Interventi a gamba tesa

«Fem esport, fem pàtria». Alle origini del catalanismo blaugrana – Il Barça sotto il franchismo (Parte 2)


«Facciamo sport, facciamo la patria!» Questa frase venne pronunciata da Hans Gamper (1877-1930) – primo giocatore, capitano e presidente del Barcellona – durante la posa della prima pietra del nuovo stadio Les Corts. Cosa significa questa frase? Perché è profondamente legata al motto blaugrana “più che un club”? In questa serie di articoli, Sportellate vi racconta come a Barcellona calcio e politica siano da sempre inestricabilmente legati uno all’altro. 


Il 1930 fu un anno di grandi capovolgimenti e nuove speranze per i repubblicani spagnoli. Il 30 gennaio, cinque anni dopo i fatti de Les Corts e pochi mesi prima del tragico suicidio di Hans Gamper (di cui vi avevamo raccontato nel primo episodio di questa serie di articoli), avendo perso il sostegno delle parti sociali e del re stesso in seguito alla crisi economica del 1929, il generale Primo de Rivera rassegnò le dimissioni e mise fine a sette anni di dittatura militare. L’anno seguente, in seguito alla vittoria repubblicana nelle elezioni municipali, anche re Alfonso XIII si autosospese e fuggì in esilio. Era nata la Seconda Repubblica Spagnola, un grande progetto democratico che si spense soltanto otto anni più tardi schiacciato dagli stivali dei falangisti. In questo biennio di transizione, il Futbol Club Barcelona scese in campo sostenendo direttamente e pubblicamente le proposte di riforma federalista e finanziando la campagna per la stesura dello Statuto di Autonomia per la Catalogna, che venne ufficialmente approvato nel 1931 ma nuovamente ritirato cinque anni più tardi, in seguito alla proclamazione di indipendenza presentata dal governo regionale autonomo nel 1934. Nel 1936 si tennero nuove elezioni nazionali che, tuttavia, furono le ultime per oltre quarant’anni: in seguito alla netta vittoria del Fronte Popolare – una grande coalizione di stampo marxista – gli alti gradi dell’esercito guidati dal generalísimo Francisco Franco tentarono un colpo di stato, trascinando il paese in una tremenda guerra civile che durerà fino al gennaio 1939. Il conflitto devastò trasversalmente tutta la Spagna, ma fu particolarmente violento in Catalogna, roccaforte federalista e anarco-sindacalista.

Il Barcellona 1936-1937 (fonte: Blog de Carles Viñas)

Barcellona e Girona furono le ultime due città a cadere sotto i colpi dei nazionalisti ed il Barça pagò il suo attivismo politico con il sangue di migliaia dei propri tifosi, di alcuni calciatori e persino del presidente Josep Sunyol, deputato di Esquerra Republicana de Catalunya, arrestato e fucilato senza processo dai falangisti nell’agosto 1936. Fu proprio in seguito all’assassinio di Sunyol che il segretario del club Rosendo Calvet mise a punto un piano per salvare il Futbol Club Barcelona dagli attacchi del generale Franco. Calvet, con l’aiuto di impresari statunitensi, riuscì ad organizzare una tournée in Messico e negli USA che permise da un lato di mettere in salvo molti dei calciatori – alcuni dei quali scelsero di restare definitivamente in America – e dall’altro di guadagnare l’enorme somma di 15’000 dollari, depositata in Svizzera e così protetta dalle requisizioni forzate, che permise di evitare il fallimento della società.

Una volta terminata la guerra, la situazione dei blaugrana si fece ovviamente critica. Le prese di posizione repubblicane e federaliste del club erano state chiare e coerenti durante tutto il ventennio precedente, ed erano ritenute pericolose ed inaccettabili per il nuovo regime. Il 4 aprile 1939 il più importante settimanale sportivo spagnolo, Marca, chiudeva un lungo articolo una sottile minaccia verso i blaugrana: “Al Barcellona F.C. come società sportiva, va la nostra ammirazione. Ma come incubatore di idee lontane dal modo di essere e dai sentimenti di ogni buon spagnolo, il disprezzo e la giustizia di Franco”. Lo stesso giornale, pochi giorni prima, presagiva addirittura la scomparsa del Barça: “Del Barcellona non si sa nulla. Anche se non ci sarebbe nulla di sorprendente se cambiassero i colori della maglia, e se cambiasse persino il suo stemma. Prevale l’idea che anziché Barcellona, prenda il nome di España.”

Per fortuna non vennero mai prese misure tanto radicali. Ciononostante, il Barcellona fu coinvolto nella vasta operazione di centralizzazione e omogeneizzazione nazionale imposta da Francisco Franco. L’uso delle lingue e dei simboli regionali fu proibito, così come le istituzioni autonome ed i corsi universitari che facevano in qualche modo riferimento a specificità regionali o alla cultura locale. Nel 1940 il Barcellona fu costretto ad eliminare la Senyera – la bandiera catalana – dal proprio stemma, sostituendola con quella spagnola. Il nome della società mutò dal catalano Futbol Club Barcelona al castigliano Barcelona Club de Fútbol e la presidenza fu assegnata arbitrariamente dal Ministro dello sport a Enrique Piñeyro y de Queralt Marqués de la Mesa de Asta, due nobili e militari molto vicini a Franco. Può sembrare strano che, nonostante le minacce, club con un forte senso di appartenenza regionale quali il Barcellona o l’Athletic Bilbao non venissero semplicemente dismesse, ma anche questa mossa rientrava nel piano del nuovo regime. Come fa notare lo storico inglese John Hargreaves, l’intenzione era di “trasformare gli stadi in una sorta di chiese nazionaliste, dove la Spagna ed i suoi valori potessero essere celebrati attraverso la propaganda, i rituali e i simboli del nazionalismo spagnolo”.

1957: l’inaugurazione del Camp Nou (fonte: Archivo Marca)

Però, a dispetto del grande sforzo repressivo, Franco non riuscì mai ad eradicare nazionalismo catalano, men che meno dal cuore dei barcelonistas. Ancora una volta, il Barça si trasformava in un simbolo di opposizione sotterranea e lo stadio de Les Corts nell’unico luogo in cui i catalani potevano parlare pubblicamente la propria lingua ed esporre i propri simboli identitari senza correre grossi rischi. Fu in questo periodo che in Catalogna il Barcellona divenne l’unica istituzione capace di riempire il vuoto lasciato dall’assenza di rappresentazione politica, trasformando il tifo per una squadra di calcio in una vera e propria forma di opposizione al regime, rappresentato a livello locale dall’Espanyol e a livello nazionale dalle due squadre di Madrid.

Le tensioni, il dissenso e l’opposizione al regime allo stadio (che nel frattempo, dal 1957, era diventato il Camp Nou) rimasero comunque sotterranei per una trentina d’anni, finché la dittatura di Franco non allentò leggermente le proprie maglie. Ma, come già nel 1925, anche nel 1970 lo stadio del Barça divenne teatro di una delle prime proteste di massa contro il regime. Nei due decenni precedenti, Real e Atletico Madrid avevano dominato la Primera División, accaparrandosi ben 16 campionati su 20, non senza polemiche legate a presunti aiuti economici ed arbitrali gentilmente offerti dalla federazione. Nel giro di una settimana, tra maggio e giugno, Barcellona e Real Madrid si sfidarono in un doppio incontro per i quarti di finale di Copa del Generalísimo (l’odierna Copa del Rey). All’andata, giocata al Bernabeu, il Real si impose con un 2-0 molto discusso. Nella partita di ritorno, sull’1-0 per il Barcellona, l’arbitro Emilio Guruceta fischiò un rigore palesemente irregolare in favore dei blancos che sancì l’1-1 ed il passaggio dei madrileni in semifinale. Già durante la partita i tifosi blaugrana, in preda alla frustrazione, cominciarono a divellere i seggiolini e a lanciarli in campo. Al triplice fischio, la rabbia del pubblico di casa esplose come non accadeva da decenni: migliaia di persone scavalcarono le recinzioni, entrarono sul campo di gioco e si scontrarono con la polizia per decine di minuti. Anche se ai nostri occhi il cosiddetto “caso Guruceta” può sembrare un qualunque di violenza negli stadi, gli scontri del 6 giugno 1970 ebbero conseguenze fondamentali. Innanzitutto, la partita in sé fu eletta a simbolo dell’oppressione politica che colpiva i catalani persino in ambito sportivo. Inoltre, il Barcelona Club de Futból si impegnò nella difesa pubblica dei propri tifosi davanti allo stato e alla federazione, primo grande passo verso la trasformazione del club in un’istituzione pubblicamente catalanista e di opposizione al regime.

L’invasione di campo nel clasico del “caso Guruceta” (fonte: Mundo Deportivo)

Dunque, dall’estate 1970 il barcelonismo politico riprese tutto il suo vigore. La nuova dirigenza, guidata dal presidente Agustí Montal e da collaboratori quali Jaume Rosell, Armand Caraben e Joan Granados, era direttamente coinvolta nella ricostruzione dei partiti catalanisti, in particolare nel movimento socialdemocratico Convergencia Democratica de Catalunya. In quello stesso anno il bollettino ufficiale del Barcellona, distribuito gratuitamente al Camp Nou, tornò ad essere pubblicato – illegalmente – in catalano, per la prima volta dal 1939. Nel biennio successivo il club sostenne finanziariamente e promosse attivamente la campagna Català a la escola, che spingeva per la reintroduzione dell’istruzione in lingua catalana. Nella stagione ’72-’73 si cominciò ad utilizzare il catalano anche per gli annunci ufficiali all’interno dello stadio e a decorare le tribune con bandiere catalane, in barba ai divieti del regime.

Un’altra battaglia fondamentale combattuta dalla dirigenza blaugrana fu quella per la libertà di ingaggiare calciatori stranieri. Dal 1953, Franco aveva imposto l’obbligo di tesserare soltanto giocatori con nazionalità spagnola e, anche se molti club raggiravano la limitazione con fantasiose naturalizzazioni, questa regola era un pesante handicap, specialmente nelle competizioni europee. Ma soprattutto, tutto ciò andava contro i valori fondanti del Barcellona, nato sotto la stella del cosmopolitismo. Alla fine la pressione esercitata sulla federazione fu efficace e dal 26 maggio 1973 ogni squadra avrebbe potuto ingaggiare un massimo di due stranieri. Questo cambiamento cambiò per sempre la storia del Barça, che soltanto un mese più tardi mise sotto contratto quello che all’epoca era il più forte calciatore al mondo, il quale segnerà per sempre le sorti del Barcellona e del calcio mondiale: Hendrik Johannes Cruijff, detto Johan. La più grande soddisfazione fu che Cruyff scelse esplicitamente Barcellona, rifiutando l’offerta del più blasonato Real Madrid. Guidati dal nuovo fenomeno olandese, i blaugrana tornarono a vincere la Liga dopo quattordici anni di astinenza.

Sebbene i cambiamenti avvenuti, anche grande alla pressione effettuata dal Barcellona, tra il 1973 ed il 1975 segnarono una svolta profonda nel panorama calcistico iberico, questo biennio fu caratterizzato da avvenimenti ben più rilevanti nel campo della politica nazionale. Certamente i risultati sportivi ebbero un forte impatto sulla percezione pubblica della politica e del ruolo di Francisco Franco, il quale, ormai ottantenne e malato, sembrava perdere mordente, ed il Barcellona, con una straordinaria sensibilità politica, ne approfittava, iniziando a sfidare apertamente il regime, reclamando diritti e libertà per sé, per i propri tifosi e per tutte le altre squadre. Ma lo stesso Franco, dittatore brutale ma non stupido, si rendeva conto della situazione: il morbo di Parkison peggiorava lentamente ma in maniera costante e lui decise di preparare la successione. Dopo aver scelto come suo erede per il ruolo di capo dello stato un monarca cattolico, Juan Carlos I di Borbone, il caudillo lasciò invece la carica di Presidente del gobierno all’ammiraglio Luis Carrero Blanco e fece un passo indietro dalla politica attiva. Colto in segnale, l’anno successivo la dirigenza del Barcellona osò un altro passo avanti e stabilì il catalano quale lingua ufficiale nelle comunicazioni della società, mossa a cui né il governo né la federazione risposero.

Cruijff mentre firma il contratto con il Barcellona (fonte: Archivo Marca)

Ma ad alzare l’asticella della sfida al regime non furono solo le società sportive: i vari gruppi di resistenza armata presenti sul territorio spagnolo, in particolare il gruppo terrorista basco Euskadi Ta Askatasuna (più noto con l’acronimo ETA) compresero che si trattava del momento più adatto per dare la spallata definitiva al governo falangista e decisero di colpire il più in alto possibile: «a este hijo de puta [Carrer Blanco] es mejor matarlo», sentenziò Iñaki Pérez Beotegui. Così il 20 dicembre 1973, sei mesi dopo la sua nomina, un attentato dinamitardo organizzato dall’ETA conosciuto come Operazione Orco, uccise Luis Carrero Blanco, ammiraglio e presidente del governo spagnolo. Al suo posto, Franco nominò il ben poco carismatico Carlos Arias Navarro, che non volle (o non seppe) opporsi alla transizione verso la democrazia. Nel frattempo, le condizioni del generalísimo continuavano a peggiorare ed il 20 novembre 1975 Francisco Franco morì. Il regime franchista si era ufficialmente concluso e da quel giorno sarebbe iniziato un triennio di limbo istituzionale, la transición, che avrebbe portato la Spagna a diventare la monarchia costituzionale che conosciamo oggi. Ovviamente la questione catalana proseguiva, finalmente libera di esprimere le proprie istanze e farlo nella propria lingua. Con essa, proseguiva l’impegno politico del Futbol Club Barcelona.


 

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.