Interventi a gamba tesa

El Trinche: una invención colectiva


Questa non vuol essere una narrazione statica di ciò che è stato o, per meglio dire, di ciò che non è stato Tomas Felipe Carlovich, ma un semplice resoconto emozionale a passo di tango.


Tu che ne sai di Buenos Aires?

Maradona, desaparecidos, tango

(Manuel Vazquez Montalbàn

Quintetto di Buenos Aires)

Rosario, Santa Fe, Argentina.

I suoi figli sono puro distillato di rebeldìa popular: Marcelo Bielsa, detto El Loco, Maestro di Fùtbol; Ernesto Guevara De La Serna, detto El Che, guerrigliero; Lionel Messi, detto La Pulga, semi-d10s.

Nelle calles rebeldes di Rosario, il cui rumore viene spezzato dall’eco di un grammofono che gracchia “Tango y Copas” di AstoPiazzolla, è possibile imbattersi nel murales di un uomo dal profilo melanconico, solitario nello sguardo ed indisciplinato nella capigliatura que jamás se tomó en serio el fútbol.

Quell’uomo è El Trinche Carlovich (nella foto a dx)

Disse il noto compositore argentino E. S. Discèpolo: Il tango è un pensiero triste che si balla”.

Aveva ragione.

Lo leggi negli occhi dei tangueros che, intrecciando i loro corpi nel movimento sensualmente compassato della danza, paiono vivere un’eterna despedida, un lungo addio.

Quello sguardo, quella espressione, quella lunga malinconia è lampante negli occhi de El Trinche. E’ lui il pensiero triste che oggi ci troviamo a ballare.

La più grande invenzione collettiva che il Futbòl ci ha regalato: que es también la vida de un fuera de serie que no pudo o no quiso, negociar con los protocolos del fútbol profesional (Juan Manuel Strassburger)

La sua genialità calcistica derivava dal sangue e dalla polvere.

Il sangue yugoslavo, più precisamente croato. La polvere de la calle sulla sua camiseta rosarina.

Questo intreccio lo ha consacrato calcisticamente al pari dei più grandi.

Su di lui s’è detto molto, specie in questi giorni successivi alla sua despedita.

Come ogni personaggio destinato a divenire parte integrante della mitologia del Gioco, si di lui vi sono molte leggende. Storie più o meno vere che descrivono, però, un uomo schivo, riservato, umile (si legga https://revistalibero.com/blogs/contenidos/un-partido-de-central-cordoba-con-el-trinche) e, per questo, dannatamente amato.

Lui stesso disse: “Siempre se dijeron cosas de mí, pero la mayoría no era verdad. Lo único cierto es que nunca me gustó alejarme de mi barrio, de la casa de mis viejos, del café, de los billares, de mis amigos, del Vasco Artola, que de chico me enseñó a pegarle a la pelota con suavidad y efecto.” (“Sempre vennero dette molte cose su di me, ma la maggior parte non era vere. La unica cosa certa è che non mi è mai piaciuto allontanarmi dal mio quartiere, dalla casa dei miei genitori, dal caffè, dai biliardi, dai miei amici, da Vasco Artola che da piccolo mi insegnò a colpire la palla con dolcezza ed effetto” – n.d.a.).

Ha ragione il tassista che porta Pepe Carvalho in giro a Buenos Aires dicendo che: I tanghi sono come i romanzi. Mentono sempre (Montalbàn, Quintetto di Buenos Aires).

Come il ballo, che promette un amore, mentendo, così la leggenda de El Trinche promette un rebelde, mentendo. Mente perché El Trinche non è stato un ribelle sciente di essere tale ma era semplicemente se stesso: un fùtbolista popular.

Parlava un linguaggio calcistico straordinario, ma sempre legato alla strada. Popolare. Semplice ma terribilmente efficace.

Specialità della casa el double caño (il doppio tunnel). In possesso del pallone, con la naturalezza del gesto più comune che ciascuno di noi fa quotidianamente, ma senza mai voler umiliare l’avversario perché non appartenente alla sua naturaleza, El Trinche faceva passare una prima volta il pallone tra i piedi, per poi riprenderlo e, nuovamente, fargli fare la medesima traiettoria. Tutto ciò senza che il malcapitato di turno avesse la minima avvisaglia di ciò che stesse accadendo. Questo l’epicentro della sua leggenda calcistica e la summa della sua sublime tecnica.

La stessa semplicità popolare appartiene alla lingua dei tangueros: il lunfardo, lo slang (o argot, ovvero inversione di alcune sillabe) usato dai prigionieri nelle carceri per non farsi comprendere dalle guardiedi cui varie locuzioni sono d’origine genovese e napoletana.

Borges disse: El Lunfardo, de hecho, es una broma literaria inventada por saineteros y compositores de tango…” (“Il Lunfardo, di fatto, è uno scherzo letterario inventato da scrittori di commedie di genere e compositori di tango…” –  t.d.a.).

La broma di Borges fu la stessa che Carlovich giocò alla Seleccion durante un’amichevole organizzata contro una selezione dei migliori giocatori rosarini (che contava, tra gli altri, un certo Kempes tra le proprie fila).

L’allora allenatore Vadislao Cap (El Polaco) riconobbe tutti i calciatori presenti su la cancha fatta eccezione per quel numero 5: “Quien es aquel cinco?”, pare abbia mormorato al suo vice, non sapendo chi e perché fosse là.

La risposta, però, se la darà lo stesso Polaco quando, a metà del primo tempo e sotto di 3-0, andò dall’allenatore della selezione rosarina dicendogli: “Viejo, por favor saca aquel cinco”.

Stando alle testimonianze orali, perché su El Trinche altro non si ha (è noto come non ci siano testimonianze video delle sue partite), Carlovich incantò i circa 30.000 accorsi sì per vedere l’albiceleste ma, poiché a Rosario, soprattutto per vedere El Trinche (Il mantra di quegli anni era “Esta noche juega El Trinche, uno dei passa parola più diffusi en la calles rosarinas).

In quel momento l’intero fùtbol argentino fece conoscenza di Carlovich per innamorarsene irrimediabilmente, tanto che, prima del Mondiale del ‘78, giocato e vinto in casa nonostante grondasse del sangue dei migliaia di desaparecidos, Menotti decise di convocarlo in quanto grandissimo suo estimatore. Stando alle parole dello stesso Flaco: “Carlovich no llevaba la pelota. La pelota lo llevaba a él. Una pelota que parecía inteligente, que disfrutaba de hacer cosas artísticas y arrastraba atrás a un futbolista(“Carlovich non portava palla, ma era la palla che portava Carlovich. Un pallone che sembrava intelligente, che sfruttava facendone qualcosa di artistico e attraeva trascinando via l’avversario” – t.d.a).

A questo punto la realtà diventa leggendaria. Si narra, infatti, che nel viaggio da Rosario a Buenos Aires (circa 300 km), Carlovich fece una sosta nei pressi di un lago pescabile per rimanerci e non raggiungere mai Menotti e la Nazionale.

Ma la carriera calcistica de El Trinche non si è ma contraddistinta per trofei o larghe apparizioni nella massima divisione argentina. Al contrario.

Salvo una partita con la maglia de Las Canallas (Il Rosario Central), non giocò mai nemmeno con la camiseta Leprosa (Newell’s old boys). Quindi con nessuno dei due giganti calcistici rosarini, ma, bensì, con il Central Cordoba, terza squadra di Rosario (breve digressione: i soprannomi delle due maggiori squadre sopracitate nascono dal rifiuto, durante gli anni 20, da parte del Rosario – le Canaglie – di giocare una partita di beneficenza in favore di una clinica di lebbrosi contro i Newell’s – Lebbrosi – che la giocò ugualmente ma contro un’altra formazione).

Questa sua terzietà ha di certo, visto il calore che accompagna il derby cittadino, permesso la massima diffusione popolare della sua leggenda che arrivò al cospetto di D10S, al secolo Diego Armando Maradona, che, sbarcato a Rosario per la sua breve (10 partite) esperienza Leprosa venne intervistato da un quotidiano locale. Il giornalista gli chiese come ci si sentisse ad essere il più grande giocatore a calcare i campi rosarini. D10S rispose: Desde que llegué me dicen que el mejor ya jugó en Rosario y es un tal Carlovich”.

Questa frase venne pronunciata nel ‘92. Carlovich si ritirò nell’86.

Uno, sostanzialmente, idolo dell’altro, El Trinche e El Pelusa (soprannome di Maradona per via della sua capigliatura ai tempi de Las Cebollitas), si sono sempre inseguiti senza però riuscire mai ad incontrarsi. Se non il 16 Febbraio 2020 (questa qui sotto lo scatto ritraente l’incontro, l’espressione di Tomas è impagabile).

Nel corso di quell’incontro El Trinche disse: “Dopo aver incontrato Maradona posso andare via da questa vita in silenzio”, aggiungendo: “Maradona mi ha detto che ero il miglior giocatore che ha visto” (https://www.derbyderbyderby.it/notizie-calcio/rosario-el-trinche-carlovich-ho-incontrato-maradona-quando-accadra-potro-morire-in-pace).

Frase, la prima, che col senno del pare essere un esempio del black humor di cui i britannici sono padroni incontrastati, poiché l’8 Maggio di quest’anno (2020, n.d.a.) è morto a causa di una rapina, da parte di ignoti, per sottrargli la sua bicicletta nel suo amato barrio Belgrano.

Maradona, saputa la terribile notizia, ha detto: “Con tu humildad nos bailaste a todos, Trinche. No lo puedo creer, te conocí hace poquito, y ya te fuiste. Mi más sentido pésame a tu familia, y ojalá que se haga justicia. Que en paz descanses, maestro” (Con la tua umiltà ci hai fatto ballare, Trinche. Non ci posso credere, ti ho conosciuto da poco e già te ne sei andato. Il mio pensiero più forte alla tua famiglia, nella speranza che venga fatta giustizia. Riposa in Pace, Maestro – t.d.a.)

Lo scrittore argentino Ramón Gómez de la Serna disse: “El tango esta lleno de despedidas e questa è quella finale.

I ballerini, terminato il tango, si allontanano consci di quanto grande sia stata l’invenzione e l’illusione del loro  amore.

Tomas tu siempre seras invenciòn y ilusion que el fùtbol puede ser, de verdad, popular y mitològico.

Descansa en paz Trinche.


40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)