Interventi a gamba tesa

C’erano Garibaldi, Robin Hood e Brian Clough…


Il Nottingham Forest è una squadra leggendaria per qualsiasi amante del calcio da quando, tra il 1978 e il 1980, vinse due Coppe dei Campioni dopo aver vinto la First Division da neopromossa. Meno nota è però la storia della sua maglia e del legame con l’eroe dei due mondi.


Verso la metà dell’Ottocento, gli inglesi adoravano Garibaldi e, in particolare, gli operai di Nottingham sembravano esserne straordinariamente stregati. Nel 1860 crearono un’orchestra “Garibaldi” e l’anno successivo la Nottingham Mechanics’ Institution, un’istituzione filantropica che si dedicava a offrire istruzione gratuita alla working class, invitò un oratore per tenere una serie di conferenze che ne raccontasse le avventure sulle due sponde dell’Atlantico. Persino il merchandising garibaldino spopolava: una pasticceria di Londra offriva il biscotto al ribes Garibaldi, in Scozia un famoso chef deliziava i palati dei suoi commensali con la salsa Garibaldi, mentre nello Staffordshire le fabbriche sfornavano figurine di porcellana, tazze, piatti e boccali di Garibaldi e, ovviamente, le camicie rosse à la Garibaldi divennero un capo alla moda, comodo ed elegante, adatto sia agli uomini che alle donne. Nel 1859 il governo britannico, su spinta dell’opinione pubblica, temendo un’invasione francese, concesse la creazione di unità volontarie di difesa locali chiamate Rifle Volunteer, a cui aderirono migliaia di persone. La sezione di Nottingham venne dedicata all’idolo locale, Robin Hood, ma anziché indossare – come Disney ci ha insegnato – una casacca verde, scelse come divisa (forse per economia, forse per moda o forse perché ispirati dall’eroe dei due mondi) una camicia rossa in pieno stile garibaldino. Due anni dopo, nel 1861, i Rifle Robin Hoods avevano avuto così successo che in giro si vendevano camicie rosse pubblicizzandole non più come à la Garibaldi, ma “quelle dei Rifle Robin”, perfette per andare in barca o a farsi una partita a cricket. In qualche modo, senza che il generale potesse saperlo, la sua figura e la sua simbologia si stavano fondendo con quella della città.

Una figurina di Garibaldi, originale ceramica dello Stafforshire, in vendita su Madalena Antiques.

Nel 1864 Garibaldi decise finalmente di andare a visitare l’Inghilterra, dove da anni migliaia di persone lo adulavano, inviandogli attestati di stima e lettere d’amore. Aristocratici e politici lo corteggiavano, mentre i lavoratori di tutto il paese lo invitavano a visitare le loro città e tenere comizi. Al suo arrivo a Londra, oltre mezzo milione di persone di ogni età e classe sociale lo attendeva assiepato sulle banchine del porto, ma non tutti nel paese condividevano lo stesso entusiasmo. Giuseppe Garibaldi era una figura radicale, divisiva, un repubblicano, uno certamente non molto apprezzato dai conservatori. Allo stesso tempo però, egli incarnava gli ideali cantati dai poeti romantici come Byron e Shelley, dai filosofi e dagli scrittori alla moda, e la “lotta per la libertà” italiana aveva fatto grande presa emotiva sull’opinione pubblica britannica. La regina Vittoria, donna equilibrata e lungimirante, non condannava il personaggio, ma pensava che la garibaldimania fosse poco dignitosa per un paese serio e, scrivendo al Primo Ministro, definì il generale “coraggioso e onesto” ma comunque “un leader rivoluzionario”. Karl Marx, a cui era stato proposto di dare il benvenuto a un compagno radicale, declinò l’invito definendo l’eroe dei due mondi “un pietoso asino”. Comunque, come dicevo, la Regina sopportava la sua presenza, mentre il governo conservatore ne era piuttosto infastidito. Nonostante ricevesse inviti da tutta la Gran Bretagna, il governo era riluttante a lasciare che un noto radicale uscisse da Londra e si muovesse libero tra le città operaie d’Inghilterra. Non gli fu nemmeno concesso di accettare l’invito del deputato di Nottingham Sir Robert Clifton a seguirlo nella sua tenuta di campagna, la Clifton Hall. Con Garibaldi bloccato a Londra, gruppi di lavoratori ed estimatori si diressero nella capitale per incontrarlo. Anche la delegazione di Nottingham ci riuscì pochi giorni prima che lasciasse il paese a causa della cattiva salute. Questi pronunciarono un discorso pomposo in cui lo ringraziarono per “aver liberato dalle catene le nazioni oppresse, aiutato a spazzare via il torno e a ristabilire la libertà”. Il generale li ringraziò con tatto, salutandoli e promettendo che avrebbe visitato la città non appena gli sarebbe stato possibile.

La visita di Garibaldi a Londra in una xilografia di Illustrated London News, 23 aprile 1864 (fonte: History Today)

Nei mesi seguenti l’entusiasmo nella città di Robin Hood non scemò: aprirono due nuovi pub intitolati al Generale Garibaldi, e il suo nome fu dato a strade ed edifici, ma adesso questi luoghi non esistono più. Non c’è più traccia di Garibaldi Terrace, Garibaldi Row o Garibaldi Yard a Nottingham e anche i pub sono spariti: uno ha cambiato pelle più volte, e oggi è un negozio di vestiti (chissà se vende camicie rosse!). Ma oltre ai locali e alla toponomastica, il nome di Garibaldi nel 1865 si legò allo sport cittadino, dando vita ad un binomio che, a differenza delle strade, è ancora ben presente. Un gruppo di ragazzi fondò un club (inizialmente era un club di shinney, una sorta di hockey sugli stagni gelati), il Nottingham Forest e decise che il colore della squadra sarebbe stato l’ormai popolarissimo Garibaldi red, che fin dai primi articoli sui quotidiani locali divenne il soprannome della squadra. Inizialmente i reds giocavano con la camicia bianca ma indossando un cappellino rosso, ma nel 1868 adottarono la divisa che viene utilizzata ancora oggi. Poi dalla foresta di Nottingham le camicie rosse da calcio si diffusero rapidamente in tutto il mondo, prima attraversando il Trent e migrando a sud, verso Londra, quando nel 1886 due ex giocatori del Forest si trasferirono nella capitale, dove volevano continuare a giocare al foot-ball. I due trovarono presto una decina di compagni, si fecero spedire un set di camicie dalla loro ex squadra e misero su una squadretta chiamata Dial Square e che negli anni successivi cambiò il nome in Royal Arsenal, Woolrich Arsenal e, infine, Arsenal. A catena, negli anni successivi, anche Sparta Praga, Ajax e Sporting Braga scelgono i loro colori ispirandosi a loro, e persino Herbert Kilpin, il Lord di Milano, tra i fondatori del Milan, era un ragazzo di Nottingham e, nel 1880, aveva creato una squadra di calcio amatoriale del liceo chiamata proprio Nottingham Garibaldi.

Brian Clough

Ancora oggi, più di un secolo dopo, nonostante la nascita di nuovi miti ben più freschi nei ricordi del condottiero nizzardo (chiaramente mi riferisco a Brian Clough e agli eroi delle due Coppe dei Campioni consecutive a fine anni Settanta) i fans del Nottingham non hanno dimenticato le radici e nel 2016, per celebrare il 150° anniversario dalla fondazione della squadra, i tifosi che occupano il Trent End, il settore più caldo del City Ground, hanno creato un nuovo gruppo di tifo organizzato e lo hanno battezzato Forza Garibaldi, sostenendo che questa fosse una parte importante ma spesso trascurata della storia del club e che questo fosse un modo efficace per promuoverne le origini e preservare la memoria tanto del club, quanto del glorioso generale, eroe dei due mondi e involontario tassello della storia del calcio.


 

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.