Interventi a gamba tesa

Le lacune del sistema tennis di cui non ci eravamo accorti


Giocatori che fanno fatica a pagare i propri staff, confusione tra le sigle e la gestione dei calendari. Ecco tutte le inadeguatezze del sistema tennis che il Covid ha contribuito a rendere evidenti.


In tempi di coronavirus uno dei termini più abusati è senza dubbio resilienza. Evitando di scomodare concetti così complessi, si può comunque sostenere che l’obiettivo di tutti, dalla politica alle imprese, dovrebbe essere quello di sfruttare questo devastante momento per comprendere ciò che già prima non funzionava e che il covid ha solo contribuito ad esacerbare, per ripartire più forti e resistenti.

Anche il mondo dello sport, inteso come forma di spettacolo, di business e di socialità deve quindi cogliere l’occasione per intervenire sulle proprie mancanze. Tra tutti il tennis ha un’occasione d’oro: un periodo di stop dalle competizioni mai visto prima che deve essere speso per affrontare quelle questioni che le meravigliose facce da spot di Serena, Rafa e Roger e i grandi tornei nelle location più affascinanti del mondo hanno per troppo tempo contribuito a nascondere.

Il Professionismo

La Treccani definisce il professionismo nello sport come l’esercizio dell’attività sportiva con carattere di esclusività e continuità, su una base di impegni contratti e dietro retribuzione regolare e costante. Definizione inattaccabile non fosse che, nel tennis, questa retribuzione regolare e costante semplicemente non esiste. E’ immediato infatti individuare questa fondamentale caratteristica del professionismo negli sport di squadra, dove a pagare il compenso è la società sportiva di appartenenza.

Nel nostro sistema, così come in altri, anche coloro che praticano sport individuali quali atletica, sci o nuoto vengono tutelati entrando a far parte di gruppi sportivi delle forze armate, così da garantire loro retribuzione e sostegno economico necessari al sereno svolgimento della professione. Per il tennista tutto ciò non esiste e chi sceglie di essere un professionista decide di sostenersi esclusivamente tramite le proprie prestazioni nei singoli tornei e i contratti di sponsorizzazione che riesce a garantirsi.

Everyone needs money…

E’ evidente perciò, che vi è una sproporzione considerevole tra giocatori che frequentano con buona costanza il circuito maggiore e coloro che, anche per un’intera carriera, si trovano a fronteggiare il circuito Challenger o ITF. Ad una minore mediaticità di questi tornei non solo si accompagnano introiti da match inferiori, ma anche un tenore di gran lunga più basso dei contratti di sponsorizzazione.

A tal proposito basti pensare al fatto che un giocatore che si trova fuori dai primi cento del mondo spesso, dallo sponsor, riceve poco più che il materiale tecnico prima di ogni singolo torneo, diversamente dai grandi giocatori che firmano lauti contratti con i brand più noti al mondo. Certamente quindi nel caso dei giocatori di seconda fascia – mi perdoneranno il termine – non parliamo di accordi tali da sostenere i costi a cui i tennisti sono esposti: trasferte, staff, allenamenti e quant’altro, che spesso a fine stagione risultano superiori a quanto faticosamente guadagnato.

Il rischio di questo modello, solo all’apparenza meritocratico, è che il tennis torni sempre più ad essere uno sport elitario, sostenibile e praticabile solo da coloro che riescono a fronteggiare l’esose spese dell’essere professionisti con il proprio patrimonio personale, anche nei periodi in cui i risultati stentano ad arrivare. Non immaginiamo poi quanto potrebbe diffondersi, soprattutto nei tornei minori, l’ignobile fenomeno dei match combinati.

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In questo senso il coronavirus, con conseguente lungo stop a tutti i tornei, ha contribuito a portare alla luce il problema, ben noto agli addetti ai lavori, che per troppo tempo si è nascosto dietro a calendari troppo fitti e dirigenti poco lungimiranti. Tanti di questi giocatori “minori”, che poi costituiscono la maggioranza dei professionisti, stanno soffrendo a causa del covid una situazione di difficoltà economica che mai si prospetterebbe per un atleta nel pieno della propria carriera agonistica, all’interno dei principali circuiti internazionali.

Per fare fronte a questa situazione, che ha causato mancanza di introiti da match, sospensione di alcuni contratti di sponsorizzazione e necessità di continuare a far fronte ai normali costi di mantenimento degli staff, ATP e WTA hanno predisposto, in accordo con i giocatori, l’istituzione di un fondo mutualistico da circa 6 milioni cui potranno avere accesso, si stima, circa ottocento giocatori e giocatrici.

Quello compiuto è un passettino. E’ qualcosa che serviva e che è stato fatto per tamponare la crisi del momento, lodevole ma non risolutorio. Il problema, se non affrontato alla radice, non scomparirà con il vaccino come si spera faccia il virus. Torneremo quindi a sentir parlare di ragazzi che abbandonano il proprio sogno perché non economicamente sostenibile, di match aggiustati e di troppi giocatori coinvolti in scandali scommesse.

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Tornerà tutto come prima e si sarà persa una grande occasione di cambiare radicalmente il sistema, di pensare ad una forma di tutela che renda i tennisti realmente professionisti. Chi scrive si sentirebbe di parlare di contratto collettivo con base salariale fissa, anche se si sa che in tempi di flessibilità è peggio che bestemmiare, ma anche altre idee, come fondi permanenti o copertura di determinati costi da parte delle sigle pro tour o delle federazioni, potrebbero essere strade percorribili. Tutto potrebbe essere, l’importante è che si discuta una soluzione senza lasciare che il virus passi, faccia danni, e non renda il sistema veramente più resiliente.

ATP, WTA e ITF: che confusione!

Il covid sta dimostrando, soprattutto a noi italiani, che più burocrazia e strutture si inseriscono tra un’idea e la sua realizzazione e peggio è. Ciò vale per i decreti che dovrebbero sbloccare soldi per le imprese allo stesso modo per cui vale per l’organizzazione di uno sport. Il tennis, non unico nel genere va precisato, è purtroppo dimostrazione di tutto questo.

Iniziamo con il fare un minimo di chiarezza rispetto a chi si occupa di cosa. WTA e ATP gestiscono il tour professional, parliamo dunque per gli uomini di Challenger, ATP 250, 500, 1000 e finals; per le donne invece di WTA Premier ed International, di vario grado. La federazione internazionale tennis gestisce invece, da sempre, l’organizzazione di Coppa Davis, Fed Cup e Slam, nonché i cosiddetti futures (più precisamente identificati come ITF maschili e femminili).

La distinzione sulla carta sembrerebbe netta e gestibile non fosse che, da tempo, la federazione internazionale ha perso l’egida sugli Slam, organizzatisi in un consorzio estremamente potente, e sempre più soffre l’espandersi dei tornei del pro tour con relativa contrazione dello spazio riservato alle competizioni a squadre. La domanda sorge quindi spontanea, perché non provare ad unire il tutto sotto un’unica sigla più forte, autorevole e pronta a rispondere a certe situazioni e istanze?

Quest’idea deve averla avuta anche qualcuno che conosce le cose sicuramente meglio di chi scrive. Roger Federer, non esattamente un novellino le cui parole e tweet si perdono nei meandri del web, ha negli scorsi giorni esternato le sue idee rivoluzionarie, proponendo un’unificazione di ATP e WTA, facendo non poco rumore e trovando terreno fertile in molti colleghi, Nadal in testa.

La proposta di Roger

Ovviamente, come lo stesso fenomeno svizzero ha precisato nei tweet successivi, la proposta non sarebbe quella di dare vita ad una battaglia dei sessi bensì quella di pensare ad una sigla unica che presieda il tour professional, senza più distinzioni di ranking, di tipologia di tornei, di brand e messaggi. L’idea è quindi quella di sfruttare il covid per iniziare un processo che dia forma ad una istituzione con maggiore peso politico, decisionale e organizzativo che garantirebbe anche più equità tra uomini e donne e che, perché no, inizi una discussione anche sul tema salariale.

Ciò che la proposta sottende è la marginalizzazione, ancora più estrema, dell’ITF che si troverebbe a gestire circuiti minori, di scarso rilievo rispetto ai Challenger, gli Slam che sono sempre più autonomi (vedi la decisione unilaterale del club francese di postporre il Roland Garros), la Fed Cup e la Coppa Davis con sempre meno appeal e con minore spazio d’azione e collocazione temporale.

Proprio la più antica competizione a squadre purtroppo è sempre meno amata dai giocatori, soprattutto dopo gli eventi del 2019 in cui il torneo è stato relegato ad un nuovo format, con alcuni match disputati in orari inconsueti e in un periodo non fortunatissimo della stagione, subito dopo le Finals. Di contro gli stessi giocatori hanno apprezzato la nuova ATP Cup di inizio gennaio, come preambolo al primo Slam di stagione e con incontri validi ai fini del ranking ATP.

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E’ quindi ovvio che superare gli individualismi delle insegne sia fondamentale per dare più forza e sostanza al brand che ne verrebbe fuori. Ciò che colpisce è che a fare questo salto in avanti siano gli stessi top athletes, anticipando e indirizzando le mosse di chi sarà chiamato realmente a decidere. Che siano proprio le riflessioni indotte dalla pausa per il coronavirus a mettere un pò di chiarezza sul tavolo dell’organizzazione tennistica? Speriamo, quello che non può mancare per il futuro è il dialogo e un accordo tra sigle e federazione, se non altro per evitare inutili “doppioni” a livello di competizioni e lotte sugli slot temporali per inserirle.

I calendari: troppi tornei o giocatori viziati?

Nel corso degli anni una delle polemiche più ricorrenti tra alcuni giocatori e l’ATP è quella relativa ai calendari, ritenuti troppo fitti e con una lunghezza della stagione spropositata rispetto a qualsiasi altro sport. L’obiezione mossa dagli atleti è quella per cui un solo mese di stop, a dicembre, non consentirebbe una giusta proporzione tra match, allenamenti e riposo.

Nell’ultimo decennio il primo a lamentarsi di questa condizione fu Andy Murray (allora numero 1) che, dopo una sconfitta nelle semifinali agli US Open, si vide costretto a raggiungere in meno di 24 ore i compagni di Davis in Scozia. Di nuovo fu Nadal qualche tempo dopo a palesare le proprie perplessità per la disposizione dei tornei, arrivando a dimettersi dal ruolo di vice-presidente dell’associazione giocatori, in disaccordo con alcuni colleghi da lui rappresentati. Dell’anno scorso è la bagarre mediatica che ha coinvolto Zverev, arrivato a parlare di sfruttamento dei tennisti trattati alla stregua di robot, e Kafelnikov che, rispondendo per le rime al giovane tedesco, lo avrebbe esortato a non lamentarsi ricordando gli anni ’90, a suo dire tempi ben più logoranti.

A chiudere l’alterco sono intervenute le dichiarazioni di Federer che ha riconosciuto le ragioni del giovanissimo collega esortandolo, però, a prendere in considerazione la possibilità di programmare in maniera più oculata la propria stagione, rinunciando a certi tornei ed impegni a squadre per non arrivare a fine stagione completamente scarico.

Murray, i troppi match e gli infortuni

Il vulnus della problematica risiede proprio in questa interpretazione che Roger da del tennista, quale un libero professionista che può in ogni momento scegliere di staccare e andare in vacanza in maniera unilaterale. Ma è proprio così semplice per tutti? Possono permettersi un tale ragionamento coloro che non navigano nelle posizioni alte del ranking e che devono cogliere tutte le occasioni per portare a casa il massimo possibile? E l’amore per la maglia della propria nazione?

Ancora una volta ne esce l’immagine di uno sport snob ed estremamente spaccato tra chi ha la possibilità, grazie a risultati e fama, di coccolarsi e dosarsi, diversamente da chi ha necessità di giocare il più possibile, andando inevitabilmente incontro a maggiori infortuni e una minor possibilità di lavorare sul proprio tennis.

La questione inoltre va osservata anche dal punto degli organizzatori dei tornei che, per via del posizionamento nel calendario, si trovano costantemente a vedere tabelloni con defezioni di livello, non consone allo stand assegnato al proprio torneo. Le assenze programmate infatti avvengono, quasi sempre, da parte dei medesimi tennisti rispetto agli stessi tornei, cosa che finisce per penalizzare sistematicamente alcuni tornei rispetto ad altri. Chiediamoci se sia giusto che un tennista di fama mondiale, che contribuisce a creare l’appeal del torneo a cui si presenta, scelga in maniera scientifica di saltare una parte di stagione o alcuni tornei. Cosa penseremmo se Ronaldo o Messi scegliessero di saltare ogni anno le trasferte sui campi minori, nei propri campionati nazionali, per preservarsi?

La discussione è senza dubbio complessa ma, in un momento di stop obbligato, in cui tutto il mondo ripensa ai carichi di lavoro, forse anche il tennis avrebbe potuto analizzare la situazione calendari in maniera tale da valorizzare tutti i tornei, garantendo la presenza dei giocatori che meritano di ospitare, magari rinunciando a forzature di spostamenti e presenze obbligate, dagli sponsor, in tornei che hanno il sapore di un allenamento agonistico.

Ovviamente nessuno mina la libertà dei giocatori, anche in là con gli anni, di decidere come allocare i propri impegni durante l’anno ma, allo stesso tempo, è giusto pensare anche al bene dell’intero circuito, tramite una migliore gestione degli impegni da parte di chi si trova a disporre le competizioni in calendario. Chiudiamo col ricordare che se poi gli stessi giocatori i quali, anche a ragione, si lamentano della durezza del calendario accettano di giocare fantomatiche esibizioni nella off-season, al solo scopo di ingrossare il proprio portafogli, allora il discorso da affrontare cambia radicalmente.


Rimini 10/11/1996. Laureando magistrale in Gestione d'Impresa in LUISS, l'unica cosa gestita fino ad ora è il budget da allocare tra i vari Sky, Dazn, Eleven Sport, stadi, scarpe da running, skipass, campi da tennis e calcetto per soddisfare una fame ancestrale ed insaziabile di Sport. Ex arbitro, sogna un calcio dove il direttore di gara non sia l'oggetto di sfogo di una società frustrata.