Interventi a gamba tesa

L’Italrugby serve al Sei Nazioni


Oggi, se doveste sfogliare i petali della margherita, la fatidica domanda non sarebbe più: “M’ama? O non m’ama?”, piuttosto “Italia sì? O Italia no?”. Il motivo? La questione che ricorre ormai ogni anno nell’ultimo lustro, e fa riferimento alla presenza della nazionale italiana di rugby nel Sei Nazioni, la competizione della palla ovale che ha più seguito in assoluto e che promuove la disciplina con casse di risonanza a varie latitudini.


It’s you? Again?” Stuart Barnes, autore di una nota rubrica su The Times, qualche giorno fa ha attaccato nuovamente e causticamente l’Italrugby, facendo tornare alla ribalta l’amletico dilemma: È ora di buttare fuori l’Italia dal Sei Nazioni. In venti stagioni, più un’altra tronca, ha ottenuto 12 vittorie in 103 partite. Quest’anno non è stata capace di segnare un singolo punto contro Galles e Scozia: è un chiaro segnale che il torneo ha bisogno di un sostanziale ribaltone”. Non è la prima volta che Barnes se la prende con la nazionale del Belpaese, ma è meglio specificare alcuni punti.

In primis il Six Nations è un evento privato e il board della manifestazione gestisce ciascuna edizione. Nel 2019 World Rugby ha avanzato la proposta di un torneo mondiale che comprendesse il Sei Nazioni e prevedesse uno spareggio, a cadenza biennale, per la nazionale con meno punti all’attivo. Proprio il comitato del Sei Nazioni si è opposto rivendicando l’indipendenza del torneo stesso. Inoltre, dal punto di vista tecnico, al momento non esistono selezioni europee più qualificate di quella azzurra per un ingresso nel Torneo. Georgia, Romania, Spagna, Russia e Portogallo partono ancora indietro rispetto alla compagine italiana, basti considerare le due vittorie italiane negli scontri diretti contro la Georgia – la rivale più accreditata per scippare il posto all’Italrugby – nel 2003 e nel 2018.

C’è poi l’aspetto economico: senza i ricavi del Sei Nazioni il totale movimento rugbistico italiano potrebbe collassare. Ma la questione monetaria cadrebbe a cascata anche per le altre partecipanti in caso di ritorno al Five Nations. Perciò, in un momento in cui il panorama della palla ovale (incluso quello inglese) rischia la paralisi a causa del coronavirus, pare assurdo pensare di cambiare il format del Torneo che sostiene tutte le Federazioni in gioco. E nonostante le impietose 89 sconfitte azzurre nel Six Nations (per essere pignoli ci sarebbe da postillare pure un pareggio) che rappresentano una spada di Damocle pendente sulla nostra testa, l’Italia ha bisogno del Sei Nazioni come il Sei Nazioni ha bisogno dell’Italia.

Gli highlights dell’ultima vittoria azzurra nel Sei Nazioni: il 22-19 ai danni della Scozia nel febbraio 2015.

 

UNO SGUARDO AL NOSTRO ORTICELLO

Spostandoci in casa italiana, sembra comunque necessario per il nostro rugby una rinfrescata. L’Italia non gioisce al Sei Nazioni dal 28 febbraio 2015, quando invase vittoriosamente Murrayfield in Scozia. Da lì il mestissimo ruolino di 25 k.o. consecutivi sotto la guida di tre diversi commissari tecnici: Jacques Brunel, Conor O’Shea – al Mondiale di un anno fa non fece male vincendo nel girone contro Canada e Namibia – e l’attuale ct ad interim Franco Smith.

Non è semplice stabilire una riforma inappuntabile per metamorfizzare positivamente tutto il nostro rugby, quello che ad ogni modo si denota è una mancata visione lungimirante ai vertici della FIR. Non è un processo semplice, tutt’altro, ma O’Shea da questo punto di vista stava navigando acque incoraggianti, traghettando la nave tricolore sull’onda dello sviluppo graduale in particolare nel parco manageriale e gestionale, un progresso imprescindibile per poter colmare il gap con le superpotenze britanniche. Tutto è nero? No, dato che in campo celtico il Benetton Rugby l’anno scorso ha sfiorato le semifinali di Pro14, le Zebre stanno seguendo un percorso di crescita interessante.

In più Smith è un allenatore altamente preparato per la nostra Nazionale, uno che mira in particolare alla forgiatura tecnica dei suoi elementi e sta provando ad aderire un abito tattico al suo XV con maggiore qualità sulla trequarti, come etichettato dall’esperimento nel match con il Galles di spostare Canna a primo centro, insieme ad Allan all’apertura.

Quello attuale è un periodo di transizione e contemporaneamente di nuove basi per la formazione azzurra. Un mostro sacro del livello di Parisse è sul viale del tramonto, altri due totem del calibro di Zanni e Ghiraldini si avviano al crepuscolo della loro carriera. La nomina di Bigi a nuovo capitano dell’Italrugby è de facto il segnale del vento del cambiamento nelle gerarchie attuali. Contemporaneamente tanti e ottimi prospetti italiani si stanno plasmando. Alcuni più affermati, leggasi il pilone Riccioni, la seconda linea Niccolò Cannone, in terza linea Licata e Polledri.

Marco Riccioni in azione nella sfida tra Italia Under 20 e Irlanda Under 20

sei nazioni

Negli altri paesi le big celtiche hanno a disposizione un Academy under 23 per lo sviluppo finale dei giovani talenti, mentre in Italia non c’è uno scalino intermedio. Forse l’inserimento di una categoria di mezzo potrebbe giovare a tal proposito, ma in questo momento è difficile fare previsioni e dar vita a nuovi progetti.

Servirebbe investire ancor di più nei settori giovanili, nelle infrastrutture e nella formazione tecnica e accademica in tutto lo Stivale, ciò darebbe un’ulteriore manforte in ottica futura. Anche se tutto diventa più arduo oggi, col sistema della palla ovale “vittima” del Coronavirus e le risorse limitate: circa un mese fa il Consiglio Federale della FIR ha stanziato circa due milioni di euro per un fondo a sostegno del rugby domestico a seguito della “zavorra” della pandemia attuale, mentre in Francia la Federazione Francese (FFR) ha annunciato 35 milioni per la stessa causa. “Auro quaeque ianua panditur“; già, con il denaro si apre ogni porta.


 

La redazione di Sportellate.it nasce in un attico riminese nell'estate del 2012. Oggi è la voce di una trentina di ragazzacci da tutta Italia. Non ama prendersi troppo sul serio.