Interventi a gamba tesa

Il rapporto tra la rivoluzione sacchiana e i numeri 10

MARADONA-BARESI E ANCELLOTTI – Fotografo: FOTOCUOMO


Arrigo Sacchi ha rappresentato una minaccia letale per i fantasisti, che hanno dovuto evolversi per continuare ad essere irrinunciabili e decisivi anche nel calcio moderno.


<<Il calcio nasce dalla mente. Michelangelo diceva che i quadri si dipingono con il cervello, le mani sono soltanto strumenti. La stessa cosa vale per il calcio.>> Sapreste indovinare chi l’ha detto? Vi aiuto. Intanto, il personaggio in questione è assai propenso a scolpire attraverso frasi del genere i principi fondanti della sua ortodossia calcistica; ma per fugare ogni dubbio basta citare un’altra frase, in questo caso non del genere didascalico, ma una di quelle con cui egli intende presentare sé stesso: << Quando arrivai al Milan ero uno sconosciuto. Ma ero molto convinto di quello che facevo. Quello che io pensavo era esattamente il contrario di ciò che avevano sempre detto fino ad allora tutti.>>

Magari un po’ meno, Arrigo. Magari si potrebbe modulare un po’ il volume verso il basso, ridimensionare leggermente la faccenda; certamente, tuttavia, prima del Milan di Sacchi c’era un modo di intendere il gioco del calcio. Dopo di esso ha preso ad essercene uno nuovo. Diverso. D’accordo, c’erano già state l’Ajax e l’Olanda di Michels (qualcuno dice prima ancora il Feyenoord di Happel), che non affatto casualmente avevano animato gli influssi da cui il vate di Fusignano era pervaso. E prima ancora c’era stata l’Ungheria e così via, a ritroso nella catena del tempo; perché come nella materia così anche nel calcio risulta esercizio piuttosto vano scovare e riconoscere indissolubilmente ciò che si crea e ciò che si distrugge, mentre risulta sempre più plausibile ricostruire ciò che si trasforma. Rimane, al netto di ogni speculazione, il fatto che per le mani di Arrigo Sacchi passò una squadra in grado di proiettare il gioco in una nuova epoca.

Sacchi predicava la preponderanza del collettivo sul singolo, mirava ad irreggimentare l’iniziativa del solista al dominus del gioco, ovvero: <<non è l’individuo a poter risolvere un problema, il problema può risolverlo solo la squadra… perché il gioco è come la trama di un film. Avete mai visto un film senza trama? In America tentarono di farne uno e non si capì niente.>> Ne discendeva, all’atto pratico, la necessità di curare nei minimi dettagli la preparazione atletica e fisica dei suoi uomini, per condurli a sostenere ritmi che per il calcio dell’epoca erano sconosciuti e per renderli capaci di attuare dosi tremendamente massicce di pressing e fuorigioco: <<Volevo che la squadra difendesse aggredendo e non arretrando, ma avanzando. Volevo che la squadra fosse padrona del gioco in casa e in trasferta. Era difficile far capire il nuovo modo di giocare, il movimento sincronizzato della squadra senza palla, avere undici giocatori con e senza palla sempre in posizione attiva. Avere una difesa attiva vuol dire che anche quando hanno la palla gli avversari tu sei padrone del gioco. Con tale pressione li obblighi a giocare a velocità, a ritmi e intensità tali per cui, non essendo abituati, vanno in difficoltà>>.

Volendo rinunciare alla problematicità e mi rendo conto molto sommariamente, si può inquadrare così la rivoluzione sacchiana, tenendo presente il contesto di un campionato italiano che all’epoca era il più ricco del mondo e in cui risultava ancora predominante la difesa con le marcature a uomo e il libero. Non volendo, al contrario, rinunciare alla problematicità, risulterebbe interessante approfondire il rapporto conflittuale che ineluttabilmente si genera tra tale concezione calcistica versus la fantasia, l’ispirazione creativa, il talento individuale, il genio che per sua natura deve necessariamente custodire in sé il germe della ribellione. Per dare un titolo, pratica indubbiamente di moda: il rapporto tra la rivoluzione sacchiana e i numeri 10. E allora vale innanzitutto la pena provare a sostenere che nell’ontologia calcistica il numero 10 non si stampa obbligatoriamente dietro la maglia e non s’inscrive a rappresentare un ruolo, ma vale ad incarnare compiutamente un’idea. Sì, a quest’idea tende agevolmente ad aderire il ruolo del trequartista, ma non necessariamente.

Una delle squadre universalmente ritenute tra le più belle di sempre vestiva la maglia verdeoro e vinse il mondiale del 1970 in Messico, annichilendo in finale l’Italia e potendo fregiarsi di avere cinque numeri 10 in formazione: Pelè, Tostão, Rivelino Jairzinho, Gérson. Giocavano tutti nello stesso ruolo? No, anche se Pelè e Tostão sarebbero stati naturalmente portati a coprire la stessa posizione in campo, nel reparto d’attacco, così come Rivellino e Gérson in quello di centrocampo. Da più di un decennio il Brasile aveva abbracciato il sistema di gioco che prevedeva 4 difensori in linea, 2 mediani e 4 uomini offensivi dislocati più o meno ordinatamente. L’idea di mettere in campo tutti i giocatori di maggior talento a propria disposizione per vincere il mondiale messicano l’aveva avuta il commissario tecnico Joao Saldanha, eclettica figura di intellettuale prestato al calcio.

Era il tempo della dittatura di Emílio Garrastazu Médici e Saldanha era comunista, non certo incline a chinare la testa di fronte al potere costituito, figuriamoci un potere di quel tipo. Andò a finire che quel posto sulla panchina lo perse poco prima del Mundial e a sostituirlo giunse Mario Zagalo, ex giocatore di Saldanha nel Botafogo e uomo chiave delle selezioni verdeoro che avevano vinto la Coppa del Mondo del ‘58 e del ‘62. Nel 4-2-4 Zagalo fungeva teoricamente da ala sinistra, ma praticamente avremmo potuto definirlo un’ala tattica, propenso al ripiegamento sulla mediana per equilibrare l’assetto di gioco, in modo da consentire al tridente formato da Garrincha, Pelè e Vavà di esprimere liberamente il proprio talento creativo. Da allenatore Zagalo confermerà l’assetto implementato da Saldanha: Rivelino provò ad addestrarlo come suo emulo, in quello che era stato il suo ruolo da giocatore, l’incontenibile Jairzinho lo mise all’ala destra, Gérson in mediana, Tostão e Pelè nella zona centrale d’attacco. All’interno di una squadra in cui il tasso tecnico risultava elevato in tutti suoi componenti, quei 5 incarnavano doti tecniche, anima ed essenza del numero 10, nelle posizioni in campo che erano state loro rispettivamente assegnate.

Poi c’era stata l’Olanda del calcio totale, corroborato e vivificato dal pressing, che portò all’accelerazione dirompente dei ritmi e dei tempi di gioco. Anche quella squadra aveva il suo inimitabile numero 10. Neanche in quel caso era primariamente una questione di ruolo, tanto più in un sistema dove il concetto di ruolo risultava audacemente sfumato. Cruijff era la mente più spiccatamente creativa, la personalità più carismatica, colui che vedeva ciò che gli altri non vedevano, colui che pensava anche ciò che i suoi compagni non arrivavano a pensare, e così riusciva a trascinarli a realizzare anche le cose che nessuno schema avrebbe potuto prevedere e che nessun allenamento avrebbe potuto predisporre. A questo serve il 10, ed è un fatto che prescinde dal numero stampato dietro la maglia.

Dopo l’Olanda c’era stata l’Italia di Bearzot, in cui un 10 vero e proprio non c’era. Come ruolo Antognoni era quello che più vi si avvicinava, come spirito e caratteristiche di gioco magari di più Bruno Conti. D’altronde, l’essenza del 10 trovava molto più facilmente possibilità di incarnarsi in Sud America che in Italia, anche prima di Sacchi. Non che noi non ne avessimo avuti, e come fulgido esempio può valere Rivera. È che da quelle parti i campi di calcio sono più fertili, e certe cose riescono a maturare più rigogliosamente. In Argentina hanno potuto individuare la pausa. Una porzione di tempo sospeso in cui il pallone è preda del fantasista. Il campo di calcio entra in una nuova dimensione, diventa una terra di confine tra sogno e realtà; all’interno di quello spazio immateriale e in quel frangente di tempo sospeso, il fantasista vede ciò che gli altri non riescono a vedere e dalla visione crea la sua giocata, facendo finalmente sconfinare il campo di gioco dalla realtà al sogno. Quel tempo e quello spazio sospesi lo hanno chiamato pausa. Se uno come Diego Armando Maradona è nato proprio in Argentina, un motivo doveva pur esserci.

Il destino non poteva esimersi dal metterli uno contro l’altro. L’epocale duello tra gli azzurri e i rossoneri, culminato nello scontro finale al San Paolo. Colui che più di chiunque altro riusciva a trasportare ogni appassionato di questo benedetto gioco nello sconfinamento dalla realtà al sogno, a creare nuovi mondi accarezzando un pallone con il suo piede sinistro. L’incarnazione più pura del talento individuale contro chi professava la predominanza del collettivo sul singolo; l’ineffabile epifania creativa contro il teorico della pianificazione e dell’organizzazione. Quella volta vinsero i rossoneri e da lì nacque il mito del Milan di Sacchi. Nello squadrone di Arrigo un numero 10 non esisteva. E non era, come in molti sono portati a pensare, una questione di moduli e neanche di sistema di gioco. Il ruolo che Donadoni spesso ricopriva nello scacchiere tattico poteva configurarsi effettivamente come quello del trequartista. Prima che Van Basten fosse costretto dalla caviglia maledetta a farsi da parte per un ampio pezzo di stagione, era Gullit ad essere utilizzato in quella posizione. Risulterebbe stridente associare uno dei due alla compiutezza dell’idea che abbiamo provato ad esprimere finora. Sacchi si ispirava all’Olanda e mirava a realizzare la propria versione di calcio totale, ma la sua versione non contemplava uno come Cruijff. Oltre ad essere una questione tecnica, era proprio un fatto di pensiero. Per Sacchi il calcio si gioca con il cervello, ma del cervello si trattava essenzialmente di mettere a frutto determinate funzioni. La mente dei suoi calciatori doveva essenzialmente essere predisposta ad accogliere ciò che lui aveva in animo di inculcarvi. Un genio come Savicevic, ribelle come sanno esserlo solo certi mancini e indolente come solo certi slavi, avrebbe potuto appartenere al Milan solo dopo Sacchi. All’atto pratico, pur senza alcun fantasista, nella squadra di Arrigo c’erano in ogni caso i singoli capaci della giocata (offensiva o difensiva che fosse) indispensabile per poter vincere la partita. Gullit, Van Basten, Donadoni, Rijkaard, Baresi, Maldini; ognuno di loro era capace di fare qualcosa che gli altri non sapevano fare, ed era qualcosa che tendeva ad esulare anche dagli insegnamenti e dai discorsi del loro mister.

Arrigo rappresentava una minaccia letale anche per i fantasisti delle squadre avversarie. Specie con le regole dell’epoca, che imponevano parametri molto più penalizzanti nel punire la posizione di fuorigioco. Prima non c’era mica bisogno di toccare il pallone perché la posizione fosse giudicata attiva. Prima, se venivi beccato ed eri in qualche modo nel raggio d’azione, avresti vanificato qualsiasi azione dei tuoi compagni. È qui che viene a compiersi il discorso da cui eravamo partiti, quello sulla mente. Chi in campo soleva lasciarsi guidare dalla propria mente raziocinante, dalle proprie intuizioni, chi baciato dagli dei possedeva il potere della creazione, doveva necessariamente imparare a comprimere il tempo. Il pressing sacchiano ti toglieva non solo tempo e spazio, ma anche l’aria. Soprattutto per i compagni di squadra diventava molto più arduo poter assecondare le intuizioni del fantasista, collaborare alle sue creazioni mentre da equilibristi inesperti erano costretti a muoversi sul filo del fuorigioco. Prerogativa del genio, tuttavia, è anche quella di sfidare ogni ostacolo o contrizione alla propria spinta creativa, e di trascinare con sé anche gli altri, indicandogli la strada e trasportandoli a superare anche i loro limiti. Astrazione? No. Basta guardare le immagini del gol qui di seguito. La partita era il Napoli-Milan della stagione successiva a quella che aveva consegnato lo scudetto alla squadra di Sacchi.

Il numero 10 sopravvive anche alla rivoluzione sacchiana. Dopo aver attraversato una fase in cui davvero era diventato soprattutto una faccenda di natura tattica, in cui nei rigidi e integralisti 4-4-2 che si erano imposti sulla scena, anche più sacchiani di Sacchi, non esisteva alternativa al reinventarsi attaccante puro. Seconda punta, come si diceva all’epoca. E allora calciatori come Baggio, come Zola lo fecero, non per questo perdendo qualcosa della loro creatività e della loro efficacia. Poi, man mano che passavano gli anni, i ritmi diventavano sempre più elevati, il pressing sempre più organizzato e totalizzante, la parte del gioco che doveva compiersi senza palla reclamava sempre maggiore attenzione e importanza. Almeno il cambiamento dell’interpretazione e della sostanza delle regole sul fuorigioco ha rappresentato un alleato del fantasista, così come il fatto appunto di trovarsi con compagni di squadra che correvano e si muovevano di più, ma soprattutto molto meglio di prima. Per il trequartista puro la vita ha continuato a essere più dura, ma non certo per Zinedine Zidane. Rispetto all’iconografia classica del 10, il francese di origine berbera presentava un’anomalia nella costituzione fisico-corporea. Proprio ciò, d’altronde, rappresentava un antidoto al pressing. Prevalere nel corpo a corpo, dominarlo dal punto di vista fisico risultava piuttosto complesso per i suoi antagonisti diretti. Era, tuttavia, il dominio che Zizou riusciva ad esercitare sul pallone a immunizzarlo mirabilmente dal pressing. La sua inarrivabile capacità nel controllo e nel trattamento della sfera ne hanno fatto uno dei fantasisti più efficaci e affascinanti del calcio contemporaneo. Al punto da trascinare la Francia alla conquista del Mondiale in patria, confermando la propria anomalia anche nel momento decisivo, con la sua doppietta di testa in finale con il Brasile.

Otto anni dopo, Zidane e la sua Francia furono sconfitti in finale dall’Italia. In quel caso il colpo di testa del fuoriclasse fu molto meno azzeccato. Nella nostra Nazionale troneggiava a centrocampo la figura di Andrea Pirlo, emblematica figura di un puro numero 10 che ha dovuto trovare un proprio personale modo di evolversi per sottrarsi alle grinfie del pressing e poter dunque esprimere compiutamente sé stesso. Privo del fisico dominante di Zizou e della possibilità di accelerare (ormai sempre più indispensabile nel calcio moderno), Pirlo ha dovuto modulare la propria posizione in campo, retrocedendola qualche decina di metri più indietro. Da lì, giovandosi delle capacità di interdizione e della disponibilità all’inserimento dei compagni, in sintesi della corsa degli altri, ha preso ad illuminare incessantemente il gioco, riuscendo a vedere ciò che gli altri non vedevano e riuscendo a recapitare il pallone dove gli altri non vi riuscivano. In quella stessa squadra c’era Del Piero, esempio di creatività prestata integralmente al reparto d’attacco. E c’era anche Francesco Totti, talento formidabile e altra testimonianza dell’evoluzione della figura. Già capace di imporsi e dispiegarsi in tutta la sua efficacia come esterno atipico nel tridente, tassello pregiato e peraltro difforme dell’ortodossia zemaniana, visse in seguito la propria evoluzione tattica con Spalletti. Posto come riferimento più avanzato, l’intera fase offensiva della squadra gravitava e girava intorno a lui. Tutti si muovevano in funzione delle sue giocate, come teleguidati dalle sue intuizioni. Il suo pensiero applicato al calcio risultava addirittura profetico, e certe immaginifiche aperture di gioco, con la schiena rivolta alla porta, ne rappresentano la prova più nitida.

Il percorso su cui il numero 10 si è incamminato nel calcio contemporaneo contempla certamente l’ibridazione. Per sopravvivere il fantasista ha dovuto evolversi, trasformarsi e in qualche modo contaminarsi. Risulterebbe plausibile la tesi per cui oggi il numero 10 sia dovuto diventare un’altra cosa e che forse Mesut Özil ne sia stata l’ultima espressione realmente classica ad alto livello, nella Germania che sconfisse l’Argentina di Messi in finale. In una squadra che giocava un calcio moderno, agevolato dunque dagli evoluti movimenti senza palla dei compagni, il turco-tedesco con il suo mancino si configurava come qualcosa di molto vicino all’iconografia tradizionale. Tra quelli che nella circostanza erano dall’altra parte, Messi rimane la più pura incarnazione del genio creativo nel calcio contemporaneo, ma rispetto alla classicità, in lui è già possibile rinvenire le tracce dell’ibridazione. Nel Barcellona di Guardiola era Iniesta, felicemente detto l’illusionista, a compensare quella parte del numero 10 che nella Pulce si era persa in seguito proprio al processo d’ibridazione. Non potremmo mai dire, tuttavia, che entrambi non possedessero l’innata e inesplicabile capacità di far trasmigrare la realtà nel sogno, accarezzando un pallone. Dunque, sono entrambi pura espressione della stessa idea, nel loro tempo e nella loro diversità. Qualche anno dopo, quando sulla panchina sedeva Luis Enrique, in maglia blaugrana arrivò anche Neymar, come altro testimone nella stessa squadra della stessa idea, anche lui secondo la propria personale interpretazione e nella propria peculiare identità.

Attraverso il processo evolutivo richiesto dalle nuove condizioni di gioco e dal proprio tempo, dunque, quell’idea continua ad esistere, in declinazioni ancora più variegate e secondo traiettorie ancora più imprevedibili. La si può rintracciare, per esempio, anche nel meccanismo più rodato dell’attualità, e ammirare nel Liverpool di Klopp la grazia, l’imprevedibilità e la creatività delle giocate di Firmino, figura avveniristica di ibridazione tra centravanti e trequartista. Cambiano i ritmi, cambiano i ruoli, cambiano i sistemi di gioco, ma c’è un’idea che non potrà mai scomparire. Rinnovata, ammodernata, evoluta, trasformata che sia. Il campo di calcio continua a non poter in alcun modo rinunciare a far sconfinare la realtà nel sogno attraverso chi, accarezzando un pallone, è in grado di creare l’inatteso, il sorprendente, l’inconcepibile per quegli altri che numeri 10 non sono.

In quel tempo sospeso che gli argentini hanno chiamato pausa.


 

Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.