Interventi a gamba tesa

2021, Odissea nello stadio


2021: realisti? Esagerati? Pessimisti? Di qualsiasi corrente voi facciate parte, siamo sicuri che sareste d’accordo tutti sul fatto di unirvi sotto il partito unico, e magari un po’ stereotipato, di quelli che pensano che il calcio senza pubblico perda una discreta fetta del suo interesse. E dei suoi incassi.


Partiamo da un pensiero che tutti noi abbiamo idealizzato almeno una volta nella vita, per ridimensionare la tensione che abbiamo provato nei prepartita delle trasferte della nostra squadra del cuore, quelle fatte su campi particolarmente “caldi”: il pubblico non fa gol, mai.

Lo pensava, e lo disse apertamente, anche Gigi Buffon, esorcizzando in conferenza stampa il clima infuocato che l’indomani avrebbe atteso la sua Juventus, impegnata nell’ottavo di finale della Champions League 2012/13 al Celtic Park contro gli scozzesi padroni di casa. In effetti, quella volta Buffon ebbe ragione (finì 0-3), e ne avrebbe comunque avuta anche nel caso in cui il Celtic (e non il Celtic Park) avesse segnato. La spinta di uno stadio non sposta mai l’equilibrio di una partita nei fatti, ma di certo amplifica le sensazioni che si possono sprigionare da un incontro, aumentando il raggio di interesse del fenomeno ‘calcio’ e trascinandolo da una situazione più orientata verso la prestazione sportiva ad una più incentrata sul football come ‘fenomeno sociale e culturale’.

La coreografia ispirata all’album dei The Clash con cui la Green Brigade, gruppo ultras dei biancoverdi di Scozia, accolse la Juventus. La finale di quella Champions si sarebbe infatti svolta a Londra.

Ecco, la premessa serve a dare quella patina di fredda e amorfa lucidità al discorso che stiamo per affrontare. Non serve ripetere per l’ennesima volta la retorica, anche un po’ strenuamente ritrita, del calcio che senza pubblico perderebbe la sua anima, la sua identità, e che non sarebbe capace di rappresentarsi più come gioco del popolo.

Lo stadio è stato sempre uno spaccato della società che superava il semplice concetto di sostegno alla squadra del cuore e che ha visto nascere al suo interno sottoculture, movimenti e azioni capaci di riversarsi anche nella vita reale, quella con cui ci si andava a scontrare una volta usciti da quegli ingressi. Ingressi che, da più di dieci anni ormai, sono stati dotati di tornelli che hanno rappresentato una sorta di filtraggio anche ideologico, non soltanto quindi del pubblico pagante ma anche di  quelle realtà e di quei movimenti che tra le gradinate e le tribune nascevano e si sviluppavano: i tornelli come rappresentazione e “capro espiatorio” di un tifo da stadio che al giorno d’oggi viene fatto scorrere con più calma, con più controllo e con meno autonomia di gestione o libertà di aggregazione. Quello che nasceva negli stadi degli anni ’80 e ’90 non rinascerà, purtroppo o per fortuna, mai più.

La sottocultura Casual è stata, tra le tante, la sottocultura che maggiormente deve la sua origine al mondo degli stadi (in particolar modo in Inghilterra). Essa ha ispirato molte pellicole, tra cui anche l’ultima, “Ultras” dedica uno spazio a questa speciale nicchia.

La gente del calcio sembra ormai essersi arresa, quasi tutta, ad un contesto di intrattenimento teatrale in cui la fede sembra ormai essersi sacrificata in nome di una spettacolarizzazione del gioco che dovrebbe in qualche modo adempiere anche a quello che prima era il ruolo svolto da una partecipazione più attiva all’interno dell’entertaiment del calcio. Siamo in una fase storica in cui “essere allo stadio” non vuol dire più fare parte dell’evento ma vivere dal vivo un’esperienza pensata per la televisione, un po’ come il pubblico presente nei talk-show o nei quiz televisivi (che a volte sembra addirittura più coinvolto).

Ma come uscirà il calcio visto e vissuto dal contesto imposto dal COVID – 19?

Molte sono state, e sono ancora, le soluzioni che la Lega Calcio e il Governo hanno ipotizzato per la ripartenza del campionato, in nome di interessi televisivi ed economici, ma non altrettante sono state le idee atte a mitigare le difficoltà o a riprogrammare al meglio un ritorno del pubblico negli stadi. L’unica condizione finora ufficialmente imposta a livello nazionale è il rinvio a tempo indeterminato e a data da destinarsi di tutti gli eventi dal vivo che prevedano la presenza di pubblico. Condizione che, ci auguriamo tutti, prima o poi smetterà di essere.

È ovviamente fuori discussione, all’interno del nostro ragionamento, il fatto che tutto questo debba essere gestito una volta che si sia in grado di garantire la massima sicurezza di tifosi e addetti ai lavori, ma cosa potrà accadere quindi al mondo del tifo e degli stadi nel momento in cui questo riprenderà? Come agiranno le società per far sì che vengano tutelati sia tifosi che decreti, rimanendo contemporaneamente anche in un’ottica di profitto economico? È per caso questo il colpo di coda beffardo e involontario che il calcio moderno sta sferrando per eliminare per sempre un certo tipo di tifo dagli stadi italiani? Saremo portati a svendere completamente qualsiasi dignità sportiva acquistando (pagando eh!) un cartonato con la propria faccia da mettere nelle tribune dello stadio, come ha pensato di fare il Borussia Monchengladbach per questo finale di stagione?

La toppa, peggio del buco, messa dal Borussia Monchengladbach.

Le ultime partite con il pubblico che ci siamo goduti sono state praticamente vissute in una situazione surreale. Liverpool – Atletico di Champions League fu praticamente vissuta come se fosse stata giocata su un altro pianeta, vista l’emergenza in atto nel mondo e l’apparente normalità che si respirava quella sera ad Anfield. Ancor più strana fu un apparentemente anonimo Spezia – Pescara, svoltasi praticamente poche ore prima dell’entrata in vigore del decreto che sospendeva i campionati e giocata col pubblico (anche ospite!) che era tenuto comunque a rispettare le norme anti-contagio, in una sorta di paradosso nel paradosso. Per non parlare dell’atmosfera che si respirava sui campi di Bundesliga lo scorso weekend…

La spietata “concorrenza” dello spettacolo dal vivo, quella proposta da Sky e dalla pay – tv in generale, ha da sempre messo in difficoltà il mondo degli stadi ma si sta dimostrando, seppur con un discreto ritardo e con modalità flebili, più attenta alla situazione. Con questo non si vuole far passare il messaggio che i canali a pagamento abbiano assistito il cliente con puntualità, ma Sky ha quantomeno proposto una riduzione del canone mensile (seppur minima) per gli abbonati al pacchetto calcio e/o sport, proponendo anche altri film in anteprima e dimostrando comunque di non essersi dimenticata di suoi abbonati. Ad oggi, nessuna società calcistica ha fatto alcunché per informare i propri abbonati allo stadio sul futuro del proprio abbonamento o dei propri servizi per cui aveva già pagato anticipatamente (non è il caso dei biglietti singoli, che risultano, almeno teoricamente, di più facile rimborso), probabilmente cullandosi del regolamento che ogni abbonato sottoscrive al momento della stipula del contratto, in cui si esenta la società sportiva da ogni colpa nel caso in cui lo svolgimento delle manifestazioni suddette sia impedito da cause di forza maggiore.

Ad ogni modo, questo ci sembra un atteggiamento attendista ed anche un po’ codardo, alla luce dell’oggettiva e già assodata impossibilità quantomeno di finire la stagione 19/20 con il pubblico presente sugli spalti. In caso di rimborso, infatti, soltanto le società di Juve, Milan e Inter sarebbero coinvolte in un discorso di rimborsi che le impegnerebbe per circa 10M di euro.

Siamo pronti ad abituarci a tutto questo?

Se la stagione in corso, infatti, ha colto tutti di sorpresa e ha costretto ad una corsa ai ripari affrettata e raffazzonata, lo stesso non si potrà dire per la stagione 20/21 (o 21/22?) che invece avrà tutto il tempo per essere programmata con serietà e senso di responsabilità.

Certo, molto dipenderà da come e quando finirà questa stagione, ma ripetere gli stessi errori sarebbe tragicomico. La campagna abbonamenti e la vendita dei singoli tagliandi probabilmente sarà dilazionata, la capienza degli stadi si ridurrà inevitabilmente (considerando che, per il distanziamento sociale e per la grandezza dei seggiolini medi degli stadi, ad ogni posto occupato dovranno seguire due, se non addirittura tre, posti vuoti) “costringendo” le società all’aumento del prezzo degli ingressi per raggiungere quantomeno un break even per i costi di gestione dell’impianto.

Verranno con ogni probabilità introdotti elettro scanner per misurare la temperatura di ogni tifoso e di ogni addetto ai lavori, costringendo non solo ad un aumento delle tempistiche di controllo e di scaglionamento delle entrate, ma anche ad un aumento del personale adibito alla gestione degli ingressi, altro settore ora danneggiato indirettamente dai match porte chiuse, insieme alle altre attività connesse alla vita da stadio come quella degli ambulanti, sia di merchandising che di cibo, che potrebbero essere sostituiti, forse per sempre, da distributori o da attrezzature meccaniche del genere.

Ma chi vi potrà entrare, in questi stadi? Se la questione risulta essere relativamente poco problematica per le cosiddette provinciali e per i club delle categorie inferiori, essa risulta essere un problema per le maggiori realtà nazionali. Se, infatti, sembra facile individuare una vendita del singolo tagliando o di un abbonamento, circoscritta alla città (o alla provincia) di appartenenza della società per le “piccole”, altrettanto facile non sembra applicare questo principio alle grandi del nostro calcio, aventi un numero rilevante di affezionati abbonati anche fuori provincia o addirittura fuori regione.

Sarà sempre più limitata la vendita di tagliandi singoli in favore degli abbonamenti? Verrà annullata la possibilità di prelazione per i vecchi abbonati e si ripartirà da zero, consentendo solo ai residenti nella regione di poter stipulare l’abbonamento? Se venisse mantenuta questa possibilità, invece, potrebbe risultare complicato anche logisticamente accogliere quei tifosi che dovrebbero servirsi per la maggior parte di mezzi privati per raggiungere l’impianto, dato il probabile contingentamento ridotto anche per i mezzi di spostamento più comuni utilizzati da questa schiera di aficionados (autobus su tutti).

A proposito di questi ultimi, crediamo inoltre che questa situazione sia, se non il colpo di grazia, sicuramente un’ulteriore brutta botta per ciò che riguarda il tifo organizzato, o comunque in generale di un modo partecipativo di fare il tifo e di sostenere la propria squadra. Il distanziamento tra seggiolini e l’obbligo di stare seduti sembrano infatti le prime e assolutamente incontrovertibili ipotesi per una prima riapertura degli impianti, che probabilmente diventeranno delle “buone norme” da tenere anche per il futuro (quantomeno l’obbligo di sedersi, teoricamente in vigore già ora). Tutto ciò, quindi, renderà il concetto di tifo all’italiana completamente inapplicabile negli stadi post COVID – 19, riducendo sempre di più la differenza tra lo spettacolo visto sul divano di casa e quello visto da una seduta di uno stadio.

Non possiamo dire come andrà a finire, ma possiamo almeno suggerirvi due linee di pensiero per vivere questo momento di indeterminatezza attraverso due brani del passato, guarda caso entrambi oggetto di numerose reinterpretazioni nelle curve italiane per adattarli a cori da stadio: Que sera, sera di Doris Day se siete ancora degli inguaribili ottimisti che ancora una volta si inventeranno qualcosa per poter varcare quei tornelli, Che sarà dei Ricchi e Poveri se invece siete ancora nel pieno dei dubbi sul futuro, e all’orizzonte faticate a trovare qualcosa di positivo.

Se non altro per una questione di messaggio, suggeriamo il primo.


 

27 anni, laureato alla magistrale di turismo, territorio e sviluppo locale presso l'Università degli Studi di Milano Bicocca. Grande passione per calcio, musica e viaggi. Da sempre appassionato di giornalismo sportivo.