Interventi a gamba tesa

Milan, la maledizione dei numeri 9


Dall’estate del 2012, quando Superpippo ha lasciato in eredità la maglia rossonera numero 9, non c’è stato nessun attaccante in grado di raccogliere la sua eredità. E la lista di bomber mancati è ormai troppo lunga.


Nella numerologia calcistica il 9 è, per eccellenza, il numero del bomber di razza. La matricola del rapace d’area, l’uomo solo che, in territorio nemico, ha il compito di finalizzare il lavoro dei compagni, provando a trasformare ogni palla in gol. E portando sulle spalle le sorti di una squadra, di una città, di un popolo di tifosi pronti ad esplodere al gonfiarsi della rete.

Un ruolo affascinante e al tempo stesso complicato che in casa rossonera ha sempre trovato interpreti d’eccellenza. Almeno fino all’estate del 2012, quando Filippo Inzaghi – in lacrime – salutò la curva Sud e San Siro, ritirandosi dal calcio giocato.

Il saluto di Inzaghi alla Curva Sud, dopo l’ultima partita in carriera – e l’ultimo gol – contro il Novara.

Prima di SuperPippo, furono Weah, Baggio, Massaro, Papin, Van BastenVirdis, e ancora Sormani, Schiaffino e Nordahl ad indossare, in modo trionfale, un numero tanto pesante quanto leggendario come il 9.

Dopo SuperPippo, però, nessuno più. E con la partenza datata gennaio 2020 di Krzysztof Piatek, salgono a 9 le vittime di un sortilegio che sembra non avere fine. Un elenco troppo lungo per una squadra come i rossoneri, incapaci, in quasi 8 anni, di trovare un degno sostituto al bomber di Piacenza.

Bisogna dirlo, in alcuni casi sono state le scelte del management rossonero ad essere discutibili, leggasi la scommessa Lapadula e il “Niño” Torres già in parabola discendente. In altre occasioni, però, come con Andrè Silva, Higuain e lo stesso Piatek, gli attaccanti rossoneri sembrano essere stati colpiti davvero da un incantesimo. Partita dopo partita, la porta è diventata sempre più stretta, gli occhi della tigre mostrati all’arrivo hanno lasciato spazio a sguardi spauriti ed attoniti, e gli applausi e luci della ribalta, che sempre accolgono un grande numero 9 che sbarca a Milano, si sono trasformati inesorabilmente in fischi e in ombre.

È stato così per Piatek, un’ira di Dio con il 19 sulle spalle, un corpo estraneo quando il polacco ha sfidato la sorte, indossando la maglia numero 9. In 20 partite solo 5 gol per lui, e un biglietto di sola andata per Berlino, sponda Herta.

Ma è stato così anche per altri – talvolta davvero grandi – attaccanti: l’ultimo in ordine di tempo a fare scalpore è stato Gonzalo Higuain. Scaricato dalla Juventus, viene accolto a Milano nella stagione 2018-19 come il salvatore della patria. I tifosi rossoneri tornano ad immaginare scenari da favola, ma sarà solo una bolla di sapone: 22 presenze in stagione, 8 gol, un rigore sbagliato contro la sua ex squadra e una sfuriata sul terreno di gioco di San Siro che sancisce l’addio definitivo dell’attaccante argentino ai colori rossoneri. Va al Chelsea e vince l’Europa League, e poi segue Sarri alla Juventus, e torna ad essere il bomber di razza che tutti conoscono.

Il Pipita non ha lasciato il segno in rossonero: per lui solo uno spezzone di stagione e 8 reti.

Prima del Pipita, altri 7 flop con la maglia numero 9 sulle spalle: il più recente è quello di André Silva che arriva in rossonero nell’estate 2017 insieme alle parole di elogio del connazionale CR7 che ne certificano – almeno in teoria – le grandi potenzialità. Che al Milan, purtroppo, non sono mai esplose: tanto movimento, spesso inutile, sul fronte d’attacco, pochi gol e molte prestazioni sotto la sufficienza. Solo 10 centri, in 40 partite, 8 dei quali in Europa League. Un bottino esiguo per mettere le radici nel capoluogo lombardo.

Le meteore di “9” vestite hanno anche il nome di Gianluca Lapadula – fortemente voluto dall’allora Presidente Berlusconi – che non ha saputo ripetere i numeri che lo avevano lanciato in Serie B a Pescara, e Luiz Adriano, che dopo aver vinto tutto in Ucraina con lo Shakhtar viene a svernare a Milano senza lasciare il segno.

Meritano un ricordo anche gli altri 4 bomber che hanno provato a ripetere – senza fortuna – le gesta dei grandi numeri 9 rossoneri. Su tutti Fernando Torres, giunto nel capoluogo meneghino nel 2014: segna un gol di testa all’Empoli, all’esordio, e poi passeggia per altre 9 partite nelle aree di rigore avversarie, senza mai dare l’impressione di essersi realmente ambientato in casa rossonera. Anche per Mattia Destro – letteralmente prelevato nel suo appartamento dall’allora AD del Milan Adriano Galliani per sostituire proprio il Niño – i numeri in rossonero sono impietosi: in 15 partite solo 3 gol e lo stesso AD costretto a rimandarlo a Roma a fine stagione.

Torres e Destro, entrambi non hanno retto al peso del numero 9 rossonero.

Sorte avversa anche per i “ritorni a casa” di Alessandro Matri e Alexandre Pato. Il primo, di rientro in rossonero dopo essere cresciuto nelle giovanili, sceglie la maglia numero 9, ma non riesce a replicare le ottime prestazioni di Cagliari e di Torino. Nel 2013-14 per lui 18 partite in totale e 1 solo gol: non finirà nemmeno la stagione al Milan, venendo girato a gennaio in prestito alla Fiorentina. Il Papero, invece, torna a Milano nel settembre 2012 dopo aver fatto brillare gli occhi ai tifosi negli anni passati, segnando più di 60 reti: il brasiliano, però, sfida la sorte abbandonando la sua fortunata maglia numero 7 preferendo la 9, appena lasciata dall’addio del suo ex compagno d’attacco Inzaghi. La scelta sarà tutt’altro che felice: per lui solo 2 gol in 7 presenze e a gennaio – complice anche per la presunta fine della love story con Barbara Berlusconi – Pato è già sull’aereo per tornare in patria, al Corinthians.

Ora la maglia numero 9 è di nuovo vacante, in attesa che il prossimo bomber – il decimo del “dopo Inzaghi” – decida di indossarla. Sfidando la sorte e quel senso di solitudine che da troppo tempo a Milano colpisce gli attaccanti di razza, trasformandoli da tigri ad agnellini d’area di rigore.


 

Rudy Galetti, milanese DOC, annata 1983. Quando smetto i panni del consulente aziendale, mi armo di penna (in senso relativo...) per scrivere di sport. Terminato l'inchiostro, inizio a parlare: di calcio, di tennis, di basket, di sci e, se necessario, anche di tamburello. A riflettori spenti, faccio il marito, il papà e l'allenatore. Praticamente non stacco mai!