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4 min

- di Leonardo Salvato

Napoli, un elogio della follia


Il Napoli quest'anno è un elogio della follia in salsa calcistica: una squadra che danza pericolosamente in bilico fra il fallimento e il successo, fra l'esaltazione e la depressione. Pazza come solo i più folli possono esserlo, a momenti fiera come il Masaniello di Pino Daniele di questa sua assenza di identità, al punto tale da averne fatto il suo tratto distintivo.


Fra scontri e montagne russe

Al 2019-2020 del Napoli non è mancato nulla: gare rocambolesche, notti magiche, colpi di stato, panni sporchi gettati in faccia da una parte all'altra in pubblica piazza,  avvocati che entrano ed escono da Castelvolturno. E di nuovo da capo, come su delle frenetiche montagne russe: in questo royal rumble che ha visto il Napoli scontrarsi a muso duro contro tutto e contro tutti (i propri giocatori, il proprio tecnico, l'AIA) ci sono finiti di mezzo persino i tifosi. Un braccio di ferro che ha esitato in un lungo sciopero del tifo da parte delle curve, che di certo non ha aiutato a tranquillizzare gli animi.

Una situazione, lo avrete capito, schizofrenica per la quale ancora oggi con metà stagione ormai alle spalle, non è stato possibile farci un'idea precisa su che squadra sia realmente il Napoli: è mai possibile che la stessa squadra possa vincere con merito contro il Liverpool e vivacchiare a metà classifica in Serie A? O che in pochi giorni possa passare dalla paura per una zona retrocessione distante solo nove punti all'euforia per aver sconfitto la Lazio (la squadra che finora meglio di tutte ha approfittato del vuoto di potere creatosi con l'uscita di scena del Napoli) in Coppa Italia?

La piccola perla firmata Lorenzo Insigne che ha sancito l'inaspettata qualificazione alle semifinali di Coppa Italia

Un Napoli dalla doppia faccia

A questo punto della stagione bisogna però arrendersi all'evidenza dei fatti: nel Napoli coesistono entrambe le anime, che di volta in volta emergono e prendono il controllo della squadra in maniera imprevedibile. Così si spiega che una squadra che ha superato in scioltezza il proprio girone di Champions, uscendo imbattuta da un doppio scontro contro il Liverpool, sia la stessa che in campionato viaggia alla poco invidiabile media di 1.375 punti a partita. Ruolino di marcia che, se non invertito, porterebbe gli azzurri a chiudere il campionato a quota 52 punti, 27 in meno della passata stagione. Ma soprattutto fuori dall'Europa come non accade da almeno 10 anni.

Facendo venire meno così un piccolo "record" di cui erano molto orgogliosi in società, come possiamo vedere da questo tweet dello scorso aprile...

Un vero peccato, considerando quanto il cammino del Napoli sia stato diametralmente opposto nelle coppe: 12 punti nel girone di Champions League e passaggio del turno (terza volta in assoluto nella propria storia per gli azzurri); e una semifinale di Coppa Italia già raggiunta, con il primo set di San Siro aggiudicato grazie a questo sinistro di Fabian Ruiz contro l'Inter di Conte. Risultati insomma figli di una regolarità che in riva al golfo non si è in realtà mai vista quest'anno in campionato ma che servirebbe come l'ossigeno per salvare la stagione.

Alla ricerca di un equilibrio

E dunque, come si riporta alla normalità un ambiente così intrinsecamente pazzo e imprevedibile? Al Napoli va dato atto di aver provato più soluzioni: sul mercato gli azzurri non si sono tirati indietro provando, con gli acquisti di Demme e Lobotka, ad integrare a un organico ricco di talento ma disorganizzato due calciatori di gamba e fosforo utili per riorganizzare un reparto, quello di centrocampo, letteralmente in balia del caos per metà stagione.

Demme in particolare è riuscito, pur arrivando senza suscitare emozioni eccetto qualche punta di scetticismo, a imporsi come ingranaggio importante nel nuovo scacchiere del Napoli grazie alla sua gran corsa e a una non sottovalutabile intelligenza tattica, con le quali sopperisce a una tecnica di base decisamente inferiore rispetto agli standard dei suoi compagni di squadra.

Anche la guida tecnica sta rispondendo come meglio può alle sfide di questa stagione: nonostante i numeri restino impietosi (in 9 partite di campionato solo 4 vittorie e ben 5 sconfitte) Gattuso, chiamato a dicembre a sostituire il vecchio mentore Ancelotti, ha avuto l'intelligenza di accettare il ridimensionamento della squadra partenopea, adattando di conseguenza lo stile di gioco dei suoi.

Contro l'Inter in Coppa Italia il Napoli ha abbassato di molto il suo baricentro medio, disponendosi in fase di non possesso con un 4-5-1 che prevedeva due linee molto strette fra loro e il solo Mertens incaricato di disturbare l'inizio di manovra avversaria.

Gattuso insomma non sforza i suoi ad avere il controllo della palla a tutto campo e a imporre il proprio spartito agli avversari come avveniva in passato (e infatti nonostante lo stesso schiaramento tattico e molti uomini in comune il Napoli di Gattuso non potrebbe essere più lontano dalla versione Sarri di due stagioni fa) ma anzi accetta che il pallone lo abbiano gli avversari giocando molte delle sue fiches su fulminee giocate in ripartenza. Insomma fa giocare il Napoli come la squadra che è diventato, una squadra che deve innanzitutto raggiungere i 40 punti.

Arrendersi alla follia

Accorgimenti che però non hanno cambiato la natura del Napoli 2019-2020: una squadra che può battere chiunque e allo stesso tempo perdere contro chiunque; che in pochi giorni può perdere senza opporre resistenza contro Lecce e Fiorentina, arrendersi per errori individuali pur non giocando malissimo contro Inter e Lazio in campionato per poi battere gli stessi avversari in Coppa Italia con prestazioni di pura foga agonistica e colpi di classe ben mirati, ma solo dopo aver liquidato quasi per caso (alla luce della brutta prova offerta) il Perugia.

Una squadra che la settimana prossima ospiterà il Barcellona di Messi, ma non prima di affrontare un Brescia alla ricerca di punti preziosi per una salvezza sempre più lontana: due gare dall'esito già scritto eppure quasi non ci meraviglieremmo se i due risultati più attesi si scambiassero partita. Come se le partite del Napoli fossero l'esito di un'immaginaria partita alla patata bollente, coi tifosi del Napoli a sperare che la musica si fermi nel momento più oppurtuno per fare risultato e salvare una stagione da un lato già persa e dall'altro ancora tutta da giocare.


 

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

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