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6 min

- di Simone Gervasio

Adrian Mutu, controverso


Gli alti e bassi di uno degli attaccanti più completi ed enigmatici degli ultimi anni di Serie A.


Vivere ardendo e bruciarsi spesso. Nei suoi primi 41 anni Adrian Mutu non si è fatto mancare nulla: soldi, fama, vizi, gol, tanti, e castighi. La fama da bad boy l’ha accompagnato per tutta la sua carriera e il rumeno di certo non si è affannato per togliersi questa nomea. Hate me now, per dirla alla Nas. Qualche rissa qua e là; due lunghe squalifiche a distanza di 5 anni, una per cocaina, con conseguente multa record, l’altra per uno stimolante che annullava gli effetti della fame; due lauree, tre matrimoni e svariati flirt con starlette più o meno famose; inseguimenti in auto con la polizia rumena; rapporti spesso tumultuosi con i suoi allenatori, specie quelli della Nazionale (una volta aveva paragonato il ct Piturca a Mr Bean con tanto di fotomontaggio) e cattive frequentazioni.

Strafottente, irriverente e problematico fuori dal campo, una volta indossata la maglia da gioco, Mutu era però uno dei giocatori più completi ed efficaci della sua generazione. Un perfetto numero 11, una seconda punta abile tecnicamente, forte, veloce e prolifica. I difetti caratteriali, le risse, i comportamenti poco professionali sparivano in campo per far posto a un giocatore che di difetti tecnici ne aveva ben pochi. Un destro potente e capace di mettere il pallone dove desiderava, un sinistro che poco aveva da invidiare al piede forte, un gran senso del gol e una comprensione del gioco che gli permetteva un posizionamento sempre impeccabile nell'area avversaria.

Mutu era rapido nell'esecuzione e capace di colpire il pallone, con entrambi i piedi, in top spin, confluendo alla sfera sempre la massima potenza possibile; segnava in tutti i modi: di testa, da fuori, di rapina, era pericoloso sui calci di punizione e freddissimo dal dischetto. E pazienza se al momento del suo ritiro il palmares fosse sostanzialmente vuoto.

In campo Mutu ha sempre fatto sul serio, pochi sorrisi, molti bronci e un atteggiamento al limite dell’incazzato, quasi come cercasse sul rettangolo verde una sorta di redenzione per gli errori che compiva una volta uscitone.
Un talento precoce, la sua parabola da calciatore pareva inarrestabile. Dopo gli inizi promettenti in Romania, ecco la chiamata dell’Inter di Lippi dove però, complice il sovraffollamento offensivo, il giovane Mutu non trova spazio. È il 2000 e si accasa al Verona dove esplode. Nel secondo anno al Bentegodi, i suoi 12 gol non evitano la retrocessione dei gialloblu, ma gli garantiscono un altro anno di massima categoria. Cambia la squadra, non i colori: va a Parma.

"Malesani sembra non credere ai propri occhi" cit.

Nell'ambizioso Parma di Prandelli arriva la sua consacrazione. Gli emiliani sono una squadra sfrontata con una fase offensiva esplosiva sorretta dalla tecnica di Nakata e Mutu, dalla forza di Adriano e dal senso del gol di un giovane Gilardino. I gialloblu sfiorano la qualificazione in Champions arrivando quinti mentre Adrian segna la bellezza di 22 reti stagionali, di cui 18 in campionato dove è vice capocannoniere dietro al solo Bobo Vieri. La provincia inizia a stargli stretta.

Lo step successivo è il passaggio, a suon di milioni, al Chelsea, appena acquistato da Roman Abramovich. Una chance d’oro per diventare uno dei pilastri di un club che da lì a poco si sarebbe iscritto in maniera permanente nel gotha del calcio europeo. Il treno però passa e Adrian viene sbattuto fuori dal convoglio. Licenziato per essere stato trovato positivo alla cocaina dopo due presenze nel secondo anno della sua permanenza londinese, l’attaccante si trova senza squadra e squalificato per 7 mesi. Innesca inoltre un contenzioso con i blues durato anni e che lo obbligherà a pagare una multa di 17,7 milioni di euro al suo ex club.

E dire che il suo ambientamento prometteva bene. Mutu segna infatti tre gol nelle prime 4 gare ma la sua vena si spegne da lì a poco. La squadra c'è, arriverà seconda dietro l’invincibile Arsenal e a un passo dalla finale di Champions, lui però patisce la concorrenza (Ranieri gli preferisce Hasselbaink, Crespo e Gudjohnsen), la città, così tentacolare, e si perde, rincorso dai tabloid. La situazione peggiora l’anno dopo con Mourinho. I due non si sopportano e a dividerli ci pensano la squalifica e il licenziamento.

What if

Mutu torna in campo nel maggio 2005. A scommettere su di lui, riportandolo in Italia, è la Juve di Capello; i bianconeri possono contare su Del Piero, Trezeguet e Ibrahimovic e per il rumeno di spazio da ritagliarsi ce n’è poco. Lui si ricicla laterale a sinistra e disputa un’ottima stagione, giocando 45 partite (suo record in carriera), condite da 11 gol. È davvero cresciuto, la concorrenza non lo spaventa più, le perle fioccano.

A malincuore nel post Calciopoli saluta Torino per Firenze, non sapendo che in Toscana troverà finalmente la sua dimensione e la continuità che gli è sempre mancata altrove. Sarà adorato e coccolato da una tifoseria che riconosce in lui il simbolo di un ciclo tra i migliori della storia del club; sarà il numero dieci, quello a cui rivolgersi nei momenti di difficoltà, segnerà e farà segnare, si divertirà e farà divertire.

La Fiorentina di quegli anni è una squadra in continuo mutamento; lui si sposa bene con Toni, con Pazzini, con Gilardino, fa da mentore a Jovetic e da spalla a Vieri e Osvaldo; mentre al suo fianco negli anni si susseguono grandi attaccanti, lui resta. È un collante, un giocatore generazionale, un faro. La doppia cifra a stagione diventa una prassi; dall'annata 2001/2002 a quella 2009/2010, è sempre oltre le dieci marcature se si escludono gli anni delle due squalifiche.

Il suo era un calcio efficace, con pochi fronzoli. Mutu non faceva mai un movimento in più, un tocco di troppo, un dribbling non necessario, ogni sua movenza in campo era atta a massimizzare il risultato. Spesso esitava facendo perdere l’attimo a marcatori e portieri avversari, colpendoli in controtempo.

Ogni gol un inchino sotto alla Fiesole, ogni giocata del Fenomeno, come venne ribattezzato dal pubblico del Franchi, un nuovo capitolo nel libro della redenzione di un uomo e di un giocatore di grande personalità, divisivo e incompreso. Se non per un esperto nel calarsi negli abissi più profondi di questi ragazzi, come Cesare Prandelli, suo padre putativo che, prima a Verona e poi a Firenze, ha saputo smussare gli angoli più ispidi del suo carattere e ottenerne il meglio. Una Viola, quella diretta dall'allenatore di Orzinuovi, capace di grandi risultati: i 73 punti e il terzo posto sul campo, non fosse stato per i 15 punti di penalizzazione, le qualificazioni in Champions, le grandi notti con Liverpool e Bayern, la semifinale di Europa League.

La prima delle due reti che porterà la Viola in semifinale, persa poi ai rigori con i Rangers. Mutu chiuse la stagione con 23 gol.

Gli ultimi anni a Firenze sono tribolati. Gli infortuni si fanno sempre più frequenti, Mutu gioca poco e viene nuovamente squalificato. Quando rientra segna ma il suo rapporto con il nuovo allenatore Mihajlovic stenta a decollare e le relazioni si compromettono ulteriormente quando viene messo fuori rosa per aver abbandonato un allenamento. Sarà reintegrato di lì a breve ma alla fine dell’anno saluterà per andare a giocare l’ultima stagione in Italia a Cesena.

L'ultimo gol con la Fiorentina (con annessa esultanza "gigliata") è un manifesto della sua classe.

La stagione in Romagna è agrodolce; lui segna 8 gol, compresa una doppietta al Genoa del suo amico fraterno Frey, ma la squadra va male e retrocede. Mutu si avvia al crepuscolo, giocherà in Francia all'Ajaccio e in India al Pune prima di tornare in patria.

Oltre a questo missile all'incrocio, rifila un cucchiaio su rigore a Frey, bell’amico!

Come per tanti incendiari la seconda fase della sua vita si prospetta diversa, da “pompiere”. Appesi gli scarpini al chiodo, Mutu ha provato a fare il presidente della Dinamo Bucarest, prima di virare verso la carriera da allenatore, diventando il selezionatore della under 21 della Romania. Un ruolo di grande responsabilità, un trampolino di lancio per la nuova avventura manageriale di un uomo che ha messo da parte gli errori di un tempo ed è pronto a forgiare la prossima generazione di talenti del suo Paese. Nella sua testa un sogno: tornare nella sua amata Firenze per portarle quel trofeo che non le ha regalato da giocatore e per un ultimo, regale, inchino sotto alla Fiesole.


 

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Napoletano adottato da Milano, sogno fin da piccolo di fare il giornalista sportivo. O meglio da quando ho capito che di talento per fare il calciatore ne avevo poco. Seguo tanti, troppi sport e dormo in pantaloncini da gioco perché come diceva Rasheed Wallace, "you never know if a game breaks out".

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