Interventi a gamba tesa

“The Bad Boys”: i guastafeste di Detroit

Photo by Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images


I Detroit Pistons, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, riuscirono in qualcosa di davvero singolare nella storia dello sport: creare un profondo, duraturo e granitico legame tra squadra e città. Detroit viveva una fase di degrado urbano a seguito dell’arrivo sul suolo americano delle automobili europee, che fecero crollare gli introiti dell’industria americana, la cui culla era la città del Michigan. Gli anni della Motown stavano per diventare un ricordo. La musica aveva lasciato il posto al malumore tra le strade di una metropoli in cui il lavoro scarseggiava e la rabbia sociale trovò sfogo nel basket.


I Pistons sono la squadra più antica nella storia della NBA. Fondata nel 1941 a Fort Wayne, la franchigia fu costretta a trasferirsi a Detroit nel 1957. Nel ventennio successivo i Pistons raccolsero briciole e videro giocatori talentuosi volare verso altri lidi, finché nel 1981 fu selezionato con la seconda scelta assoluta Isiah Thomas, un playmaker che con Magic avrebbe cambiato definitivamente la visione del ruolo nel basket moderno: da semplice passatore e ideatore di schemi a finalizzatore e giocatore a tutto campo. I primi due anni di Thomas nella Lega non portarono a grandi risultati di squadra, ma illuminarono sul talento di Isiah che venne convocato per l’All Star Game nel 1982.

La stagione successiva, quella ’82-’83, fu quella della svolta, che come spesso succede avvenne grazie ad un cambio in panchina: l’arrivo di Chuck Daly. In pochissimi all’epoca avrebbero scommesso un dollaro su un 60enne della Pennsylvania con una discreta carriera da assistant coach a Duke e a Philadelphia, ma soprattutto con una prima esperienza disastrosa a Cleveland: 9 vittorie a discapito di 32 sconfitte e licenziamento prima di fine stagione.

Eppure l’approdo a Detroit di Chuck segnerà in maniera indelebile la storia del basket USA, portando 7 volte i Pistons ai playoff consecutivamente, vincendo 2 titoli back to back e infine, come ciliegina sulla torta di una carriera tanto inaspettata quanto leggendaria, il ruolo di Head Coach del Dream Team a Barcellona ’92. La squadra più forte di sempre: MJ, Bird, Magic, Malone, Stockton e tanti altri guidati dall’uomo che interruppe il binomio Lakers-Celtics e ritardó di 2 anni l’ascesa al trono di Jordan. Nel roster di quella selezione americana però manca un nome, e la cosa strana è che sia il nome dell’Alfiere di Daly per eccellenza negli anni di Detroit: Isiah Thomas.

Per anni si è speculato su questa decisione, che da molti viene attribuita al volere di Michael Jordan: ” O me o lui”, come viene riportato nel libro Dream Team del 2012 o raccontato da Federico Buffa nell’indimenticabile speciale su Jordan. Solamente negli ultimi tempi, tra le scene di “The Last Dance” e altre varie affermazioni, si è potuto capire come la storia sembri esser andata diversamente, scoperchiando un odio viscerale verso Thomas da parte non solo di Jordan ma di quasi la totalità dei giocatori NBA appartenenti a quella selezione, come per esempio dichiarato da Magic Johnson.

Effettivamente Thomas e quei Pistons furono tutto tranne che simpatici e amati da giocatori e tifosi. Jordan ammette che l’odio dell’epoca perdura ancora oggi, ma lo stesso discorso vale per chi li ha affrontati dalla stagione 86-87 in poi, quando, dopo una cocente sconfitta al primo turno contro Atlanta decisero di cambiare il proprio stile di gioco, optando per uno stile più intimidatorio, fisico e difensivo.

Tutto ciò coadiuvato da due perfette scelte al draft: John Salley alla 11 e Dennis Rodman alla 27. Storia simile per entrambi, vittoriosi a Detroit e poi a Chicago, dove Salley giocò qualche scampolo di partita prima di una non fortunata esperienza in Europa. Salley, soprannominato The Spider perché aracnofobico, può non esser conosciuto dai più, ma vanta ben 2 record NBA: unico con Robert Horry ad aver vinto con 3 franchigie diverse (anche Lakers 99-00) e unico con Duncan ad aver vinto in 3 decadi diverse.

Le sue dichiarazioni in The Last Dance sono probabilmente le più interessanti sull’ostilita tra Detroit e Chicago e la visione dell’NBA a riguardo: Sapevamo che per l’NBA era fondamentale che Michael salisse di livello. Il loro progetto si basava su Larry, su Magic e ora su Michael. All’improvviso, spuntò una squadretta di Detroit che scombinò i loro piani.” Dei guastafeste insomma, con una volontà sovrumana di farsi valere e notare ad un mondo che non li aveva minimamente considerati.

Motivati dalle sconfitte brucianti contro i Celtics e la sconfitta in finale contro i Lakers nel 88 con un Thomas malmesso ma comunque capace di realizzare 25 punti nel terzo quarto di gara 6, nel 1989 nessuno potè fermarli: 3-0 ai Celtics al primo turno, 4-2 rifilato a Jordan e Pippen, 4-0 nella rivincita contro i Lakers e titolo.

Titolo riconfermato poi l’anno dopo in finale contro Portland, battendo per la terza volta consecutiva i Bulls in finale ad Est.

Jordan perdente è un’immagine a cui non siamo abituati, ma quei Pistons furono una montagna troppo ripida da scalare per MJ, e quelle brucianti sconfitte sono rimaste nella storia e nella mente degli appassionati quanto se non di più i 2 titoli consecutivi.

Ciò che fecero i Bad Boys contro Jordan sia in regular season che soprattutto ai Playoff è qualcosa che non vedremo mai più. Ciò che molti rimpiangono vedendo il basket odierno, la famosa “NBA dei nostri padri”, fatta di risse (nel 70% dei casi c’entravano i Pistons), agonismo vertiginoso anche in stagione regolare, sportellate sotto canestro e colpi bassi non visti dagli arbitri.

Le Jordan Rules, che furono l’apice di quel basket e anche la parola fine, si possono spiegare con le parole dei Bad Boys stessi:  “In aria non potevamo fare niente, ma per terra potevamo dire la nostra“; “Dovevi fermarlo prima che saltasse perché non era umano“; “Appena entrato nel pitturato lo colpivamo“; “Quando attacca il ferro buttalo giù“. In parole povere, come supera l’arco cerchiamo di fargli male.

“Quando Michael arriva, cerchiamo di portarlo verso il lato sinistro per poi raddoppiarlo. Quando si trova a sinistra, mandiamo un raddoppio alto cercando di forzarlo verso la linea di fondo. Se si trova a destra, lo raddoppiamo dal post basso e in area mandiamo in aiuto al difensore un ‘giocatore grosso’. Un’altra regola è che in qualsiasi momento riesca a passare, lo si blocca con un fallo…” Chuck Daly

Lo sport degli ultimi 20 anni è totalmente l’opposto di questo, però è indubbio che se Jordan è diventato il più grande nella storia è grazie anche a quelle partite, a quelle gomitate, a quei pugni, a quelle spinte subite senza mai tirarsi indietro, sempre a testa alta. Sono state quelle sconfitte così brucianti, ad averlo costretto ad allenarsi come mai prima per essere fisicamente e mentalmente superiore, superiorità poi mostrata nella carneficina del ’91: 4-0 senza storia che mise la parola fine alla dinastia della Motor City, un epilogo in chiaro scuro con l’uscita dei giocatori sette secondi prima del fischio finale senza stringere la mano agli avversari, un gesto che i Bulls non perdoneranno mai ai Bad Boys.

Ma se ci si riflette a distanza di anni, veramente c’era d’aspettarsi un comportamento diverso?


22 anni studente di Lettere - Cultura Teatrale a Bari e per hobby barman. Appassionato, se non ossessionato, dallo sport da quando lattante preferivo le repliche della Premier League ai Looney Tunes. Crescendo diventato poi insonne per godersi le partite NBA sulla west coast alle 4:30 o i primi turni dell'Australian Open. Il mio più grande desiderio sarebbe far diventare la mia grande passione il mio lavoro, la mia vita.