
Cien años de soledad
Un omaggio. Un ricordo. Un grazie a chi ha trasmesso l’amore per il gioco e che, in questi giorni, è arrivata a compiere cento anni nonostante tutto e tutti.
Lo scrittore argentino Ariel Dorfman commentò uno dei celebri romanzi (forse il più celebre) di G. G. Marquez affermando che, in esso: “l'individuo è divorato dalla storia e la storia è divorata a sua volta dal mito”. L’individuo un ragazzino che si affacciava al Fùtbol. La storia quella del Foggia Calcio. Il mito la squadra del Foggia Calcio dei primi anni 90.
Come accadeva in provincia, ogni ragazzino e ogni ragazzina segue, spesso, la fede calcistica del genitore appassionato a Gioco (nella vulgata ultras celebre è il “di padre in figlio”). Ma la strada pareva segnata diversamente, in direzione forse ostinata e contraria. Quando si vive in provincia, specie in quelle del sud, buona parte dei futuri aficionados tende ad approcciarsi al Calcio trascinato dalle vittorie in campo nazionale e non e dai nomi roboanti.
In Italia, quindi, l’attenzione volgeva soprattutto alle c.d. “strisciate”, ovverosia Inter, Juve e Milan. Certo, c’era anche il Napoli di Maradona, ma la rivalità e l’allora poco fascino e blasone, facevano sì che faro delle attenzioni fosse Diego e non la squadra.
Come fu per il Colonnello Buendìa, per il ragazzo, specie in questi giorni, il ricordo che lo pervade è quello dello zio che lo portò al cospetto di quello che sarà il suo più bel demone: il Calcio.
La controra della domenica. Una delle tante passate a tavola in famiglia (più affettiva che sanguigna e che quindi contava mediamente in 15-20 persone) tra sughi di carne, avvenuto compimento dei doveri religiosi, resoconti della settimana appena trascorsa e ironia diffusa. Ma c’era un nuovo elemento pronto a sparigliare per sempre il campo emozionale: l’imminente incontro di calcio. Foggia-Triestina.
Scesi da casa, particolarmente satolli, la macchina, seguito un particolare rituale giro di raccolta di varia umanità, usciva dal centro abitato per imboccare la statale ed arrivare vicino lo stadio.
Trovato con una certa difficoltà il parcheggio, che col senno del poi non si può tardare a definire creativo, la strada che portava allo stadio pareva popolata da raffinatissimi conoscitori del Gioco che disquisivano di finezze tattiche senza, però, fare uso delle vocali. La festa era iniziata.
Si stava concretizzando l’agognato passaggio alla massima serie dopo svariati anni.
Come ogni vero tifoso del club sa, la storia calcistica del Foggia Calcio non racconta di mirabolanti successi e trofei alzati al cielo, ma si è spesso contraddistinta per lo più di, rapide, ascese e discese tra Serie A e B ma, soprattutto, dalla B alla C. Qualcosa, però, lasciava presagire l’arrivo di una nuova primavera.
Un paio di anni prima, l’allora Patron Casillo assunse un allenatore, già passato fugacemente da Foggia, che sino a quel momento, pur avendo battuto il Real Madrid con il suo Parma per 2-1, non aveva brillato. Era un silente boemo che insieme al DS Peppino Pavone, vero deus ex machina, mise in piedi una squadra che, a tutt’oggi, è nell’immaginario collettivo per via della sua dinamicità, della sua capacità di occupare e controllare lo spazio, della sua estenuante verticalità, della fuorigioco ossessivo, delle espulsioni sistematiche, della velocità d’esecuzione e della ricerca costante del gol ad ogni costo.
Bill Shankly, allenatore del Liverpool dal 59 al 74, soleva dire che il calcio è questione di fondamentali. Controlla il pallone e dallo via, controllo e passaggio, controllo e passaggio. Se poi tutto è fatto con rapidità e tecnica l’effetto sarà ipnotico agli occhi dell’appassionato ma, soprattutto, del neofita. E così sarà per quel ragazzo.
Quel giorno di Maggio, infatti, il Pino Zaccheria era straripante di gente. Quel fiume di gente di cui poco sopra di diceva, scatenava grandissime emozioni per chi, poco prima, era immerso nel lockdown prandiale di una piccola cittadina. L’entrata in gradinata.
I cori, i fumogeni, i tremori spaventosi delle strutture ad ogni gol, gli abbracci, la velocità d’azione degli 11 in campo, l’uscita festante, la parola “Serie A” che, sino a quel momento, non s’erano ancora accostati alla realtà Foggia, e ciò per pura e semplice scaramanzia.
Ma quell’anno sarà, in effetti, Serie A, proscenio per vedere approdare a Foggia personaggi che sino a quel momento avevi solo l’opportunità di incollare su di un Album o vedere per televisione.
“Siguió expuesto al sol y a la lluvia, como si las sogas fueran innecesarias, porque un dominio superior a cualquier atadura visible lo mantenía amarrado al tronco del castaño” (Continuò ad essere esposto al sole ed alla pioggia, come se le corde fossero non necessarie, perché una forza superiore a qualunque legame visibile lo teneva stretto al tronco di castagno – t.d.a).
Quel dominio superiore che poneva, questa volta, il ragazzo abbracciato al suo seggiolino sotto qualunque intemperia nelle successive stagioni era il Fùtbol. Era il Foggia. Erano 22 impudenti che sfidavano la noblesse oblige del calcio nostrano.
Ma non solo lui e lo Zio, finanche il Nonno che, partita dopo partita, si entusiasmava, pur non avendo mai avuto a che fare col Gioco.
Dinanzi a tutti quella figura silente che, per molti versi si rivelerà discutibile ma che, al tempo, dava voce, sebbene grattugiata dalle tante sigarette, a tantissimi, forse grazie anche alla confezione di Halls che riceveva prima di ogni partita casalinga.
Quel boemo che faceva allenare, con i suoi ormai arcinoti metodi, una squadra di Serie A nel campetto polveroso della chiesa adiacente lo stadio ogni giorno, legava alla terra, elemento essenziale di Foggia e provincia, il Gioco.
Il fatto che i 22 satanelli fossero dei perfetti sconosciuti pescati in chissà quali serie minori apriva l’immaginario di qualunque ragazzino dell’epoca. Sembrava, infatti, voler dire che anche il palcoscenico più prestigioso potesse essere accessibile a tutti. Anche al ragazzo innamoratosi del Gioco.
Come Macondo, Foggia pareva divenire un non luogo.

Giunsero, nel tempo, due russi, un rumeno, un olandese, un argentino. In una terra da sempre connotata dalla forte radicazione del socialismo prima e del comunismo dopo (entrambi di matrice agraria) i primi due, stando alla canzone, sembrava li avesse mandati direttamente il PCUS per intercessione dell’allora segretario Gorbačëv. Benchè, come sopra detto, furono altra intuizione brillante di Peppino Pavone.

Il livello del conflitto portato dalla squadra alla Serie A saliva esponenzialmente. La salvezza sembrava andare stretta. Dopo, infatti, aver mantenuto la categoria per tre volte consecutive l’entusiasmo pareva non così ben contenibile.
Per le strade i più anziani parevano ripetere, ma forse più ripetersi, per via delle tante vicissitudini passate, che “En Macondo no ha pasado nada, ni está pasando ni pasará nunca. Este es un pueblo feliz” (A Macondo non sta succedendo nulla, ne succederà nulla. E’ solo un paese felice – t.d.a.).
Quella squadra coinvolgeva il ragazzo a tal punto che a nulla importava se portava a casa un punto dopo essere in vantaggio di 3 gol (Atalanta – Foggia), perché la volta successiva poteva capitare che pur stando sotto di 2 a fine partita avrebbe vinto di 3 (Foggia-Parma).
Tale coinvolgimento non avvolgeva solo il ragazzo, ma anche il nonno, lo zio, il pro zio e la città intera che erano letteralmenteattraversati da una euforia incontrollata. In città arrivava il Real Madrid e fianco la Nazionale di Calcio. Non scalfiva tale gioia nemmeno il valzer dei giocatori in entrata a cui si assisteva ogni estate. Quei nomi, leggendoli sui quotidiani locali e non, parevano frutto di un sorteggio fatto dall’elenco telefonico salvo poi, dopo metà stagione neanche, entrare di diritto su tutti i taccuini dei DS italiani e non.
Arrivava l’adolescenza, così come giungeva il climax di quella epopea. Il critico d’arte, nonché tifoso del Liverpool, Hal Foster disse: “il calcio è il palcoscenico dove si compiono le, talvolta oscure, macchinazioni del fato”. E così fu, perché al termine di quella stagione, culminata col mancato accesso alla Coppa Uefa per via del fato, o per meglio dire di un’uscita insensata del portiere Bacchin, la musica s’interruppe.
Il ragazzo, divenuto amante del Fùtbol grazie a quella inebriante sinfonia, aveva già da tempo intrapreso la sua vita calcistica. William James in “On a certain blindness in human beings” afferma: “Mi sconforta il pensiero del ragazzo o della ragazza, dell’uomo o della donna, che non sono mai stati presi dall’incantesimo di questa misteriosa vita sensoriale, in tutta la sua irrazionalità, se così vogliamo chiamarla, ma anche in tutta la sua pienezza e la sua gioia. Le feste della vita ne rappresentano una parte essenziale, perché sono, o almeno dovrebbero essere, pervase da questo incantesimo di magica incoscienza”.
Questa magica incoscienza collettiva, che fu anche parentesi di vita familiare, rimarrà per sempre scolpita nella memoria emozionale. Muchos años después, en efecto, frente al cumplimiento de los cine años, el hombre había de recordar aquella tarde remota en que su tio y su abuelo lo llevaron a conocer el Juego (spero mi vorrà perdonare G. G. Màrquez).
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