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, 14 Aprile 2020

Sunderland 'Til I Die: il calcio come ragione di vita


Football is everything basta e avanza per descrivere efficacemente una delle migliori serie tv a tema sportivo mai prodotte.

La seconda stagione di Sunderland ‘Til i Die arriva letteralmente come una ventata di aria fresca in un periodo non facile per tutti. L’isolamento forzato, almeno per il sottoscritto, è peggiorato da una cronica mancanza di una forma di intrattenimento importante come lo sport, e il calcio giocato in particolare. Al di là dei nostalgici rematch proposti da Sky o le dirette Facebook del calcio dilettantistico Honduregno, non rimane molto altro per potersi godere un po' di football e alleviare il peso della quarantena.

Di film interessanti sul calcio ce ne sono. Dallo stupendo The Damned United (il maledetto United) a Hooligans, la scelta c’è. Se però cerchiamo qualcosa di più coinvolgente della solita ora e mezza di film, diventa tutto più difficile. I programmi di punta di molte piattaforme di streaming fanno fatica a lasciare il segno. Il documentario sulla Juventus (First Team Juventus), prodotto da Netflix, ad esempio è realizzato in maniera impeccabile, ma si rivela essenzialmente come un esercizio di stile, manieristico e per nulla coinvolgente.Va meglio con All or Nothing: Manchester City, il docu-reality sulla stagione dello scudetto del City di Guardiola. A tratti è davvero godibile, non fosse che ogni situazione un attimo complessa viene risolta da un Pep versione demiurgo, in grado di sbrogliare qualsiasi problema con la semplice forza delle parole.

Sunderland til’I Die, si pone all’esatto opposto. Lontano da questi spot autocelebrativi, che raccontano di realtà perfette e quasi incontaminate, nella narrazione di"til I Die" domina una realtà essenziale, dura ed estremamente crudele, vissuta dalla squadra e dai tifosi in maniera terribilmente simbiotica. E proprio per questo realismo che Sunderland ‘Til I Die è la vera eccezione. La vera eccezione, che conferma la regola di come sia estremamente difficile “raccontare” lo sport in maniera efficace.

Dove eravamo

Tagliamo subito la testa al toro. La seconda stagione, purtroppo, non regge il confronto con la prima. Ma solo perché la prima stagione, e qui cito, ci ha veramente spezzato il cuore.

In estrema sintesi il docu-reality prodotto da Fulwell 73, (già produttore di un ottimo lavoro sulla Class of ‘92 del Manchester United) si proponeva, di seguire da vicino il percorso in Championship del neo-retrocesso Sunderland. L’idea dei produttori era quella di seguire una squadra che per tradizioni, qualità della rosa e bacino d’utenza puntava direttamente al ritorno immediato in Premier League.  Nella realtà dei fatti si consuma l’esatto contrario, con la squadra che a fine stagione 2018 trova una rocambolesca quanto impronosticabile retrocessione in Leage One (la terza serie del calcio inglese).

Il grande successo della serie, a fianco di una realizzazione qualitativamente ottima (dai personaggi scelti per raccontare il tutto, al post-produzione) risiede proprio al suo collegamento brutale con la realtà. Quello che viene raccontato “in divenire” (la serie è stata tutta filmata per così dire “in tempo reale”, durante l’effettivo svolgersi della stagione) è uno psicodramma che sappiamo già non andrà a finire bene. Basta andare a dare un’occhiata su Wikipedia. Qualsiasi momento positivo, in cui sembra che i nostri eroi riescano a dare una svolta a tutto è subito offuscato dal fatto che sappiamo già il disastroso finale. Questo “racconto di un disastro”, mi ha fatto entrare in una spiazzante empatia sia con i tifosi, condannati a vivere questo dramma, ma anche con tutti i dipendenti della società per cui non è solo questione di cuore, ma anche di vita.

La seconda stagione si apre quindi esattamente dove era finita la prima. L’ex patron Ellis Short, dopo anni di gestione finanziaria disastrosa, ripiana tutti i debiti, silura il GM Martin Bain e vende baracca e burattini a Stewart Donald, imprenditore inglese ex presidente dell’Eastleigh (club di non-league del sud dell’Inghilterra). La squadra deve ripartire da zero, dalla League One. League One che è letteralmente un pellegrinaggio di 46 partite, a cui vanno aggiunte Fa Cup, Coppa di Lega e Checkatrade Trophy (l’equivalente della coppa Italia di Serie C), per conquistare i primi due posti, che valgono la promozione diretta in Championship, o giocarsela ai playoff.

Il mantra di Stewart Donald per tutta la serie: la promozione non può non arrivare.

Il Sunderland parte, manco a dirlo, come favorito per la promozione. Ci sono altre buone squadre, altre nobili decadute come Portsmouth e Charlton, ma il divario sembra, a prima vista, incolmabile. Quello che traspare dai volti di una tifoseria ormai del tutto disillusa e quindi un cauto ottimismo. Sembra che la permanenza all’inferno non sarà più lunga di una stagione. Vedremo che la risalita sarà più facile a dirsi che a farsi.

Volti vecchi e nuovi

L’ottimismo regna senza dubbio nell’ufficio di Stewart Donald, il nuovo presidente. La sua figura, che prende il posto, come voce narrante principale, di quella di Martin Bain, stride fortemente con quella ex GM. Se Bain era un personaggio dipinto come essenzialmente “negativo”, Donald è l’opposto. Sembra un uomo deciso a mettere anima, corpo e parecchi soldi, nell’impresa. Appare sin da subito sinceramente interessato alle sorti della squadra, che sostiene in tribuna ogni singola partita (anche in trasferta), pur palesando una certa inesperienza. L’intera quarta puntata, spesa a seguire la trattativa d’acquisto di Will Grigg, un attaccante più famoso per un coro che per i suoi gol (e che diventerà l’acquisto più oneroso della storia della League One), è la celebrazione di questo doppio aspetto di Donald. Un uomo sempre pronto a gettare il cuore oltre l’ostacolo, ma che sembra terribilmente a digiuno di esperienza manageriale.

18 presenze e 4 gol in campionato per Will Grigg, dopo essere stato acquistato nel mercato di riprazione. Non esattamente "on fire".

Il suo ottimismo è comunque sostenuto dal buon inizio di stagione dei black cats che si mantengono fino alla pausa invernale stabilmente nelle prime tre posizioni. Il nuovo manager, Jack Ross, una figura che rimane comunque ai margini della serie, sembra aver trovato la quadratura del cerchio. La squadra gira e i punti arrivano. Questo nonostante una situazione finanziaria sempre in bilico.

E’ proprio la situazione finanziaria del club il vero elefante nella stanza di tutta la stagione, come del resto lo era stato per la prima. Se nella stagione della Championship lo stato drammatico delle casse societarie si avvertiva quasi come un rumore di sottofondo, nella seconda stagione è analizzato in maniera completa. La retrocessione in terza serie ha contratto ancora di più i ricavi della società, che si è trovata costretta in estate a cedere tutti i giocatori con ancora uno stipendio di ottimo livello per la Championship. Tra i ben 18 (!) giocatori ceduti in estate ci sono anche nomi conosciuti, come Wabhi Kahzri, Jeremain Lens e Fabio Borini. Nonostante ciò la società ha pochissimi margini di manovra sul mercato e con un monte ingaggi di 10 milioni superiore al secondo del campionato, la dirigenza è costretta a tagliare tutto il superfluo, staff compreso.

Questo è ciò che rimane della rosa del Sunderland ad inizo stagione. Quando si dice ripartire da zero.

Uno degli aspetti più innovativi di queste nuove sei puntate di Sunderland 'Til I Die è che ribaltano completamente anche la visione che normalmente abbiamo dei giocatori di calcio professionisti. Se nella prima stagione a farla da padrone erano giocatori comunque di un certo livello, tra ex giocatori di Premier League e nuove promesse della Championship (penso a Lewis Grabban, attaccante di livello per la seconda serie inglese o Paddy McNair, ex Manchester United), nella seconda stagione ci imbattiamo in personaggi totalmente diversi. Le necessità di taglio del monte ingaggi portano infatti la dirigenza a rifondare la rosa, affidandosi a giovani prospetti e mestieranti della categoria.

Ci imbattiamo così in Luke O’Nien, un giocatore molto seguito durante tutta la serie, classico mediano box to box appena 21enne, fresco di promozione in League One con il Wycombe. O’Nien sembra veramente un ragazzo come chiunque altro, molto lontano dal tipico ideale del professionista. Nelle interviste parla molto di se stesso, non usando le classiche frasi fatte da calciatore. Racconta di come si senta ancora emozionato prima di scendere in campo e di come sia importante avere il supporto emotivo della propria famiglia e dei compagni di squadra. Sembra sempre di avere davanti un semplice ragazzo di 20 anni, uno che vede il calcio ancora come divertimento, piuttosto che come il lavoro della propria vita.

Luke O'Nien è un calciatore professionista capace ancora di emozionarsi per il proprio mestiere.

Al lato opposto gli sceneggiatori si sono concentrati parecchio sul personaggio di Jack Baldwin, difensore centrale 26enne, con già più di 150 presenze in League One. La figura di Baldwin è l’archetipo di quella miriade di calciatori professionisti lontani dalle luci della ribalta dei campionati più importanti, con una famiglia alle spalle da mantenere. Ci traspare l’immagine di un professionista serio fino all’abnegazione, ma profondamente insicuro. La moglie, anche lei spesso inserita nelle interviste, insinua anche l'ombra di un problema che, a dieci anni dalla morte di Robert Enke, nel calcio è ancora tabù: la depressione.

Ha'way the Lads

Forza ragazzi” (Ha’way the Lads) è la scritta che campeggia all’ingresso in campo dello Stadium of Light. Non un motto sofisticato, ricercato a particolarmente significativo in sé. Sicuramente lontano dall’evocativo Mes que un club catalano o dal roccioso This is Anfield, posto nel tunnel di uno degli stadi più famosi al mondo. Racchiude però nella sua semplicità tutto lo spirito della gente del Nord-Est dell’Inghilterra. Un Nord-Est essenzialmente povero, vessato ormai da anni dalla crisi della cantieristica navale e da una disoccupazione dilagante, abitato però da gente orgogliosa. Gente che vede nella squadra della propria città una vera e propria ancora di salvezza, e che chiede ai giocatori, come testimoniato dal motto, niente di più, e niente di meno, di impegnarsi fino in fondo.

Sono questi tifosi i veri protagonisti di Sunderland ‘Til I Die. Ripresi in macchina, a casa o allo stadio, tramite interviste al pub o podcast d’approfondimento, sempre con rigorosissimi primi piani, sono la vera anima anche di questa seconda stagione, come lo erano stati nella prima. Grazie ai volti e alle emozioni che essi stessi trasmettono, mi sono trovato nuovamente in un attimo a soffrire e ad esultare con loro. A soffrire ed esultare per una squadra che essenzialmente non conosco e per cui non faccio il tifo. La forza di questa serie è tutta qui.

A fianco di facce nuove come Ian e Michelle, sempre in coppia allo stadio, troviamo quelle più familiari dei primi episodi come il tassista Peter, in questa stagione immerso nella più pura disillusione, e Andrew Cammiss, che si sobbarcherà ben due viaggi a Wembley coi due figli per sostenere il Sunderland.

Nella quinta puntata Andrew Camiss, in un semplice tutorial, vi insegnerà come tingervi la barba di bianco-rosso per le grandi occasioni

I viaggi a Wembley sono due perché nella seconda parte di stagione per i black cats le cose si fanno più difficili. Il già citato Will Grigg non segna, la squadra lascia per strada punti importanti e finisce per doversi giocare la qualificazione in Championship ai playoff.

Nel frattempo la serie (ma potremmo benissimo dire la realtà), continua ad illuderci. Tra le mille difficoltà infatti il Sunderland si guadagna la finale di Checkatrade Trophy contro il Portsmouth. Non un trofeo prestigioso, ma sembra se non altro un primo successo. Un motivo per gioire finalmente, a 30 anni dall’ultimo trofeo a con il ricordo della doppia retrocessione ancora fin troppo vivo. Attraverso i volti dei tifosi a Wembley viviamo la sofferenza per un secondo tempo giocato in trincea, la gioia di un gol allo scadere e la crudeltà dei calci di rigore. Calci di rigore che premiano il Portsmouth, grazie all’errore di Lee Cattermole, capitano del Sunderland ed unico reduce degli anni in Premier.

Dopo l’ennesima delusione ci si aspetterebbe finalmente la spannung, il momento di apice della storia, dove il protagonista riesce ad avviare il tutto verso il tanto agognato lieto fine. Un lieto fine che sappiamo già non ci sarà. Il secondo viaggio della stagione a Wembley si conclude ancora peggio del primo. Con il Sunderland che perde la finale playoff al 91esimo con il Charlton, battuto due volte in Regular Season, dopo aver giocato una splendida semifinale contro il Portsmouth.

La seconda stagione si conclude, non solo inizia, come era finita la prima. Abbracci, cori sulla base di “I can’t help falling in love with you” e lacrime, in campo e sugli spalti. Tante lacrime. Soprattutto in tribuna.

Ricostruire (di nuovo)

Sunderland 'Til I Die è la serie dei vinti, prendendo in prestito il titolo di un famoso ciclo di opere di Verga.

E’ l’unica serie sul calcio in grado di raccontare il calcio, nella sua forma più pura. Lontana dai brand immacolati di Juventus e Manchester City (o anche Boca Juniors), impregnati di facili retoriche e idee vincenti, Sunderland 'til I Die racconta, come detto, essenzialmente la realtà. Una realtà fatta di incertezze, sconfitte dolorose, mismanagement finanziario e giusto qualche vittoria, da godersi fino in fondo. Dove però la vera anima della squadra, i tifosi, è sempre pronta a rialzare la testa. E’ quello che vivono tutti i club lontani dai riflettori e dalle luci del successo economico e sportivo, che però continuano, stagione dopo stagione, a rimboccarsi le maniche e a riprovarci. Perchè dopo ogni delusione, dopo le lacrime, quello che dicono tutti i volti di Sunderland 'til I Die è “ci riproveremo”.

Ecco perché questa serie ha fatto centro. Perchè non è solo un docu-reality sul calcio, è un docu-reality sulla vita. Non racconta solo come lo sport sia un elemento fortemente invasivo nelle vite di molti, in grado di regalarci gioie e dolori come pochi altri. Racconta anche dello sport come metafora della vita. Una vita dove, nonostante tutti gli schiaffi che puoi prendere (metaforici e non), bisogna sempre rimboccarsi le maniche, rialzare la testa e tornare a lottare. Perchè domani è un altra partita. Perchè alla fine, lo sport, non solo il calcio, è davvero tutto.


  • Studente di economia, classe '93, nato e cresciuto a Rimini. Si avvicina al calcio sin da piccolo, grazie ad un certo Roberto Baggio e ai Mondiali del 2002. Tifoso rossoblù per adozione, dopo aver vissuto per qualche anno a Bologna. Si limita a giocare a calcetto la domenica, data la poca qualità con il pallone tra i piedi, e a seguire qualsiasi campionato visibile in TV. Altre passioni: MLB, sci alpino e la settima arte.

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