Interventi a gamba tesa

«Fem esport, fem pàtria». Alle origini del catalanismo blaugrana – Finalmente, la democràcia! (Parte 3)

20/05/1992 European Cup Final. Barcelona v Sampdoria.
Pepe Guardiola puts the trophy on his head.

 


«Facciamo sport, facciamo la patria!» Questa frase venne pronunciata da Hans Gamper (1877-1930) – primo giocatore, capitano e presidente del Barcellona – durante la posa della prima pietra del nuovo stadio Les Corts. Cosa significa questa frase? Perché è profondamente legata al motto blaugrana “più che un club”? In questa serie di articoli, Sportellate vi racconta come a Barcellona calcio e politica siano da sempre inestricabilmente legati uno all’altro. 


Il 20 novembre 1975, verso le cinque del mattino, soltanto pochi mattinieri erano svegli e stavano ascoltando la radio o la televisione. Questi furono tra i pochi che, alle 5:25, udirono un messaggio incredibile e che molti attendevano da 39 lunghissimi anni: Francisco Franco era morto, la dittatura era finita! Finalmente si poteva tornare in piazza e gridare “Viva la democrazia!” in castigliano, in catalano, in asturiano, in gallego, in aragonese e persino in basco! Tuttavia, il percorso verso la democrazia sarebbe stato lento, moderato e fondato sul compromesso. La Spagna rimase per tre anni in una situazione di limbo, governata provvisoriamente da due personaggi – Juan Carlos I di Borbone e Carlos Arias Navarro – direttamente nominati da Franco negli anni precedenti, i quali avrebbero dovuto guidare il paese durante la stesura della costituzione democratica, entrata in vigore il 29 dicembre 1978. Il cammino fu lungo e complesso e coinvolse sia i movimenti democratici opposti al regime che la classe politica franchista, riproducendo vecchie tensioni tra centralisti e regionalisti. Questi ultimi, in particolare i Catalani, che si erano già riorganizzati dai primi anni Settanta, riuscirono ad ottenere dell’assemblea il riconoscimento della regione come “nazione storica” all’interno dello stato spagnolo, senza però gli ampi spazi di autonomia politica e amministrativa desiderati.

Certo, la monarchia parlamentare era meglio di una dittatura fascista, ma a Barcellona si chiedeva di più. Quindi, nel 1979, le strade della politica e del Barça si incrociarono il 16 maggio ancora, questa volta a Basilea, quando i blaugrana di Neeskens e Krankl vinsero il primo trofeo europeo della storia del Futbol Club Barcelona, sconfiggendo il Fortuna Düsseldorf 4 a 3 nei tempi supplementari in finale di Coppa delle Coppe. Oltre trentamila barcelonistas si riversarono per le vie della città, in una marea di birra e bandiere giallo-rosse, portando il Barça sul tetto d’Europa e gli occhi di tutta Europa sulla questione catalana e sulle trattative per l’autonomia. Intanto in Plaça de Catalunya e sulle Ramblas più di un milione di persone era scesa in strada per la più grande manifestazione pubblica dopo la morte di Franco, uno strano mix tra un carosello per la vittoria della Coppa e una manifestazione autonomista. L’interconnessione tra calcio e politica era tanto palese e profonda che l’apice dei festeggiamenti si svolse in Plaça de Sant Jaume, il cuore politico della Catalogna. Dal terrazzo del palau de la Generalitat si affacciò Josep Tarradellas, l’uomo simbolo del catalanismo, neoeletto presidente dopo ventitré anni di esilio francese e grande tifoso blaugrana: «il trionfo di Basilea» disse orgogliosamente «non è soltanto una vittoria per il club, ma è una vittoria per l’intera nazione Catalana in un momento critico della sua storia!» Sei mesi dopo, a fine dicembre, l’Estatut de Autonomia fu finalmente approvato.

I tifosi del Barcellona a Basilea (fonte: Mundo Deportivo)

Durante gli anni Ottanta e Novanta, la Catalogna conobbe un periodo di rapida crescita in seguito all’ingresso della Spagna nella Comunità Europea, avvenuto nel 1986. La rapida modernizzazione, legata allo sviluppo delle infrastrutture e di un’economia di servizi, oltre che all’integrazione nel mercato europeo e alla posizione geografica strategica, permise alla città di Barcellona di diventare una meta appetibile tanto per i turisti quanto per gli investitori, tanto che nel 1988 riuscì addirittura ad essere selezionata per ospitare i Giochi Olimpici del 1992. Questi furono un successo assoluto: con un inno cantato da Freddy Mercury, le vittorie di Carl Lewis e il mito del Dream Team di MJ, Larry Bird e Magic Johnson. Inoltre, la Spagna riuscì a vincere più medaglie (26) di quante ne avesse vinte in tutte le edizioni precedenti, sommate! Si registrò un boom sia nel numero degli atleti partecipanti che in quello dei visitatori e la città venne rinnovata da cima a fondo – e in alcuni casi trasformata – vedasi Montjuïc e la Barceloneta.

La spiaggia di Barceloneta prima degli interventi del 1992

Ma come sappiamo, in questa città particolare, spaparanzata tra mare e monti, esiste una magia per cui un fatto politico (sì, ospitare grandi eventi sportivi è un fatto politico!) deve essere accompagnato da un fatto calcistico. Sotto la presidenza di Josep Lluís Núñez, il Barcellona si era avvicinato al rango delle grandi d’Europa, vincendo altre due volte la Coppa delle Coppe (1982, 1989) e una Supercoppa Europea. Proprio nel 1992, un paio di mesi prima dei Giochi, il Barça di Crujiff – questa volta allenatore – vince la sua prima Coppa dei Campioni, battendo la Sampdoria uno a zero, a Wembley, con gol – guardacaso – di un olandese, Ronald Koeman, al minuto centododici. Con questa vittoria, il Barcellona fu accettato definitivamente tra “le grandi” e avviò il processo sportivo e imprenditoriale che la porterà a dominare per lunghi tratti il calcio degli anni duemila.

Un giovanissimo Guardiola solleva la Coppa dei Campioni 1992 (fonte: Arxiu La Vanguardia)

Il regno barcelonista di Josep Lluís Núñez, che durò dal 1978 al 2000, corrispose al regno politico di Jordi Pujol i Soley, presidente della Generalitat de Catalunya dal 1980 al 2003. Per questi vent’anni, Núñez e Pujol combatterono una guerra sotterranea riguardante lo status del Barcellona. Mentre Pujol vedeva il club come un’emanazione della società, e della politica catalana – d’altra parte importanti dirigenti blaugrana come Rosell e Montal erano membri fondatori del suo partito, Convergéncia Democrática de Catalunya – e faceva di tutto per legarne il nome e i colori al catalanismo, il presidente Núñez non amava le interferenze, specialmente da parte di uomini più potenti di lui e cercò sempre di mantenere la propria autonomia e di separare per quanto possibile sport e politica.

Il Barcellona e la politica catalana tornarono a dialogare intensamente solo nel 2003, con l’elezione a presidente di Joan Laporta, molto vicino a Crujiff e Rosell e storico avversario di Núñez. In seguito alle dimissioni di quest’ultimo, era diventato presidente Joan Gaspart, membro del Partido Popular (principale partito di destra spagnolo, apertamente anti-Catalanista, in cui erano confluiti gran parte dei gerarchi franchisti, tra i quali lo stesso Arias Navarro). Dopo un ventennio di neutralità ed un triennio del genere, Laporta diede una forte scossa decidendo di prendere posizioni forti e spesso controverse in favore della causa catalanista. Ad esempio, il suo primo atto ufficiale fu una circolare in cui si chiedeva a tutti i membri del club di usare il catalano o l’inglese nelle comunicazioni ufficiali, sia scritte che verbali. Molti dei suoi collaboratori più stretti erano attivi in movimenti e partiti catalanisti e la dirigenza blaugrana non si faceva alcuna remora nell’esprimere le proprie opinioni in merito persino nei discorsi ufficiali: «il Club – dichiarò Laporta nel 2007 – continuerà ad essere uno strumento per la diffusione della cultura catalana.» Durante il suo mandato la maglia da gioco venne decorata con una piccola Senyera sulla parte posteriore e la società cominciò a promuovere iniziative catalaniste dentro e fuori dal Camp Nou.

Laporta e Messi festeggiando la vittoria della Liga del 2010 (fonte: Archivo Marca)

Nel 2009 Laporta partecipò in via ufficiale alla Diada, la giornata nazionale della Catalogna, e nel suo discorso sottolineò l’importanza simbolica e identitaria della rivalità con il Real. Ma Joan Laporta non era stato eletto soltanto per fare politica e, di fatti, non si limitò a questo. Egli portò il Barcellona ad un livello mai conosciuto prima. Sotto la sua presidenza, il Barça vinse ogni possibile competizione (quattro volte la Liga, una Coppa del Re, tre volte la Supercoppa di Spagna, tre volte la Champions League, due la Supercoppa UEFA e due la Coppa del mondo per club) rompendo ogni record e trasformandosi in una delle squadre più popolari al mondo. Incredibilmente, riuscì a farlo partendo da una solida base di grandi campioni nati in Catalogna (Victor Valdés, Carles Puyol, Gerard Piqué, Xavi Hernández, Bojan Krkić, Thiago Alcantara e Sergio Busquets) o cresciuti lì fin dall’adolescenza (Lionel Messi, Andrés Iniesta, Pedro Rodriguez). In questa squadra comunque, persino i calciatori stranieri erano obbligati a imparare il catalano, seguendo la regola introdotta da Gamper nel 1899.

In sette anni di presidenza, Laporta era riuscito a raggiungere vette nemmeno immaginabili una poco più di una decina di anni prima ed era riuscito a farlo mantenendo saldamente fede ai dettami di Hans Gamper, a quel marchio che un imprenditore svizzero innamorato di Barcellona aveva impresso per sempre sulla maglia blaugrana: «Fem esport, fem pàtria!», e si era persino spinto oltre, facendo del Barça il simbolo catalanista più famoso al mondo. Il Barça non era più soltanto un megafono, si era trasformato nel corpo diplomatico che l’inesistente governo catalano non può avere. In questi anni la squadra si è prestata a tournées mondiali, ha visitato capi di stato e promosso attivamente il catalanismo in tutto il globo.

Joan Laporta rinunciò al ruolo di presidente nel 2010 e si buttò in politica, fondando il partito nazionalista Democràcia Catalana, candidandosi alle elezioni regionali senza grandi successi. A lui seguì il suo delfino Sandro Rosell, il quale continuò sul cammino intrapreso rendendo il Barcellona «una pubblicità della Catalogna che corre e da calci a un pallone». Per esempio, concesse gratuitamente l’utilizzo del Camp Nou per ospitare il Concerto per la Libertà, una manifestazione organizzata per chiamare a raccolta il popolo catalano in vista del referendum consultivo sull’indipendenza dalla Spagna. Nello stesso anno, commentando la Diada, affermò che «il club difenderà sempre le sue radici catalane e difenderà il diritto di autodeterminazione del popolo catalano!» Meno di un mese al Camp Nou andò in scena un clasico molto teso, che si aprì con l’esposizione di una Estrelada – la versione indipendentista della Senyera – a ricoprire un’intero settore dello stadio e con l’assordante urlo «Independencia!» al minuto diciassette e quattordici secondi, a ricordare il 1714, data della perdita definitiva dell’indipendenza da parte della Catalogna. Nella settimana precedente alla partita, le tensioni erano state esasperate dai due allenatori, José Mourinho e Pep Guardiola, i quali si erano scambiati una lunga serie di frecciate che erano andate a toccare anche il tema dell’indipendenza, su cui Guardiola si espresse con queste parole: «Il mio paese è la Catalogna e la Catalogna non è Spagna… e io ho giocato con la nazionale spagnola solo perché quella catalana non aveva diritto a partecipare alle competizioni internazionali.»

L’accoglienza dei tifosi blaugrana nel clasico 2012 (fonte: Archivo Marca)

Guardiola lasciò Barcellona nel 2012 per spostarsi prima in Germania, al Bayern Monaco, poi in Inghilterra, al Manchester City. Ciononostante, Pep resta attualmente uno dei più visibili e influenti ambasciatori del catalanismo nel mondo, un perfetto esempio della nuova visione politica del Barcellona, del mutamento che questa avuto nel corso dell’ultimo secolo e dell’evoluzione del suo rapporto con i tifosi, la società e le istituzioni catalane. I nuovi tifosi, nati dopo la caduta di Franco, non hanno certamente lo stesso rapporto con il Barça che potevano avere i loro genitori o i loro nonni. Il Barça non è più la maschera da utilizzare per poter esprimere il dissenso verso una dittatura, ma uno strumento di promozione internazionale della cultura locale e delle sue istanze politiche. Questo nuovo senso di identità rispecchia tanto la situazione del club quanto quella della società catalana nel suo complesso. Barcellona è una città internazionale, alla moda, la terza meta turistica in Europa e un hub tecnologico in rapida crescita ed il Barcellona Futbol Club ne è perfetto ambasciatore, il più potente strumento di soft power di un movimento indipendentista moderno ed europeo, certamente più influente di qualsiasi intellettuale, politico o diplomatico catalano. Il Barcellona è la società sportiva con il maggior numero di followers sui social media (oltre 260 milioni nel 2019) e con il maggior traffico sul proprio sito web, e da tutti questi canali diffonde sistematicamente il messaggio catalanista in tutto il mondo.

Il sociologo catalano Joan Barceló ha riassunto perfettamente il grande cambiamento che ha attraversato la storia della relazione tra il Barcellona, il popolo catalano e la politica spagnola: «Per i giovani catalani il Barça non è più un simbolo contro la repressione, per la libertà. Per loro il club è simbolo della catalanità, anche se sono perfettamente coscienti di cosa la squadra ha significato per i loro nonni, durante la dittatura. In ogni caso, è chiaro che la sua rilevanza politica come simbolo del catalanismo ha resistito attraverso svariate generazioni ma che, come accade quando si gioca al telefono senza fili, la narrazione attuale, pur derivandone, differisce dall’originale».


 

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.