Interventi a gamba tesa

Il fu Totò Di Natale


Il mondo del calcio si è dimenticato di Antonio Di Natale. Cerchiamo di capire che giocatore è stato l’ex numero 10 dell’Udinese, perché meriterebbe una diversa considerazione e qual è la sua occupazione attuale.


In questo periodo di quarantena mi è capitato spesso di “buttare” un po’ del tanto tempo a disposizione guardando i video più disparati sulle diverse piattaforme social, con quella modalità infernale grazie alla quale non appena finisce il primo, subito se ne attacca un secondo, poi un terzo e in un attimo vieni risucchiato nello scorrere delle innumerevoli proposte che i diabolici algoritmi hanno predisposto per te.

Neanche a dirlo, l’algoritmo che monitora tutte le mie attività sulla piattaforma ruffianamente mi propone video calcistici. Ce ne sono veramente per tutti i palati e per tutte le fedi, ma quelli che stuzzicano di più il mio interesse, spinti forse da un velo di nostalgia in questo periodo privo di calcio giocato, sono indubbiamente i video di Ronaldo il Fenomeno e di Ronaldinho Gaucho (tornato alla ribalta mediatica per via dei suoi problemi giudiziari e del suo arresto in Paraguay). Le migliori azioni delle carriere dei due brasiliani sono un godimento assoluto, antidepressivo naturale contro la tediosa quotidianità della reclusione pandemica.

Sdraiato sul divano, in uno stato di trance causato dall’indigestione di “goal and skills”, l’algoritmo mi stupisce proponendomi un video della UEFA con le migliori giocate di Andrea Pirlo nel corso degli europei del 2012. Ovviamente accetto – passivamente – quello che mi viene propinato dall’intelligenza artificiale e mi metto a guardare le prodezze del Maestro con il pallone tra i piedi ad Euro2012: un concentrato di classe purissima e visioni quasi mistiche, un vero e proprio trattato sull’intelligenza calcistica; ma questo è abbastanza scontato quando si rivedono le immagini di un mostro sacro come l’ex n. 21 di Milan e Juve. Uno così, in Italia, lo rivedremo (forse) tra 50 anni (per chi se lo stesse chiedendo: Tonali non è e non sarai mai come il Maestro).

Vengo rapito dalle movenze felpate di Pirlo: tacchi, veroniche, lanci illuminanti; c’è tutto il campionario che ha messo in mostra nel corso di una carriera leggendaria e c’è, ovviamente, l’azione del gol della prima partita del girone per l’Italia, quella del 10 giugno 2012 contro la Spagna, finita 1 a 1. Pirlo riceve palla a centrocampo, con una giocata che lui fa sembrare elementare salta di netto Busquets e manda direttamente in porta la punta, abilissima nel partire sul filo del fuorigioco in mezzo a Piqué e Sergio Ramos e ad infilare Casillas sul palo lungo.

Che grande azione, che grande gol. Pirlo è veramente una gioia per gli occhi. Anche la punta, però, che movimento da grande attaccante. Il pensiero mi parte spontaneo: chi è quella punta che mette dentro questo gran gol?

Ci metto un secondo, ma poi in un lampo mi illumino: ovviamente è Antonio “Totò” Di Natale!

Mi rimprovero da solo per non essermi immediatamente ricordato chi fosse quell’attaccante, così scattante e tecnico, che con il suo movimento aveva eluso due dei più grandi difensori centrali degli ultimi 20 anni.

Poi mi fermo e mi domando: com’è possibile che, anche solo per un attimo, mi sono dimenticato di Totò Di Natale?

Rifletto meglio e capisco che non sono io ad essermi dimenticato di Totò, è il calcio in generale. Ma quali sono i perché di questo “oblio mediatico” e di che cosa si occupa oggi l’ex dominatore dello stadio Friuli?

Innanzitutto, quando si parla di un giocatore del calibro di Antonio Di Natale c’è l’obbligo di essere oggettivi, chiari e diretti: per rendimento è stato uno dei 10 migliori giocatori del campionato italiano del decennio post mondiale 2006.

Stiamo parlando di un giocatore che “dava del tu al pallone”, come pochi italiani prima lui e, ancora meno, dopo il suo ritiro. Destro vellutato e genialità tipiche degli eletti del gioco. Ma non solo. Antonio non è stato solamente un giocatore di talento, un fantasista che ha mostrato colpi magici nel corso della sua carriera, è stato anche un eccezionale realizzatore.

Di Natale, infatti, fino al 2007 era considerato un buon esterno offensivo, tanta tecnica, poco fisico, veloce nel breve ma non imprendibile nell’allungo, complici leve non proprio infinite. Alla soglia dei 30 anni era un buon giocatore di provincia, un fantasista estroso, buono per una squadra di media classifica, ma non abbastanza per un contesto di vertice.

Però, come spesso accade nel calcio (e nella vita) Totò incontra la persona giusta, con un’idea giusta, nel momento giusto. Questa persona è Pasquale Marino, maestro di calcio che ha girovagato per la provincia calcistica italiana e che nella sua carriera ha certamente ottenuto meno rispetto a quello che è il suo bagaglio di conoscenze del gioco.

L’allenatore siciliano, arrivato all’Udinese nell’estate del 2007, ha la geniale intuizione di spostare Totò dall’esterno al centro dell’attacco. Prima punta o seconda punta, poco cambia, Marino si accorge che lui deve stare nel mezzo, più vicino alla porta, dove il suo talento purissimo e la sua innata capacità di concludere in un fazzoletto di terreno vengono esaltate. E così farà, lo sposta al centro dell’attacco.

Non è corretto ingabbiarlo in una definizione: non è una prima punta, né una seconda punta né pare appropriato l’inquadramento abusato del “falso nueve”. Di Natale è un legante offensivo, naturalmente capace di aggregarsi con qualsiasi tipo di compagno e dotato di un killer instinct eccezionale.

Nei suoi anni migliori ha segnato in tutti modi: destro, sinistro, di collo, d’esterno, a giro, su punizione, al volo, di pallonetto (e che pallonetti, ce ne sono almeno un paio da antologia del calcio, contro Palermo e Parma, con stop chirurgico e tocco rapido a scavalcare il portiere in uscita, senza guardare e senza pensare, solo sentendo). Il campionario di soluzioni balistiche che possedeva era (ed è) veramente ineguagliabile.

Il tutto condito da una naturalezza che è sempre stata il suo marchio di fabbrica. I suoi gesti tecnici (controllo, dribbling, conclusione) avevano il fascino della semplicità, non c’era nulla di barocco nel suo modo di trattare il pallone. Solo una innata concretezza che si sposava a meraviglia con il suo immenso talento.

La naturalezza della sua tecnica è un concentrato di quello che manca oggi ai giovani italiani. Non si può non percepire come una certa gestualità calcistica Di Natale l’abbia assimilata per strada, lungo i vicoli del quartiere 219 a Pomigliano d’Arco nella periferia di Napoli, dove trentacinque anni fa si guardava Maradona in TV e lo si imitava con gli amici. Totò ha portato quello scugnizzo sognante dentro di sé per tutta la sua carriera e i gol immaginifici che ha sfornato sono lì a dimostrarlo.

Ma se la tecnica e la genialità possono essere aspetti lasciati al gusto personale, ciò che non si discute sono i numeri. E che numeri, da top player assoluto.

Di Natale ha vinto per due volte consecutive la classifica marcatori di serie A, con cifre da capogiro (29 gol nel 2009-2010 e 28 gol nel 2010 -2011).

È il sesto marcatore di sempre della storia della Serie A con 209 reti, meglio di lui solamente Silvio Piola (274), Francesco Totti (250), Gunnar Nordhal (225), Giuseppe Meazza (216) e José Altafini (216).

Nel biennio 2009-2011 è stato il terzo marcatore europeo (67 gol), avvicinandosi ai due cannibali del calcio contemporaneo, Cristiano Ronaldo (86) e Leo Messi (82).

È il giocatore ad aver segnato più gol in Serie A nella decade 2010-2019 (125 gol), davanti a due bomber di razza come Higuain e Icardi (entrambi 121).

È riuscito nell’impresa di superare i 20 gol nel campionato di Serie A per 4 stagioni consecutive (dal 2009 al 2013). Per fare un paragone (meramente numerico) che rende l’idea della sua costanza spaventosa, lo stesso Francesco Totti, che – come lui – è nato fantasista e si è poi trasformato in punta vera, non ha mai timbrato due stagioni consecutive con più di 20 gol.

Ma Totò non ha solo raggiunto traguardi personali strabilianti, ha soprattutto esaltato una città di provincia, portandola per ben due volte ad un passo dalla fase a gironi della Champions League.

Quell’Udinese, magistralmente condotta da mister Guidolin, ha fatto sognare un’intera città, proponendo un calcio bello, pragmatico e vincente, e Di Natale ne era la vera e propria anima, il sole intorno al quale ruotava l’intero sistema bianconero.

Nella stagione 2010 – 2011 la squadra, guidata dalla coppia d’attacco atomica Di Natale – Alexis Sanchez, ha raggiunto uno storico quarto posto in campionato e si è qualificata ai preliminari della Champions League, dove sfortunatamente ha impattato con sorteggio tremendo, venendo eliminata nella doppia sfida dall’Arsenal di Arsène Wenger.

Peraltro, in quell’estate Sanchez era stato ceduto al Barcellona e dopo la sconfitta con i Gunners si respirava un grande scetticismo intorno alla squadra, molti addirittura paventavano il fantasma della Sampdoria, che nella stagione precedente era passata dalla Champions League alla retrocessione. Ma nonostante le cessioni e le perplessità, Di Natale ha sfoderato un’altra stagione terrificante (23 gol in A) e la squadra addirittura ha migliorato il piazzamento dell’anno precedente, arrivando terza. Di nuovo preliminari di Champions.

Questa seconda volta c’era un sorteggio alla portata, i portoghesi dello Sporting Braga, c’erano una città e una squadra che volevano finalmente conquistarsi un posto nel salotto buono europeo e c’era più esperienza rispetto all’anno precedente. Purtroppo però – dopo due partite oggettivamente mediocri – i sogni friulani si sono infranti sullo sciagurato cucchiaio di “O Mago” Maicosuel. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

In una stagione indelebilmente marchiata dall’infausto inizio, però, Di Natale e compagni saranno protagonisti di una delle più incredibili trasferte europee della recente storia del calcio italiano. La sera del 4 ottobre 2012, con una rimonta spettacolare e rocambolesca, l’Udinese espunga Anfield battendo 3 a 2 il Liverpool di Brendan Rodgers. Ovviamente Totò è il protagonista: prima, riporta in parità la partita con una demi volée felpata di destro che finisce all’incrocio, poi, fornisce l’assist del definitivo vantaggio, lavorando magistralmente un pallone in palleggio nell’area avversaria e appoggiando per l’accorrente Giovanni Pasquale, che di sinistro fulmina Pepe Reina.

Insomma, il giocatore è stato veramente unico, talento e concretezza, leadership e capacità di finalizzazione, vero e proprio protagonista del calcio italiano per più di dieci anni. Ma allora perché il mondo del calcio si è dimenticato di lui?

Per capire la sua figura ed il suo modo di essere, non si può prescindere da uno degli snodi fondamentali della sua carriera: il grande rifiuto alla Juventus dell’estate 2010.

Quanti giocatori in quel frangente avrebbero resistito alle avances della Vecchia Signora? Di Natale aveva 33 anni, veniva da una stagione in cui aveva ottenuto il titolo di capocannoniere della A, in un solo colpo avrebbe potuto finalmente entrare a far parte di un top team e incrementare sensibilmente il suo conto in banca. Ma lui disse di no. Troppo speciale il legame con Udine, troppo importante il peso di essere guida e faro della squadra. Rifiuta quello che certamente era il suo ultimo treno, ma alla fine ha ragione lui.

Nessuno saprà mai se avrebbe conquistato la seconda squadra bianconera della sua vita, se avrebbe poi fatto parte della rinascita juventina guidata da Antonio Conte, o se sarebbe stato una meteora nel mondo Juve come tanti prima di lui. Di certo, però, non sarebbe entrato nella leggenda dell’Udinese, non si sarebbe issato a bandiera intramontabile di una città e, probabilmente, non avrebbe raggiunto i traguardi personali sopra ricordati.

In quel rifiuto c’è tutto il suo essere, calcistico ed extracalcistico: non si va alla Juve perché ci si deve andare, perché “non si può dire di no”; Totò non si snatura, fa quello che ai più appare folle, ma lo fa perché ne è convinto, perché probabilmente la Juve non è il posto giusto per lui.

Allo stesso modo, oggi, Di Natale non si piega alla moda del calciatore-opinionista, non elemosina comparsate in TV per lucrare visibilità, rimane il professionista umile e schivo che abbiamo imparato a conoscere nel corso della sua carriera. Ma, soprattutto, anche senza le luci della ribalta, rimane un uomo di calcio.

Attualmente, infatti, Di Natale è l’allenatore dell’Under 17 dello Spezia. Lo ha portato in Liguria proprio Pasquale Marino, che nel 2018 lo ha voluto con lui come collaboratore tecnico. Da lì è iniziata la sua carriera come allenatore e non c’erano dubbi che Di Natale non fosse uno di quelli che pretendono di saper allenare, solo perché sapevano giocare. Lui si è rimesso in gioco al 100%, partendo dalla gavetta, dai giovani. Ma, d’altronde, chi meglio di lui può insegnare ai ragazzi a pensare e vedere calcio?

Il mondo patinato dell’intrattenimento sportivo non si preoccupa più di lui, non lo considera, se non per qualche intervista poco significativa, ma questo non ci deve interessare, perché verosimilmente è stato lui stesso ad essersi defilato da un mondo che probabilmente non gli appartiene più, sicuramente nella sua dimensione di esasperazione mediatica.

Quello che più conta, invece, è che la sua sublime intelligenza calcistica e il suo estro non si siano persi, ma continuino ad essere, in un frangente così arido di talenti, al servizio del nostro movimento calcistico e, in particolare, dei giovani, augurandogli che la sua carriera di allenatore possa essere anche solo un decimo della meraviglia che è stata quella da calciatore.


 

Nato l’11.07.1991 a Senigallia, città che adoro e che si divide il mio cuore con Bologna (e i suoi tortellini). Difensore per natura, sono passato dalle retroguardie del rettangolo verde alle difese sui banchi di Tribunale, dove svolgo la professione di Avvocato. Amante dello sport in tutte le sue espressioni, ma soprattutto del calcio e della sua incomparabile capacità di emozionare. Ammiratore incredulo del basket americano e suddito di King James sin dal 2004, quando mio padre, di ritorno da una viaggio negli Stati Uniti, mi regalò la canotta n. 23 di Cleveland, “di questo giovane che dicono sia il nuovo Michael Jordan”. Amo la corsa, la lettura e la buona cucina.