Interventi a gamba tesa

«Fem esport, fem pàtria». Alle origini del catalanismo blaugrana – L’era Gamper (Parte 1)


«Facciamo sport, facciamo la patria!» Questa frase venne pronunciata da Hans Gamper (1877-1930) – primo giocatore, capitano e presidente del Barcellona – durante la posa della prima pietra del nuovo stadio Les Corts. Cosa significa questa frase? Perché è profondamente legata al motto blaugrana “più che un club”? In questa serie di articoli, Sportellate vi racconta come a Barcellona calcio e politica siano da sempre inestricabilmente legati uno all’altro. 


In un fresco e umido ottobre di 120 anni fa, un giovane imprenditore svizzero pubblica un annuncio curioso: cerca altri dieci uomini, appassionati di “Foot-Vall”, per formare una squadra e organizzare qualche partitella. Il messaggio si trova nelle pagine finali di Los Deportes, rivista illustrata spagnola che si occupa di automobilismo, ciclismo, scherma, aviazione e che, occasionalmente, dedica qualche colonna anche agli sport minori, quali il futbol. Il nome del giovane imprenditore è Hans Gamper e il suo annuncio ottiene un successo a dir poco insperato. Innanzitutto, trova immediatamente dieci compagni di gioco e la compagine esordisce poche settimane dopo, il 29 novembre, sul campo del ginnasio Solé. Ma il successo più importante è quello a lungo termine: la sua squadra diventerà, nel corso dei decenni successivi, un brand famoso in tutto il mondo, con un valore superiore al miliardo di Euro. La bacheca strariperà di trofei nazionali ed internazionali e i suoi colori saranno sostenuti da tifosi sparsi su tutti i cinque continenti.

La stessa società, esattamente a 120 anni di distanza da quel fatidico annuncio su Los Deportes, pubblica un nuovo comunicato: «oggi più che mai, il Club chiede a tutti i responsabili politici di guidare un processo di dialogo e negoziazione verso la risoluzione questo conflitto, un processo che dovrà permettere la liberazione dei leader civici e politici condannati.» Ovviamente la squadra in questione è il Futbol Club Barcelona: non una semplice squadra di calcio ma mès que un club.

L’annuncio pubblicato da Gamper nell’ottobre 1899 (fonte: Arxiu Revistas Catalanes Antiguas)

Negli ultimi due anni, da quando la questione dell’indipendenza catalana è esplosa in tutte le sue contraddizioni a seguito al referendum del 1° ottobre 2017 ed ha riempito le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo, molti hanno risollevato le buone e vecchie discussioni riguardo il rapporto tra sport e politica. In particolare, il Barcellona, alcuni suoi tesserati e l’ex più ingombrante, Pep Guardiola, sono stati criticati per le loro prese di posizione a favore del referendum, contro la repressione violenta perpetrata da Policia Nacional e Guardia Civil e in sostegno ai politici e agli attivisti arrestati. Da un lato c’è chi sostiene che le società sportive – e a volte persino gli atleti nel loro privato! – dovrebbero restare completamente al di fuori del dibattito pubblico su temi che esulino dallo sport (tra le capofila di questa fazione, almeno in teoria, ci sono FIFA e UEFA), mentre dal lato opposto c’è chi vorrebbe un maggior coinvolgimento da parte degli atleti, data la loro straordinaria visibilità e la conseguente capacità di influenzare mercati da miliardi di dollari e punti di vista di miliardi di appassionati. Per onestà intellettuale, metterò subito in chiaro come la penso su questo tema: il personale è politico e, tanto le società quanto i singoli sportivi, hanno pieno diritto di esporre liberamente e pubblicamente le proprie opinioni su qualsiasi argomento possibile e immaginabile, essendo cittadini come tutti gli altri. Ma, attenzione, è un loro diritto e non deve essere considerato un dovere. Inoltre, come sottolineato in due interessantissimi articoli pubblicati su Gli Stati Generali e Ultimo Uomo, il voler forzatamente escludere la politica dal calcio non fa altro che creare spinosi gineprai di contraddizioni da cui è difficile districarsi.

Questo è però ciò che molti vorrebbero imporre al Barcellona: un distaccato e ipocrita silenzio in merito a ciò di cui tutta la città, tutta la Catalogna, tutta la Spagna e gran parte dell’Europa stanno discutendo animatamente. Secondo alcuni, il Barcellona, la sua dirigenza ed i suoi giocatori dovrebbero semplicemente far finta di niente. Tuttavia, pretendere un distacco della società blaugrana dalla vita politica catalana significherebbe non soltanto voler cancellare con un colpo di spugna la storia del Barcellona e del suo legame con la Catalogna, ma voler negare la sua identità più profonda che, fin dal giorno della sua fondazione, è fortemente orientata alla politica, intesa come difesa e promozione di precisi valori sportivi e soprattutto sociali: questi valori non vengono nascosti o celati, ma orgogliosamente esposti persino nel sito ufficiale della società, dove viene dichiarato apertamente che il Futbol Club Barcelona sostiene la democrazia, promuove il cambiamento sociale e rivendica le proprie radici catalane.

Per avere più chiaro come calcio e politica siano due temi legati a doppio filo nelle vicende della Ciutat Comtal, è quindi necessario comprenderne le radici storiche profonde, facendo luce sul primo trentennio di storia barcelonista, sulla storia del suo fondatore Hans Gamper e su come quest’uomo, amante dello sport e della democrazia, abbia voluto plasmare la sua società intorno al fermento politico catalanista e repubblicano che permeava la Catalogna di inizio Novecento.

Casa Amatller e Casa Battlò, magnifici esempi del modernismo catalano.

Dunque, la storia del Futbol Club Barcellona comincia in un momento cruciale dello sviluppo economico, politico e culturale catalano. Durante la seconda metà dell’Ottocento, Barcellona comincia a svilupparsi come grande porto del Mediterraneo occidentale e come unico centro di produzione industriale in Spagna. La città cresce da ogni punto di vista: arrivano immigrati e capitali tanto dalla Spagna quanto dal resto d’Europa, i così detti indianos – quei catalani partiti per fare fortuna a Cuba e Porto Rico – tornano a casa pieni di pesetas da investire, la popolazione aumenta e Ildefons Cerdà progetta un intero nuovo quartiere – l’Eixample, “Estensione” – per risolvere la crisi abitativa e contemporaneamente soddisfare le esigenze della nuova borghesia, che investe i suoi pesos nelle splendide facciate del Passeig de Gràcia dando il la alla nascita del modernismo catalano. Nel 1882 viene posata la prima pietra della Sagrada Familia, tra il 1885 ed il 1900 l’impresario Eusebi Güell commissiona ad Antoni Gaudì il parco ed il sontuoso palazzo che portano il suo nome, nel 1896 un giovane Pablo Picasso apre il suo primo atelier in Carrer de la Plata. Allo stesso tempo, l’ultimo decennio del diciannovesimo secolo è anche lo zenith della renaixença politica, del recupero dell’identità linguistica, culturale e politica della Catalogna. L’indipendenza raggiunta da Cuba e Porto Rico nel 1898 in seguito alla sconfitta della Spagna nel conflitto Ispano-Americano aveva rinforzato lo spirito autonomista, che già aveva preso vigore con le elezioni del 1869, le prime a suffragio universale maschile. Nel 1882 venne fondato il Centre Català, la prima istituzione per la difesa della lingua e della cultura catalane e quattro anni dopo fu pubblicato Lo Catalanisme, il primo manifesto politico del catalanismo e, nel 1887, con la creazione della Lliga de Catalunya, il movimento culturale catalanista si trasformò in un vero e proprio partito nazionalista.

Questa era la frizzante aria di modernità, ricchezza, fermento politico e riscoperta culturale che si respirava nella Barcellona del 1899, quando l’imprenditore svizzero Hans Gamper pubblicò il famoso annuncio su Los Deportes. Inizialmente la squadra dello svizzero si identifica totalmente con la propria città: oltre al nome, fece proprio anche lo stemma. Tuttavia, dopo i primi successi nei tornei regionali, la squadra comincia ad avere sostenitori in tutta la Catalogna. Gamper, che come abbiamo già detto, oltre a giocatore di punta e presidente della società, era anche uno scaltro imprenditore, capisce che è il momento di allargare gli orizzonti: nel 1910 fa ciò che oggi chiameremmo una “operazione di rebranding”, inserendo nello stemma i colori della senyera e la croce di Sant Jordi, simboli storici della regione. Con il passare degli anni, la politica di identificazione tra il Barcellona ed il catalanismo si fa sempre più marcata. Nel 1917 Gamper e i suoi soci decidono di sostituire il catalano al castigliano come lingua ufficiale nelle comunicazioni societarie e l’11 settembre dello stesso anno partecipano alla Diada (la giornata nazionale catalana in cui si commemora la sconfitta del 1714 che costò l’autonomia legislativa e culturale della Catalogna) nonostante la cerimonia fosse stata proibita dal governo di Madrid. Nel 1918 la dirigenza blaugrana si spinge ancora oltre, sostenendo pubblicamente ed economicamente la campagna per l’autonomia organizzata dalla Lliga Regionalista, appoggiando la creazione della Mancomunitat (prima istituzione Catalana riconosciuta da Madrid dopo il 1714) e adottando un nuovo inno, El Cant del Barça, in cui la relazione tra sport e patria veniva fortemente enfatizzata. Come scrisse all’epoca il quotidiano La Voz de Catalunya «In questi dieci anni il Barcellona è passato dall’essere un club in Catalogna ad essere il club della Catalogna».

L’evoluzione degli stemmi del Barça (fonte: fcbarcelona.com)

Questa storia prenderà una svolta drammatica nell’autunno 1923, quando il colpo di stato militare capeggiato dal generale Miguel Primo de Rivera prese il potere costringendo alle dimissioni il parlamento da poco eletto. La dittatura sospese immediatamente le libertà costituzionali e impose la legge marziale. La censura strinse le sue maglie intorno all’informazione, mentre la polizia segreta – i “segugi” – provava a cancellare qualsiasi opposizione politica e culturale. Parola d’ordine di Primo de Rivera era “unità” e ogni spinta autonomista doveva essere eliminata alla radice. Pochi giorni dopo il golpe, il Ministro dell’interno Martinez de Anido pubblicò un decreto che proibiva l’uso della lingua catalana in spazi pubblici, il divieto di esibizione di bandiere o simboli legati alla Catalogna, scioglieva tutti i consigli municipali della regione e cancellava con un tratto di pena oltre cinquanta associazioni politiche e culturali nate nel cinquantennio precedente. Il Barcellona e i suoi tifosi furono colpiti, direttamente e indirettamente, in maniera durissima. Oltre alle proibizioni riguardo l’uso della lingua e l’esibizione di simboli, la dittatura impose al Barcellona di consegnare alla polizia segreta tutti gli archivi contenenti informazioni private sui soci membri, sui tifosi e sui calciatori. Tuttavia, il governo di Primo de Rivera ottenne il contrario di quello che sperava: il Barça rimase l’unica istituzione ancora in vita che poteva essere associata al catalanismo politico. Lo stadio de Les Cortes divenne l’unico luogo di aggregazione in cui i catalani potevano parlare la propria lingua senza timore di essere arrestati e le bandiere blaugrana riempirono immediatamente il vuoto lasciato dal bando della Senyera. Il numero di soci membri aumentò a dismisura e le tribune del Les Corts erano piene all’inverosimile per ogni partita, anche quelle delle giovanili e l’atmosfera si faceva ogni settimana più tesa.

Non a caso, la prima manifestazione pubblica di aperta critica al regime ebbe luogo proprio a Les Corts, durante una semplice amichevole estiva. Era il 24 luglio 1925 ed il Barcellona si apprestava a giocare un amichevole contro il CE Jupiter, una squadra amatoriale con sede nel quartiere di Sant Andreu, alla periferia nord della città. L’amichevole, ovviamente, portava con sé un profondo significato politico: era stata organizzata per celebrare l’Orfeó Català, un’importante associazione musicale che promuoveva la musica tradizionale catalana e che aveva – e ha tutt’ora – sede nello splendido Palau de la Música Catalana, capolavoro assoluto dell’architetto modernista Lluís Domènech i Montaner. Inizialmente il governo tentò di proibire l’incontro, ma le immense proteste che si sollevarono portarono a scegliere per quello che si pensava essere il male minore, così dopo una giornata di trattative i due club ebbero il via libera per giocare. Una mezz’ora prima del fischio d’inizio, la banda della Marina Reale Britannica – cui alcune navi erano di stanza a Barcellona – occupò il centro del campo per suonare, come era tradizione da qualche tempo, l’inno nazionale britannico e quello spagnolo. Al risuonare della Marcha Real, lo stadio si trasformò in una bolgia: fischi, sputi, lancio di oggetti, e grida sconce coprirono la performance. Al contrario, God Save the King fu accolta da un religioso silenzio e, alla fine, omaggiata da un lungo applauso. Tutto questo era inaccettabile per Primo de Rivera, che appena avuta la notizia montò su tutte le furie, chiedendo lo scioglimento delle due società e l’abbattimento dello stadio. Impossibilitato a prendere misure così drastiche, il regime ripiegò su pene comunque durissime: Les Cortes venne chiuso per sei mesi e Hans Gamper, fondatore, ex calciatore, presidente e ideologo del Futbol Club Barcelona, fu arrestato, accusato di promuovere il nazionalismo catalano, obbligato a dimettersi dalla presidenza ed espulso per sempre dalla Spagna. Tornò a Basilea, la città che aveva lasciato quasi trent’anni prima, ma la sua vita sembrava non avere più senso. Primo de Rivera lo aveva costretto a dire addio per sempre alla città che amava, alla famiglia e agli amici, a quella squadra che aveva fondato quasi casualmente ventisei anni prima e che nel frattempo si era trasformata in un’istituzione sportiva e politica rappresentante milioni di persone oppresse da una dittatura spietata. Esattamente cinque anni dopo i fatti, con proverbiale puntualità svizzera, il 30 luglio del 1930, Hans Gamper decise di togliersi la vita.

Gamper con i suoi calciatori, 1922 (fonte: TV3 Catalunya)


 

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.