Interventi a gamba tesa

Tutti odiano l’Hoffenheim (e forse hanno ragione)


Ovvero perché da più di un decennio le tifoserie di tutta la Germania combattono contro Dietmar Hopp per difendere un modello virtuoso di intendere il calcio.


Sabato pomeriggio alla Prozero Arena di Sinsheim si giocava Hoffenheim – Bayern Monaco, una partita forse poco interessante (l’Hoffenheim è sostanzialmente fuori da ogni speranza di qualificazione europea) e certamente poco equilibrata (il Bayern ha vinto con una goleada, dimostrandosi una delle squadre più in forma in vista dei prossimi turni di Champions Leaugue) ma che ha regalato uno strano spettacolo capace di attirare l’attenzione mondiale su questa cittadina del Baden-Wuttenberg: la partita viene sospesa una prima volta al sessantottesimo ed una seconda volta al settantasettesimo minuto, sul risultato di 0-6 per i bavaresi, per uno striscione esposto dai tifosi ospiti e ritenuto offensivo nei confronti del presidente dell’Hoffenheim Dietmar Hopp: «Come al solito la DFB [Deutscher Fußball-Bund, la Federcalcio tedesca] non mantiene la parola, Hopp resta un figlio di puttana».

“Alles beim alten, der DFB bricht sein Wort, Hopp bleibt ein Hurensohn!

A quel punto, Rumenigge si scusa e abbraccia Hopp in tribuna, mentre Flick e i giocatori del Bayern, seguiti da dirigenti quali Salihamidzic, Kahn e dallo stesso Rumenigge si recano imbufaliti sotto il settore ospiti, chiedendo ai propri tifosi di smetterla. Da questo momento in poi la situazione si fa surreale: i calciatori prima abbandonano il campo di gioco e si nascondono nel tunnel, poi rientrano in campo e danno luogo dieci minuti simili a uno sciopero bianco, durante i quali non fanno altro che passarsi la palla a centrocampo aspettando il fischio finale.

Nonostante la netta presa di distanza da parte della società bavarese, i supporters biancorossi non sono soli nella loro lotta: domenica pomeriggio striscioni e cori di solidarietà verso i bavaresi e di insulto nei confronti del presidente dell’Hoffenheim sono apparsi durante Union Berlino – Wolfsburg e Colonia – Schalke 04. In realtà, anche l’iniziativa di Schickeria e Red Fanatics (i due principali gruppi organizzati del Bayern) nasce come moto di solidarietà verso i rivali del Borussia Dortmund, banditi per tre anni dalla Prozero Arena proprio a causa di una simile contestazione. Allo stesso modo, Dietmar Hopp non è il solo bersaglio delle proteste: al RB Lipsia tocca una sorte anche peggiore, con le tifoserie di tutto il paese coinvolte nella campagna Scheiß RB Leipzig (letteralmente, RB Lipsia merda) con tanto di canzoni, gadget e pagine Facebook dedicate.

Tralasciando commenti e giudizi su argomenti che meritano uno spazio di discussione a sé stante, ad esempio su quali siano i limiti della libertà di espressione all’interno degli stadi o su cosa sia giudicabile offensivo o persino lesivo, restano comunque in ballo molte domande fondamentali sull’accaduto: chi è Hopp? Perché viene contestato dalle tifoserie di tutta la Germania? Perché la DFB viene accusata di “non mantenere la parola”? Per rispondere a queste domande è necessaria un’introduzione al peculiare modello di business della Bundesliga.

Nonostante un appeal mediatico inferiore ad altri campionati – certamente Premier League e Liga, probabilmente Serie A – negli ultimi due decenni il calcio tedesco gode di ottima salute tanto dal punto di vista sportivo quanto da quello economico. Questo successo è dovuto a svariati fattori, tra i quali il grande rinnovamento delle politiche di scouting, lo spazio dato a giovani allenatori con proposte di gioco efficaci e spettacolari allo stesso tempo, la ristrutturazione delle strutture in occasione del beneamato (da noi) mondiale del 2006. Ma un’altra eccellenza della Bundes e delle serie cadette è la peculiare fankultur, la cultura del tifoso: la Germania ha la più alta media spettatori nei grandi campionati europei (42’000 tifosi per partita, contro i 38’000 della Premier e i 27’000 della Serie A) e mantiene prezzi estremamente bassi (i biglietti per l’attesissimo derby Borussia – Schalke partono da 17,70€!) nonostante la logica di mercato permetterebbe di venderli anche a dieci volte questo prezzo, come accade in Inghilterra.

9 tra le 30 squadre con la media spettatori più alta in Europa sono tedesche e tre di queste giocano in seconda divisione (Stoccarda, Amburgo e Hannover 96)

Germania presenze tifosi

Questa fankultur è allo stesso tempo causa e conseguenza della “regola del 50+1”, introdotta nel 1998. Storicamente le squadre tedesche erano gestite come no-profit controllate da associazioni di membri. Il cosiddetto “50+1” fu quindi un’apertura agli investitori privati, che però mantenne saldo il principio secondo cui la maggioranza del club doveva restare in mano alle associazioni di tifosi. “Lo spettatore tedesco ha tradizionalmente stretti legami con il suo club” dichiarava l’AD del Borussia Dortmund Watzke nel 2016, “e se ha la sensazione di non essere più considerato un fan ma solo un cliente, avremmo un problema”. In breve, il “50+1” garantisce la maggioranza dei voti nel CdA ai tifosi, rendendoli attivamente partecipi della sorte della propria squadra. Quindi, secondo le regole della DFL introdotte nel 1998 e riconfermate nel 2008 e nel 2018 dalla grande maggioranza dei club, le società calcistiche non possono iscriversi alla Bundesliga se gli investitori commerciali privati detengono più del 49% delle azioni. In alcuni casi il 50+1 è portato agli estremi: ben cinque squadre della massima categoria (Schalke 04, Magonza, Fortuna Düsseldorf, Friburgo e Union Berlino) appartengono al 100% ai tifosi. All’estero molti sono convinti che questa regola possa essere limitante e che la mancanza di grandi iniezioni di denaro da parte di proprietari-magnati possa rendere le squadre tedesche meno competitive su scala continentale. Tuttavia, basta dare un’occhiata al percorso del Bayern – posseduto per il 75% da associazioni di tifosi – per ricredersi. Dal 1998 la bacheca si è arricchita di due Champions League (2001 e 2013), una Supercoppa Europea (2013) e due Mondiali per Club (2001 e 2013), alle quali si aggiungono due finali perse e cinque eliminazioni in semifinale. Soltanto Real Madrid e Barcellona hanno fatto meglio e anch’esse sono squadre controllate da associazioni di tifosi.

Dopo questo lungo preambolo, arriviamo all’Hoffenheim e al suo proprietario. Dietmar Hopp è un imprenditore nel campo informatico-gestionale, co-fondatore della SAP (System, Applications, Products), la più importante azienda tedesca quotata in borsa. Con un patrimonio stimato di tredici miliardi di euro è considerato tra le dieci persone più ricche della Germania. Nel 1999, Hopp decide di vendere gran parte quote aziendali, creare una fondazione di beneficenza e, contemporaneamente, acquistare una squadra di quartiere della cittadina di Sinsheim, l’Hoffenheim 1899 FC, nella quale aveva militato da ragazzo. Investendo enormi somme – tra cui cento milioni per la costruzione del nuovo stadio – riesce a portare l’Hoffenheim dalla sesta divisione alla Bundesliga in solo nove anni, fino ad arrivare alle storiche qualificazioni all’Europa League nel 2016-2017 e alla Champions League l’anno successivo. Fino a qui, tutto sembra una splendida favola: la piccola squadra di quartiere che, grazie ad un imprenditore-tifoso illuminato, si fa strada tra i grandi del calcio.

Il nuovo stadio di Siesnheim può ospitare quasi l’intera città al suo interno.

Prozero

Ma c’è un ma. È chiaro che il suo modus operandi non rispetta in alcun modo la regola del 50+1 valida per tutti gli altri club (con l’eccezione di Bayer Leverkusen e Wolfsburg alle quali, essendo nate come squadre aziendali, è stato concesso di mantenere tale assetto grazie ad una regola ad hoc: concedere la maggioranza delle azioni ad un solo socio nel caso abbia investito ingenti somme nel club per oltre vent’anni). Dunque come è possibile che l’Hoffenheim – ma anche il Lipsia – continui a militare in Bundesliga in barba alle leggi? Questo è quello che si domandano i tifosi di tutte le altre squadre e proprio questa è la causa delle continue contestazioni, insulti e minacce verso Hopp e verso la DFB. Dal 2008, anno di promozione dell’Hoffenheim in Bundesliga, la Federcalcio tedesca ha promesso di prendere provvedimenti (ricordate cosa recitava lo striscione dei tifosi del Bayern?) ma, anziché agire, ha offerto deroghe annuali a Hopp. Poi nel 2014, è arrivato la beffa definitiva: all’Hoffenheim viene applicata l’eccezione concessa nel 1998 a Bayer Leverkusen e Wolfsburg. “Cruciale nella valutazione della richiesta dell’Hoffenheim è che per più di 20 anni Dietmar Hopp ha fornito un considerevole sostegno finanziario sia per le squadre professionistiche che per quelle amatoriali del club”, si legge in un comunicato della DFL all’epoca.

In sostanza, per anni e anni la Federazione ha chiuso entrambi gli occhi, permettendo a Hopp e alla sua squadra una corsia preferenziale rispetto ai competitors e, soprattutto, creando un precedente sinistro. Se domani un emiro decidesse di comprarsi una squadra tedesca, perché mai non avrebbe diritto allo stesso trattamento? Insomma, i tifosi del Bayern, insieme a quelli di praticamente ogni altra squadra, sostengono che questo comportamento sia volto a rompere il circolo virtuoso dell’azionariato popolare e a limitare il potere dei tifosi nella gestione dei club, peculiare tradizione e grande privilegio a cui sembrano non avere alcuna intenzione di rinunciare.


 

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.