Interventi a gamba tesa

Moderno come il Papu Gomez


Come Alejandro Gomez è passato dall’essere un funambolo tutto estro e dribbling a diventare la mente e il leader dell’Atalanta che vuole entrare tra le otto migliori d’Europa


Avevo sempre creduto che crescere fosse automatico, invece è qualcosa che si deve decidere di fare”. È la chiosa, il punto cui arriva, in un episodio di “Scrubs”, il protagonista John Dorian, in una delle sue epifanie. Un assunto tanto vero quanto applicabile a tutti noi, nella nostra quotidianità, nel nostro lavoro, nella nostra vita; deve scattare una scintilla per crescere, per diventare migliori. È un processo che non nasce dal nulla ma ha bisogno di un quid che lo faccia partire: una delusione che ci spinge a riprovarci, un nuovo obbiettivo, il trovarsi al momento giusto con le persone giuste che tirano fuori il meglio da noi. Se si trasla questo discorso nel calcio e nel nostro campionato, è lampante come uno dei più maturati negli ultimi anni sia Alejandro Dario Gomez.

Confrontare il giocatore arrivato dieci anni fa a Catania con l’attuale capitano dell’Atalanta è una missione impossibile, ma già il Papu di tre stagioni fa sembra un lontano parente di quello che, fascia al braccio, guiderà i suoi nel Mestalla di Valencia nel match, per ora, più importante dell’anno per la Dea. Sia chiaro, fin dalla prima sgroppata palla al piede al Cibali, era chiaro come l’argentino fosse uno destinato a fare strada. La sua velocità di esecuzione, i suoi dribbling, l’abilità di non perdere qualità nonostante i suoi ritmi forsennati hanno fatto capire da subito che fosse lui la gemma di quel Catania, capace di fare ogni anno meglio di quello precedente. Di quella nidiata di talenti, per lo più argentini, arrivata sotto l’Etna, Gomez non era forse quello tecnicamente più dotato (come dimenticare il Pitu Barrientos) ma è stato sicuramente quello capace di ripetersi con più costanza, perché ha saputo migliorarsi, diventando un giocatore diverso, un leader. Oggi il trentaduenne Papu non è più quel funambolo tutto dribbling e sterzate, certo quando è in giornata è ancora imprendibile, ma ha saputo imparare a dominare anche avendo meno la palla tra i piedi e, soprattutto, in zone diverse.

Certe cose non si dimenticano con il tempo

Il merito dell’evoluzione è certamente suo ma una buona mano gliel’ha fornita la sapienza calcistica di Giampiero Gasperini, di cui è diventato sempre più l’arma tattica. Il Gasp gli ha affidato le chiavi della squadra ma lo ha completato come giocatore: non più solo un esterno che, piedi sulla linea laterale, parte per superare il terzino avversario e puntare la porta, ma un vero numero dieci, il regista della squadra. Gomez ha in mano il joystick dell’Atalanta, ne gestisce i ritmi, taglia sempre più spesso verso l’interno, andando sulla trequarti e favorendo i movimenti delle altre due punte e gli inserimenti dei tornanti e dei centrocampisti. Ma non è finita qui. Quando la Dea trova pochi sbocchi, l’argentino si abbassa fino alla metà campo, facendosi dare il pallone dai difensori e agendo per lunghi tratti della partita da vero e proprio regista, liberando spazio per gli incursori nerazzurri. Un giocatore, mille funzioni. La sagacia tattica dell’allenatore torinese e la bravura tecnica del numero dieci costituiscono una variabile impazzita che, di partita in partita, impegna le squadre avversarie che non sanno dove il Papu andrà a posizionarsi. Match interi o porzioni degli stessi giocati da falso nove o da vero e proprio mediano, un ruolo che potrebbe allungargli la carriera, sempre con la massima disponibilità, con il sacrificio e la corsa del gregario. In una squadra che difende andando avanti, prendendo gli avversari fin dalla loro area, l’impegno del Papu ne fa il primo difensore e il primo attaccante, un giocatore in costante movimento, un moto perpetuo per distruggere ma soprattutto creare, attraverso il liberarsi dalle marcature, lo scovare zone vuote e il fornire linee di passaggio ai compagni.

È ovunque (heat map da sofascore.com)

Il Papu innova e si rinnova. In una recente intervista l’argentino ha ammesso un altro suo trucco, riguardo alla posizione che occupa in campo. A El Pais ha infatti rivelato che spesso guarda il posizionamento dell’arbitro e lo sfrutta per ricevere il pallone, quasi andando ad affiancarlo, poiché il direttore di gara, per necessità, è sempre ben smarcato e al centro del gioco e quello è il compito che gli ha dato il Gasp: far girare l’Atalanta, farsi dare palla, cercare la giocata per innalzare il livello tecnico di una squadra che fa di altre virtù la propria forza. Al di là degli schemi e dei codici, l’argentino va a cercare la palla verso cui ha quasi una calamita, un istinto innato; deve averla tra i piedi, anche in zone poco convenzionali per lui tempo fa, per attrarre fuori, confondere gli avversari e liberare spazio ai compagni.

L’arbitro è sempre solo!

Chiedere di fare un lavoro del genere al primo Papu era impensabile. Quello che, corteggiato da molti club italiani ed europei, decise di accettare le lusinghe e i milioni del Metalist, era un giocatore dalle doti fisiche e tecniche notevoli e, forse proprio per quello, più egoista, meno associativo. L’avventura in Ucraina è stata da dimenticare per incompatibilità con l’ambiente e tensioni politiche e il ritorno in Italia, a Bergamo, è valso per l’argentino come una liberazione. Nel 2014 Gomez torna nello scetticismo generale, a soli 26 anni sembra essere già caduto nell’oblio, tutti credono che i suoi anni migliori siano ormai alle spalle ma il Papu ha una maturità nuova, una consapevolezza diversa. Pian piano fa ricredere tutti; la sua Dea chiude quartultima quell’anno, poi la risalita e l’incontro con Gasperini. Lui segna, arrivando anche a quota 16 gol nel 2016/2017, dispensa assist, diventa la stella dell’Atalanta dentro e fuori dal campo. Impazza infatti sui social, usati da lui e dalla sua famiglia, con assiduità e simpatia, è il re dei meme, inventa un ballo “la Papu dance” che sfoggia a ogni rete ma, con il crescere della dimensione della Dea, cresce anche la sua consapevolezza del gioco.

Qui viene a ricevere basso e mette in moto Gosens che propizia la rete di Pasalic

Nell’ultimo anno e mezzo, se possibile, Gomez ha scalato un’ulteriore marcia. L’Atalanta infatti da sorpresa è diventata certezza e ha iniziato a fare sul serio in Italia e in Europa. I meccanismi dei nerazzurri sono diventati sempre più oliati e devastanti per gli avversari e così lo stesso argentino ha un po’ abbandonato il “personaggio Papu”, scanzonato e divertente, per far entrare in scena il “capitano Papu”, l’esempio, quello che molla per ultimo, quello che vola basso nelle dichiarazioni ma che è convinto e determinato sul campo. Il leader di una squadra storica che, contestualmente alla crescita della difficoltà delle sfide da affrontare e della qualità dei compagni al suo fianco, sa anche fare un passo indietro. Arriva il momento di Duvan Zapata e Gomez corre anche per lui per servirgli cross da inzuccare in rete; arriva quello di Ilicic e l’argentino mette lo sloveno nelle condizioni migliori per far esprimere tutto il suo talento. Ne ha fatti segnare tanti il Papu negli anni da atalantino: da Kurtic a Cristante, da Conti a Hateboer, da Gosens a Pasalic, si è perso il conto delle cene che gli assalitori di Gasp hanno dovuto offrirgli. Sempre in doppia cifra per assist in tutte le ultime quattro stagioni, l’argentino è il quarto per numero di assistenze nei 5 maggiori campionati europei dal 2016 a oggi, sedendosi al tavolo di fenomeni come Messi e De Bruyne.

Quello che stupisce di Gomez è proprio la sua straordinaria continuità, la capacità di essere sempre in condizione, di saper preservare e far rendere al meglio un fisico minuto ma ancora in grado di regalare spunti, progressioni e gol stupendi.

Per esempio…

Trasformarsi in un team player dopo una certa età è un compito toccato a molti, ma la disponibilità e l’impegno con cui Gomez si è calato in questo nuovo ruolo sono davvero rimarchevoli. Non stupisce come nelle ultime finestre di mercato molti club siano ritornati a bussare alla porta di Percassi per accaparrarselo. Si è parlato di interesse a più riprese di Inter, Lazio, Atletico Madrid, Fiorentina e Milan e non è un caso che alcuni suoi ex allenatori come Simeone e Montella abbiano provato in tutti i modi a riaverlo ogni volta che potevano, a dimostrazione di come il Papu sia un ragazzo che sa come farsi volere bene, oltre al palese talento calcistico. Un talento che non è sfuggito neanche alla sua Nazionale che, seppur infarcita di talento in quel ruolo, gli ha dato una chance con Sampaoli che l’ha convocato e fatto giocare per quattro volte con l’Albiceleste nel 2017.

Gomez non è mai stato decisivo come ora, il suo impatto è sempre più forte sulle sorti della Dea, nonostante segni meno di altri anni. Il Papu ha ormai acquisito la capacità di essere in controllo della partita, della manovra della sua squadra, sa quando è il momento di attaccare e quando c’è invece bisogno di rifiatare con il pallone tra i piedi. Il suo apporto qualitativo alla squadra non è scemato, si è semplicemente spostato all’indietro di qualche metro, portando enormi profitti all’Atalanta che crea frotte di occasioni da gol ed è con costanza tra i migliori attacchi della A.
Il Papu è cresciuto, per lui non è più tempo di balletti, fasce da capitano eccentriche e scherzi; oggi è alla guida della miglior macchina da calcio degli ultimi anni in Italia, è ormai il simbolo di un’intera città, che ne ha fatto un suo cittadino onorario, e ora vuole prendersi anche l’Europa.


 

Napoletano adottato da Milano, sogno fin da piccolo di fare il giornalista sportivo. O meglio da quando ho capito che di talento per fare il calciatore ne avevo poco. Seguo tanti, troppi sport e dormo in pantaloncini da gioco perché come diceva Rasheed Wallace, "you never know if a game breaks out".