Interventi a gamba tesa

“Non uscite!” – Futbòl e contemporaneità


Il portiere è un uomo solo”. Questa frase non è solo un mantra dello “Special One” José Mourinho ma è l’ontologia di un ruolo spesso ritenuto marginale ma, di contro, assolutamente essenziale.


La Storia non ha cuore, e neppure cervello

(Assassinio al Comitato Centrale, Manuel Vazquez Montalbàn)

La solitudine del Portiere è paragonabile a quella che ognuno di noi sta vivendo in questo periodo storico: lui, come noi, “è un solitario. Condannato a guardare la partita da lontano. Senza muoversi dalla porta, attende in solitudine, fra i tre pali, la sua fucilazione. Prima vestiva di nero come l’arbitro. Ora l’arbitro non è più mascherato da corvo e il portiere consola la sua solitudine con la fantasia dei colori” (Eduardo Galeano in “Splendori e Miserie del Calcio”).

Come lui, noi siamo condannati a guardare la storia passarci davanti nella totale immobilità, in solitudine.

Il suo compito è uno ed uno solo: farsi trovare pronto quando la storia gli arriva davanti come un treno.
Umberto Saba,
inGoal”, ne ha magistralmente delineato i contorni “Il portiere su e giù cammina come sentinella. Il pericolo lontano è ancora, ma se in un nembo s’avvicina oh allora una giovane fiera s’accovaccia e all’erta spia”.

La nostra vita attuale, benché delineata da contorni più tragici, ci fa assomigliare ad un Portiere a cui è assegnata una regola: non uscire!

Di per sé è qualcosa di basilare, semplice, lineare ma… Sì perché c’è un “ma” ed è contenuto in un attimo. Quello in cui non si obbedisce al comando impartito, in cui si decide disovvertire gli eventi, di generare conflitto e di, ed è il caso di dirlo, infrangere gli schemi.

L’atto si tramuta in potenza.

La gabbia imposta dalle regole del Gioco fatta di linee di gesso viene a frantumarsi e quell’uomo solo, quella sentinella d’improvviso si fa Tragedia aristotelica e diviene protagonista pronto a suscitare negli spettatori paura per ciò che sarà.

Eroe o Anti-Eroe.

Ai giorni nostri stesso destino ricade sui runners o su qualche sventurato magari in cerca di smaltire il colesterolo in eccesso.

L’atto dell’uomo, però, solo non incide unicamente su sé stesso ma, inevitabilmente, sulla sua intera comunità (e, di riflesso, su di quella avversaria): disfatta o trionfo, fenomeno o “pippa ar sugo”, genio o coglione.

Fatto sta che la sottile linea di gesso è varcata.

E’ lanciato.

I suoi tacchetti solcano nuovi territori: non c’è paura, non c’è emozione, non c’è pubblico. C’è unicamente la sfera di cuoio che a breve diverrà l’altare sul quale verrà proclamato salvatore o dal quale verrà spedito verso l’inferno. Il tempo viene sospeso. Diviene assoluto nella sua immutabilità.

Chiunque stia assistendo alla scena, da qualunque luogo ciò accada, vive come se non accadesse null’altro.

Il tutto si consumerà, secondo la misurazione convenzionale, in qualche frammento di secondo ma, in effetti, nessuno è in grado di darne una reale misurazione dal punto vista sentimentale.

Ognuno di noi ha vissuto l’attimo.

Lo ha ben impresso nella memoria emozionale. Segna un solco.

La mia generazione (quelli e quelle nati e nate a cavallo dal 78 all’82, n.d.a.) in particolare ne ha ben in mente uno specifico, collettivo. Ci si approcciava al calcio. Si iniziavano a conoscere i nomi, i volti e non solo della propria squadra del cuore. Se tutto ciò non bastasse il Mondiale tornava in Italia dopo svariati anni.

Ricordo per le strade un entusiasmo palpabile.  Le calde giornate passavano tra la polvere, le serrande dei garage, palloni spesso ai limiti del regolamento. Per qualche ora ci si appropriava della identità, spessissimo però non delle medesime capacità tecniche, di qualche eroe del prato verde.

Il “Ciao” (di cui ometterò ogni giudizio estetico) campeggiava ovunque. Come in un enorme stage-diving nazional-popolare, la nazionale di calcio veniva letteralmente trascinata alla semi-finale della Coppa del Mondo. Il giorno era completamente votato alla divinazione di quanto sarebbe accaduto al calar del sole. Eh sì, c’era Italia – Argentina. A Napoli.

Ometto quanto una partita così fosse pregna di implicazioni sociali e politiche. L’aria fresca, le tende mosse da un delicato vento, un assembramento di congiunti e non, all’epoca non solo leciti ma necessari visto il rito collettivo che si andava a consumare di lì a breve.

Al 17’ del primo tempo Goygochea, eroe della serata ma nell’undici titolare quasi per caso, commette una papera imbarazzante e Schillaci la butta dentro. In quel momento lui era l’uomo solo destinato alla gogna del popolo argentino (e quando parliamo di argentini, vi posso assicurare, parliamo letteralmente di gogna). Ma la storia lo avrebbe trasformato, a breve, da anti-eroe ad eroe.

28’ del secondo tempo. Maradona per Olarticoechea. Cross. Zenga intempestivo. Caniggia. Gol. Silenzio. Freddo. Sconcerto. Sgomento. Incredulità. I congiunti cercano conforto nei non congiunti ed affiliati fino al 2-3 grado.

Non uscite!”, lo slogan d’oggi, o quantomeno non “uscite alla Zenga”. Sì, perché da quel momento diverrà metafora di gaffe, travalicando l’aspetto calcistico.

Per dirla con le parole di Galeano: “gli altri giocatori possono sbagliarsi di brutto una volta o anche di più, ma si riscattano con una finta spettacolare, un passaggio magistrale, un tiro a colpo sicuro: lui no. La folla non perdona il portiere. E’ uscito a vuoto? Ha fatto una papera? Gli è sfuggito il pallone? Le mani di acciaio sono diventate di seta? Con una sola papera il portiere rovina una partita o perde un campionato, e allora il pubblico dimentica immediatamente tutte le prodezze e lo condanna alla disgrazia eterna. La maledizione lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni(Eduardo Galeano in “Splendori e Miserie del Calcio”).

Sempre lo stesso Mondiale. Sempre lo stesso Stadio, il San Paolo di Napoli.

Questa volta, però, parliamo non di portiere, bensì di un’icona: Renè “El Loco” Higuita.

Ottavi di Finale. Di fronte il Camerun di Roger Milla (la sua Makossa tracciò il solco del modo di esultare per sempre). Supplementari. Nel disperato tentativo di riportare la sua Colombia sull’1-1, Higuita si lancia in una corsa folle (folle per modo di dire per chi conosca il soggetto – vedasi alla voce “Scorpione”) palla al piede.

Come nella savana, il vecchio Leone annusa la preda e gli si lancia incontro.

I due vengono a confliggere e la meglio l’avrà Milla.

2-0 per il Camerun (vittoria ulteriormente storica per il calcio africano, visto che la storia l’avevano già fatta passando il girone eliminatorio cancellando dalla memoria lo Zaire del ‘74).

Il segno lasciato nell’immaginario collettivo, questa volta colombiano, è il medesimo che Zenga ha lasciato nel nostro tanto che, quando il Covid-19 ha bussato alle porte del paese Sud-Americano, la foto che ritrae proprio il momento in cui Milla “scippa” il pallone ad Higuita diviene icona, seppur ironica, dell’invito delle autorità a non uscire.

Scrive “El Loco” sul suo profilo Twitter: “Hoy me han mandado mucho esta imagen….si esta foto sirve para tomar CONCIENCIA también la voy a utilizar … primero la salud, si puedes hacer tus cosas desde casa no salgas (sic)“.

In tanti mi hanno mandato questa foto. Se serve per prendere coscienza la utilizzerò anche io. Prima la salute, se puoi fare le tue cose da casa non uscire.”

Sulle vicende sportive ed umane di Renè Higuita ci si potrebbe, giustamente, parlare ore ma preferisco rimettermi alla parola di D10S (n.d.a. Diego Armando Maradona per i miscredenti e gli agnostici): Un personaggio bellissimo, un loco. L’ho già detto: è stato lui a inventarsi che i portieri tirassero i rigori, punizioni e facessero gol. Che nessuno si azzardi a togliergli il brevetto, chiaro?”.

Altro fulgido esempio a seguire il “non uscite” dato dal Governo è dato dall’Higuita italiano: Franco Mancini. Indimenticato difensore dei pali del Foggia, Lazio, Pescara etc. Panettiere prestato, per fortuna, al Gioco.  Amante del Reggae, suonatore di batteria, con la sua folta chioma riccia a segnarne il profilo iconico. Perfetto interprete del ruolo nel sistema di gioco di Zdenek Zeman. Di sue uscite, diciamo così, avventate ce ne sono state tante, ma una mi rimase particolarmente impressa.

Domenica 24 Maggio 1992.

Satanelli contro Diavoli. Allo Zaccheria arriva il Milan degli invincibili. Accompagnato da congiunti e non, arrivai allo stadio gremito, come si usava dire, in ogni ordine di posto (22.000 circa gli spettatori presenti). Il Foggia era salvo, il Milan si giocava l’imbattibilità. Dopo 22’ Maldini ruppe gli indugi. Nessuno, però, pareva dolersene sia perché quel Foggia era imprevedibile sia perché era diffusa la coscienza collettiva della oggettiva forza dell’avversario.

Ad un tratto, però, la sfacciataggine foggiana, la sua natura ribelle al potere costituito ed alla scrittura preventiva della storia, prese il sopravvento e Signori e Baiano nello spazio di poco ribaltarono il risultato. Il Pino Zaccheria era una bolgia. Gli abbracci, allora consentiti, la gioia, la felicità inebriava i corpi e i volti dei tifosi di casa, me compreso.

Avvenne qualcosa nello spogliatoio (si narra che la squadra si ribellò alla mancata volontà del Patron Casillo di pagare il premio partita in caso di vittoria) che fece scendere in campo l’ombra della squadra del primo tempo. Il Milan, invece era sempre lo stesso. Esemplificativa, ed ancora chiarissima nella mia mente, fu un’uscita di Mancini che generò, diciamo così, incredulità tra gli astanti.

Palla lanciata da un giocatore milanista nella metà campo foggiana. Mancini, che soleva giocare alto, essendo ben fuori la propria area di competenza, calcolando scientemente il rimbalzo del pallone lo stoppò col ginocchio e se lo pose sulla fronte facendosi rimbalzare la palla incurante dell’atterraggio del Cigno di Utrecht di lì a pochi secondi su di lui che, con un suo sinuoso ed elegante movimento, gli rubò il pallone per depositarlo docilmente in porta.

Potrei enumerarvi gli appellativi che piovvero dagli spalti, ma lo farei solo per farvi capire come ciascuno di noi possa scoccare frecce così avvelenate dalla propria faretra nei confronti di un altro essere umano che non si crederebbero se non davvero ascoltate.

L’uscita in questione…

Altro fulgido esempio di come in determinati momenti storici non si debba uscire ce lo dà un altro portiere del Foggia: Mauro Bacchin. Il palcoscenico dove sta per compiersi l’atto finale dell’opera beffarda sempre il medesimo: il Pino Zaccheria di Foggia. L’avversario, questa volta, il Napoli di Marcello Lippi.

La partita, anche qui con amplissima affluenza di spettatori, era appesa ad un filo. Entrambe le squadre si giocavano la possibilità di accedere alla Coppa Uefa. Per Foggia e per i foggiani sarebbe stato un evento epocale.

Ma al 61’ la sentinella, l’uomo solo decise di scardinare la gabbia fatta dalle linee di gesso e di lanciarsi ad intercettare un pallone che vagava coperto dal difensore (di cui, perdonerete, ma non ricordo il nome).  Naturalmente ciò prese di sorpresa il difensore che pensò più a guardare cosa stesse facendo Bacchin piuttosto che accorgersi dell’arrivo di Di Canio che piombò sulla sfera, facendosi così beffa di tutta una città e del suo sogno europeo.

Dulcis in fundo (benchè di dolce c’è molto poco), bisogna raccontare la storia di Moacir Barbosa Nascimento, portiere della Selecao del 1950. Quella del Maracanazo, per intenderci. Per chi non sapesse cosa sia il Marcanazo, farò una digressione necessariaNel 1946 il Brasile elegge un governo democratico. Contemporaneamente ottiene la possibilità di organizzare il Mondiale di Calcio 4 anni dopo, grazie al quale potè costruire l’epico Maracanà.

Il movimento calcistico verde-oro, dopo diverse traversie di carattere socio-culturale (occorre ricordare che sino all’inizio del “secolo breve” il Gioco, importato grazie a Charles Miller – fondatore del Sao Paolo Athletic, era for gentlemen only, quindi elitario. Come si evince dal nome britannico, furono le compagnie industriali di Sua Maestà a giocare la prima partita in terra brasiliana: a.d. 1895, SP Railway 4 – Compagnia Gas e Luce di San Paolo 2. Per dovere di cronaca la prima squadra ad ammettere un giocatore di colore – fino ad allora considerati come schiavi liberati, quindi utile manodopera a costo ridottissimo, se non nullo – fu il Bangu, squadra di una fabbrica di tessuti di Rio De Janeiro. Correva l’anno 1905), aveva finalmente l’opportunità, come l’intero paese, di riscattarsi dinanzi all’intero globo.

La Selecao, quell’anno, schierava, oltre al citando Barbosa, Juvenal, Augusto, Danilo, Bigode, Maneca, Ademir, Baltazar, Jair, Friaca ed ElyErano considerati i vincitori per diritto divino, dalla stampa quanto dal pubblico, che su di loro riponeva una voglia di riscatto e di liberazione quasi centenaria.

Fattore, però, non preso in considerazione era l’Uruguay e fu un enorme errore di valutazione visto che la Celeste poteva vantare tra le sue fila alcuni dei più forti giocatori planetari quali Schiaffino, Varela, Gambetta, Chiggia (di cui parleremo a breve), Perez e Miguez.

Si racconta che nei giorni antecedenti ovunque si incontravano caroselli di tifosi festanti, ed addirittura, stando alla rivista RetroFoot (El Maracanacao ou la chronique d’un tire announcè….) la mattina della finale per le strade di Rio de Janeiro venneimprovvisato un carnevale.

Il 16 Luglio 1950 scendevano, alle ore 15.00 circa, in campo le due squadre dinanzi a circa 199.000 persone (record tutt’ora imbattuto).

Primo tempo 0-0.

Secondo tempo: il Brasile passa in vantaggio. La storia pareva seguire il copione già scritto ma…ma non avevano fatto i conti con “la genialità” (Sudamerica di Paolo Conte) di Schiaffino, la furbizia di Ghiggia e l’uscita, per la verità non palese come quelle sopra citate, di Barbosa. Ghiggia, dopo un dribbling sulla fascia, entra in area affollata di suoi compagni di squadra.

Credendo che avesse crossato, Barbosa s’allontanò dal suo palo di competenza spostandosi verso il centro.

Ghiggia se ne accorse e beffò Barbosa.

Un pezzo di storia

Finì 1-2 per l’Uruguay che si laureò Campione.

Quell’uscita di Barbosa segnò un’intero popolo tanto che sono stati certificati 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco in tutto il paese. Considerando che tutto ciò avvenne per una partita, benché importante, fa avere contezza della portata della Tragedia.

Barbosa fu perseguitato sino alla fine dei suoi giorni da quella uscita (si narra che provò a bruciare il legno dei pali della sua porta in un rito vodoo per purificare e scacciare via i demoni). Lo stesso raccontò che «Se non avessi imparato a smettere di irritarmi quando la gente mi rimproverava il gol [di Ghiggia], adesso sarei in prigione o al cimitero».

Ancora racconta: «Fu una sera degli anni ottanta in un mercato. Richiamò la mia attenzione una signora che mi indicava mentre diceva a voce alta al suo bambino: “Guarda figlio, quello è l’uomo che ha fatto piangere tutto il Brasile” , (Taringa! La historia del Maracanazo de 1950)

Ma quel dolore non venne lenito col tempo, anzi nel 1993 Barbosa tentò di incontrare i calciatori della nazionale brasiliana durante le qualificazioni ai mondiali del 1994, ma non gli fu consentito l’ingresso nel ritiro in quanto visto come iettatore (Alex Bellos, Moacir Barbosa-Goalkeeper who made a mistake his nation never forgave or forgot, The Guardian, 13 aprile 2000). Barbosa commentò sconfortato: «In Brasile il massimo della pena per un delitto è trent’anni. Io da quarantatré anni pago per un delitto che non ho commesso».

Barbosa, nonostante sia stato uno dei n. 1 verde-oro più forti nella storia verrà ricordato unicamente per quella sciagurata uscita.

Moacir Barbosa, l’uomo “responsabile” del Maracanazo

Ancora una volta, ma credo sia necessario per via delle imprecazioni che alcuni di questi ricordi hanno suscitato in me e che non mi permettono una chiosa lucida, lascio la parola al Maestro Galeano affinché descriva cosa, comunque debba “pagare” l’uomo solo: “Il gol, festa del calcio: il goleador crea l’allegria e il portiere, guastafeste, la disfa. Porta sulle spalle il numero uno. Primo nel guadagnare? No, primo a pagare. Il portiere ha sempre la colpa. E se non ce l’ha paga lo stesso. Quando un giocatore qualsiasi commette un fallo da rigore, il castigato è lui: lo lasciano lì, abbandonato davanti al suo carnefice, nell’immensità della porta vuota. E quando la squadra ha una giornata negativa, è lui che paga il conto sotto una grandinata di palloni, espiando peccati altrui”.

(Eduardo Galeano in “Splendori e Miserie del Calcio”).


 

40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)