cresciuta in Italia. Laureata in Giurisprudenza a Ferrara ed attualmente dottoranda in diritto internazionale all’Università di Padova. Grande appassionata di diritti umani, di Quentin Tarantino e di sport. Milanista fino al midollo, ovviamente per colpa dell’usignolo di Kiev, e incapace di rivedere un gol di Superpippo senza farsi venire la pelle d’oca.