Interventi a gamba tesa

Quando i pompieri vinsero lo scudetto

La squadra del 42° corpo VV.F. La Spezia 1943-1944


Questo è il racconto di una delle annate più incredibili della storia del calcio italiano, giocato durante una guerra civile, continuamente minacciato da bombardamenti e rastrellamenti, vinto da una squadra “fantoccio” di pompieri grazie ad un allenatore visionario e alla giusta dose di fortuna.


Uno dei cori più amati tra gli ultras della Curva Ferrovia, cuore pulsante dello stadio Alberto Picco, si conclude con un verso ironico, goliardico, al limite del masochista, che suonerebbe sorprendente in qualsiasi altro contesto: “Lo Spezia in Serie A / Col cazzo che ci va!”. Una decina di parole che ben rappresentano la storia dello Spezia Calcio, società che può vantare, insieme a Monza e Taranto, il tragico primato di miglior squadra a non aver mai raggiunto la massima serie nazionale.

In ventisette partecipazioni alla Serie B, il miglior risultato raggiunto è stato il terzo posto del 1946-1947. Attualmente, lo Spezia Calcio è la squadra più “longeva” della serie cadetta, a cui partecipa consecutivamente dal 2012-2013 senza mai essere stata promossa o retrocessa, pur avendo centrato i playoff ben cinque volte in sette anni. Per quanto questa possa sembrare una maledizione, i tifosi spezzini si sono ormai abituati e hanno trasformato una mancanza in un vanto, in un’identità, un sarcastisco rovesciamento del più conosciuto “mai stati in B”.

Tuttavia, può sembrare impossibile, ma lo Spezia – senza aver mai militato in Serie A – ha vinto uno scudetto. O meglio, un campionato italiano. O meglio, un campionato di guerra. O meglio ancora, una Coppa Federale del Campionato di Guerra. In realtà, per essere precisi, nemmeno lo vinse l’A.C. Spezia, ma la squadra dei pompieri locali. In ogni caso, dal 2002, la maglia bianca degli aquilotti è orgogliosamente decorata con un tricolore che simboleggia un’annata tragica e gloriosa per tutto il calcio italiano.

Uno stendardo commemorativo in Curva Ferrovia.

Dal 10 giugno del 1940 l’Italia era ufficialmente entrata in guerra al fianco della Germania nazista. Ciononostante, il campionato di Serie A venne fermato soltanto tre anni più tardi. Impensabile fermare la giostra e rinunciare ad un così straordinario mezzo di distrazione e di propaganda, nonché un vanto internazionale dell’Italia fascista. Poco importa se qualche partita veniva interrotta per le incursioni aeree, se molti stadi erano inagibili, se i fratelli e i cugini dei calciatori erano in trincea sulle rive del Don o sotto il sole africano a difendere le preziose sabbie libiche: lo spettacolo doveva proseguire e su questo erano praticamente tutti d’accordo. Infondo, come dimenticare le parole di Churchill: «Mi piacciono gli italiani, vanno alla guerra come fosse una partita di calcio e vanno a una partita di calcio come fosse la guerra».

Poi però arrivò il fatidico otto settembre ’43, lo sbarco a Salerno, la nascita dei primi gruppi partigiani, lo sfaldamento dello stato fascista. Così, persino il calcio fu costretto a tirare il freno a mano, a ripensarsi e a reinventarsi con una nuova formula. Con l’Italia divisa dalla Linea Gotica, La Federcalcio seguì il governo fascista, spostandosi a Milano. Dato che la penisola era divisa in due tronconi, ecco che vennero organizzati dal Lazio in su tornei a carattere regionale, cui poterono partecipare squadre di A, B o C. Le squadre vincitrici venivano poi ammesse a un girone finale che avrebbe assegnato il titolo di “Campione d’Italia 1943/44”.

Bombardamento de La Spezia, aprile 1943

La società aquilotta si trovava all’epoca in una gravissima crisi societaria. Il club che aveva concluso al 6° posto l’ultimo campionato cadetto era praticamente dissolto: il presidente Perioli era stato catturato dai nazisti ed inviato nei campi di concentramento in Germania. La città, che ospita un importante arsenale navale, cominciò a essere oggetto di bombardamenti aerei e molti giocatori erano fuggiti alla macchia per evitare l’arruolamento nelle fila della Repubblica Sociale.

Molti altri, bloccati in un paese spezzato in due dal conflitto, si trovavano semplicemente impossibilitati a tornare nelle loro città. Così accadde che molti atleti, con il nullaosta della squadra legittima proprietaria e con la promessa che al termine del conflitto sarebbero tornati alla squadra con cui avevano militato nella stagione precedente, si accasassero dove poterono, rinforzando così le squadre minori e non solo. Fu così che il Torino campione in carica – che aveva già a disposizione Ferraris II, Mazzola, Loik, Gabetto, Menti ed Ossola, spina dorsale del Grande Torino del dopoguerra – si ritrovò in panchina l’allenatore della nazionale pluricampione Vittorio Pozzo e in attacco il capocannoniere Silvio Piola, fino ad allora in forza alla Lazio. Sembrava quindi scontato che il dream team granata avrebbe portato a casa il secondo titolo consecutivo, il terzo della sua storia.

Portovenere, luogo magico affacciato sul Golfo di Spezia

Intanto, passeggiando sul Golfo dei Poeti tra una sirena antiaerea e l’altra, Giacomo Semorile, ultimo dirigente rimasto allo Spezia Calcio, si arrovellava su come allestire una squadra in grado di affrontare il Campionato Alta Italia e quindi capace di regalare qualche attimo di distrazione, o persino di gioia, ai propri concittadini. Tuttavia gli ostacoli parevano insormontabili: La Spezia era tra le città italiane bombardate con maggiore violenza e frequenza. Soltanto pochi mesi prima, nella primavera del 1943, quasi un terzo del centro storico era stato ridotto in macerie. Inoltre, nel raggio di qualche decina di chilometri, vi erano compagini più ricche e organizzate (Genova, Pisa, Livorno, Lucca, Modena) che potevano offrire ai propri atleti condizioni ben più vantaggiose. Insomma, riuscire ad allestire una rosa minimamente competitiva sembrava un’impresa impossibile. Ma Semorile non era intenzionato ad arrendersi. Contattò dunque una sua vecchia conoscenza, l’ingegner Gandino, comandante dei Vigili del Fuoco della città, e gli propose un accordo che avrebbe permesso non soltanto di assemblare una squadra, ma persino di garantire ai calciatori e allo staff l’esenzione dall’obbligo di leva. L’accordo prevedeva che gli atleti si arruolassero come ausiliari volontari e formassero il Gruppo Sportivo 42º Corpo dei Vigili del Fuoco, squadra “fantoccio” che per quella stagione avrebbe formalmente sostituito lo Spezia Calcio.

La squadra assunse quindi la nuova denominazione “VV.F. Spezia”, ottenne l’iscrizione al girone Emiliano (per via dell’impossibilità di percorrere le strade che portano verso Genova e, da lì, in Piemonte) e confermò come allenatore il grande Ottavio Barbieri, già due volte campione d’Italia con la maglia del Genoa, giocatore della Nazionale ai Giochi Olimpici del 1924 e sperimentatore di un nuovo schema molto efficacie, il così detto “mezzo-sistema” o “catenaccio“, un’evoluzione del glorioso system di Chapman. Il comandante Gandino però, preso dall’entusiasmo, non si fermò a questo. Si mosse personalmente e convinse alcuni giocatori del Livorno, del Napoli e del Genoa – tre tra le migliori squadre italiane dell’epoca – a vestire la casacca spezzina, che a differenza di molte altre offriva l’arruolamento volontario nei pompieri, il che significava l’assicurazione di scampare il pericolo di essere rastrellati e inviati al fronte dai nazifascisti.

Nonostante le lunghe trasferte affrontate viaggiando su una vecchia autobotte modificata per trasportare la squadra (ma che sovente trasportava anche uova, farina e olio da vendere alla borsa nera) e sempre sotto il rischio dei bombardamenti, l’allegra brigata VV.F. Spezia vinse il proprio girone con 13 punti, davanti a di Suzzara, Fidenza, Parma e Busseto, guidata innanzitutto dall’entusiasmo, dalla preparazione tattica e dalla fame di vittoria di mister Barbieri. Nella fase successiva, il girone B di semifinale, la squadra stravinse su Carpi, Suzzara; perse 4 a 0 contro il Modena che però viene squalificato a tavolino, e così lo Spezia passò il turno e venne incluso in un gruppo di quattro squadre che si giocavano la qualificazione al girone finale: di queste, tuttavia, gli aquilotti si trovarono di fronte al solo Bologna, a causa delle rinunce di Montecatini e Lucchese. L’ 11 giugno a Bologna, arrivò poi la prima grande impresa. I felsinei attaccarono a testa bassa per quasi tutto il match nonostante due espulsi, ma il portiere spezzino Bani parò l’impossibile e mantenne il pareggio. Al 79′ Rostagno partì in contropiede e portò gli ospiti in vantaggio con un gol probabilmente viziato da fuorigioco. I tifosi bolognesi, tra cui abbondavano le camicie nere proprio come nella finale contro il Genoa del 1925, si riversarono in campo minacciando l’arbitro Pogipollini da Ferrara. Sarà stato il post 8 settembre, sarà stata la maggiore integrità di quest’arbitro, fatto sta che l’intimidazione non portò a nulla: gol convalidato e partita sospesa. La disciplinare comminò squalifiche a raffica, sancì lo 0-2 a tavolino e i rossoblù decisero di rinunciare alla partita di ritorno. A sorpresa, i bianconeri approdarono al girone finale insieme a Venezia e, ovviamente, al Torino campione d’Italia in carica.

Quasi un mese più tardi, il 9 luglio 1944, all’Arena di Milano si svolse il triangolare per l’assegnazione del Campionato di Guerra: l’iniziale pareggio tra Spezia e Venezia per 1-1 sembrò spianare la strada al Torino per la riconquista del titolo. Una settimana dopo, i Vigili del Fuoco La Spezia si trovarono a giocare il match decisivo contro i granata, che fino a quel momento avevano surclassato ogni avversario. La partita fu disputata in un’Arena di Milano semideserta per il timore di rastrellamenti da parte dei tedeschi. La squadra ligure si schierò in campo con la formazione tipo: Bani, Borrini, Amenta, Gramaglia, Persia, Scarpato, Tommaseo, Rostagno, Costa, Tori, Angelini.

Per nulla impauriti e anzi caricati dopo aver sentito il discorso spocchioso tenuto da Vittorio Pozzo negli spogliatoi granata prima della partita, gli spezzini scesero in campo compatti e passarono in vantaggio dopo pochi minuti con un gol di Angelini. Barbieri intanto aveva già vinto la sua partita a scacchi: Mazzola, marcato a uomo dal mediano Tommaseo, era mantenuto fuori dal gioco e gli altri attaccanti, quando riuscivano a liberarsi, trovavano sempre uno dei fratelli Persia tra loro e il portiere. Barbieri, insomma, aveva “inventato” il libero. Silvio Piola era pur sempre il più forte attaccante italiano dell’epoca (e probabilmente di tutti i tempi) e al 31′ trovò il modo di insaccare in gol con un colpo di testa su assist di Ossola. Lo Spezia comunque non si scompose e, all’ultimo minuto del primo tempo, tornò avanti ancora con la doppietta di Angelini.

Gazzetta dello Sport, 18.07.1944

Nella ripresa tutto filò come prima fin quasi al 90′ quando anche la dea bendata diede il proprio contributo in favore degli aquilotti: Tommaseo in proiezione offensiva mancò completamente un aggancio, Mazzola finalmente libero recuperò la palla nella sua metà campo, si spinse quasi planando fino al limite dell’area avversaria e scaricò una bordata che si infranse sulla traversa interna, a Bani oramai battuto.

Al fischio finale si esultò, ma con moderazione: i Vigili del Fuoco di La Spezia non erano ancora campioni di guerra perché mancava ancora una partita, Torino-Venezia, con questi ultimi che avrebbero potuto raggiungere i bianconeri in testa alla classifica. Il Torino, però, non scese a patti con gli avversari e travolse i lagunari con un netto 5-2: lo Spezia aveva vinto lo Scudetto!

Anzi no. Il giorno 17 luglio, proprio dopo la vittoria dello Spezia che escluse di fatto il Torino dalla corsa per il titolo, la Federcalcio aveva emanato un comunicato in cui dichiarava, in contraddizione con quanto predisposto all’inizio di quel torneo, che alla squadra prima classificata sarebbe stata assegnata la “Coppa Federale del campionato di guerra” e non il regolare scudetto. L’8 agosto, a campionato finito, un ulteriore comunicato della Federcalcio dichiara che il titolo di campione d’Italia sarebbe rimasto al Torino (detentore del titolo) e al 42° Vigili del Fuoco della Spezia sarebbe stata assegnata la Coppa Federale.

La coppa vinta dai VV.F. La Spezia, oggi riprodotta sul badge onorifico tricolore

Passarono quasi sessanta anni prima che, il 22 gennaio 2002, grazie all’opera di giornalisti ed autorità locali, la FIGC concedesse agli spezzini lo scudetto onorifico e la possibilità di ornare le proprie casacche con un segno distintivo che ricordi quella vittoria. La squadra dei Vigili del Fuoco La Spezia non venne però mai realmente riconosciuta campione d’Italia 1944, titolo che le avrebbe permesso di essere probabilmente l’unica squadra al mondo ad aver vinto uno scudetto senza aver mai partecipato alla Serie A.

Claudio Terzi, attuale capitano dello Spezia Calcio


 

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.