Interventi a gamba tesa

Gli 8 momenti più iconici dell’All Star Weekend


A poche ore dall’inizio dell’All Star Weekend di Chicago in onore di Kobe e Gigi, ricordiamo i momenti più iconici, emozionanti ed adrenalinici delle edizioni precedenti.


1) 1977: E ALLA FINE ARRIVA DOCTOR J

Abdul-Jabbar e Erving All Star Game 1977 Copyright 1977 NBAE (Photo by Robert Lewis/NBAE via Getty Images)

Senza dimenticare gli All Star Game di Russell e Chamberlain, la genesi del weekend delle stelle per come lo intendiamo è da collocare nel 1977: il primo in cui fecero parte anche i giocatori dell’ABA, grazie alla fusione avvenuta l’anno prima tra le due leghe rivali. Ciò comportò la presenza della stella della lega ormai defunta, ovvero quel Julius Erving in forza a Philadelphia 76ers che con i suoi 30 punti e 12 rimbalzi vinse l’MVP dell’All Star Game anche se sconfitto, unico caso nella storia, grazie al suo stile impertinente e sfacciato. Julius è tutt’oggi considerato un vero innovatore nel basket dell’epoca, precursore della spettacolarità odierna da noi amata. “Senza Doctor J non ci sarebbe stato nessun MJ”. Parole e musica di Michael Jordan.

 2) 1983: MARVIN

6 anni piu tardi è sempre Doctor J MVP, anche se sul parquet vediamo praticamente tutte le stelle della Golden Era dell’NBA: Magic, Bird, Kareem, Thomas, Malone ecc. Sembra un paradosso leggendo questi nomi pensare ad un All Star Game passato alla storia non per i giocatori ma per un uomo che con il basket c’entra poco, ma di un talento artistico paragonabile a quello cestistico dei sopracitati. L’ inno americano cantato da Marvin Gaye nel Forum di Los Angeles emoziona come nessuna altra esibizione mai avvenuta nel weekend delle stelle (do you remember Fergie in 2018?): un inno diverso, un groove penetrante testimoniato dal pubblico emotivamente coinvolto. Ebbe un impatto culturale devastante, fece riflettere all’epoca e anche a quasi 40 anni di distanza sull’America di Reagan e sulla vita di un artista che ci avrebbe lasciati l’anno seguente.

3) 1988: HIS AIRNESS

L’ultimo giocato a Chicago e per molti il più bello di sempre. Prima il dominio di Bird al Three-Point Shootout: terza vittoria consecutiva, ottenuta non togliendosi neanche la felpa, vincendo all’ultimo tiro e alzando il dito prima ancora che la palla entrasse, manifestazione della sua sfacciata sicurezza. Poi l’atteso Dunk Contest, con la finale Jordan vs Wilkins. Una sfida serrata, quel salto infinito entrato nell’immaginario collettivo valso la vittoria a MJ, da cui è nato anche il suo brand. Infine, il giorno dopo non contento dinnanzi al suo pubblico, MJ vinse partita e premio di MVP realizzando 40 punti con un notevole 17 su 23 al tiro. La stella più splendente dell’intero weekend non poteva che essere lui.

4) 1992: A KIND OF MAGIC

Magic Johnson con il trofeo di MVP Copyright 1987 NBAE (Photo by Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images)

Il 7 novembre 1991 il mondo NBA si è fermato: Magic Johnson annunciò il ritiro per aver contratto il virus dell’HIV, un vero e proprio tabù in quegli anni causa una notevole disinformazione a riguardo. 3 mesi più tardi, senza aver mai giocato in stagione, fu il quarto più votato per la partita delle stelle a Ovest. Nello scetticismo generale, soprattutto di molti giocatori spaventati all’idea di giocare con un sieropositivo, Magic accettò di giocare; il risultato fu una prestazione sportiva emozionante, con conseguenze dirompenti anche sull’opinione pubblica globale. 25 punti, 9 assist, 5 rimbalzi, la difesa su Jordan negli ultimi secondi e la tripla della vittoria in faccia ad un Isiah Thomas impotente dinnanzi alla forza di volontà di quest’uomo. Naturalmente MVP di una partita che fu molto di più: fu una vera e propria lezione di vita.

5) 2000: “IT’S OVER!”

Da quando lo Slam Dunk Contest è stato introdotto nel 1984 in NBA (vi fu un edizione nel’ABA nel 1976 vinta da Erving) non sono state effettuate solo 2 edizioni: 1998, causa un edizione precedente inguardabile, e 1999 causa il lockout che fece saltare l’intero All Star Weekend. Quindi quello del 2000 al Oakland Arena fu carico di aspettative,  soprattutto per la presenza di 2 giovani partecipanti con la canotta Raptors, Tracy McGrady e Vince Carter. La performance di quest’ultimo è senza ombra di dubbio la migliore, la più strepitosa, la più mozzafiato nella storia. Vince scopre al momento della terza schiacciata di doverla per regolamento effettuare con l’aiuto di un compagno di squadra, scegliendo proprio McGrady suo sfidante. Improvvisando, dando sfogo a tutto il suo talento come un musicista durante una jam session, raccoglie l’alley oop del compagno facendo passare la palla in mezzo alla gambe prima di schiacciare. Pubblico in estasi, sguardo alla telecamera e urlo: “IT’S OVER!”. Peccato che manchi ancora il secondo round di schiacciate, ma la vittoria è già decisa, manca solamente la ciliegina sulla torta: schiacciare e infilare l’intero braccio nel ferro. Una stupidaggine insomma…

6) 2010: 108,713 COWBOYS

Il maestoso Cowboys Stadium Copyright 2010 NBAE (Photo by Juan O’Campo/NBAE via Getty Images)

Memorabile weekend per l’incredibile impatto visivo di uno stadio da NFL prestato all’NBA:quello dei Dallas Cowboys che accolse il maggior numero mai registrato di spettatori ad un All Star Game. Adrenalina pura scorreva nelle vene dei giocatori, capaci di una partita spettacolare in cui padroneggiarono le stelle del magnifico draft 2003 (Milicic escluso naturalmente), 2 nomi a caso: Chris Bosh con i 2 tiri liberi decisivi e Dwyane Wade MVP. Memorabile fu anche il record raggiunto il giorno precedente da Nate Robinson: tre volte vincitore dello Slam Dunk Contest non raggiungendo il metro e 80 di altezza.

7) 2016: LAVINE vs GORDON

Nel 2015 la gara delle schiacciate fu dominata dalla giovane guardia dei Minnesota Timberwolves Zach Lavine, la quale si ripresentò l’anno successivo ignaro della sfida cui sarebbe andato incontro. L’ala grande dei Magic sorprese giudici e spalti per l’inventiva, servendosi della mascotte e un hoverboard, per poi alla prima delle 3 schiacciate finali saltare la mascotte, sedersi in aria e far passare la palla sotto le gambe. Uno sforzo impressionante che però non li valse la vittoria, forse perché fatto troppo presto, o perchè Lavine saltò dalla linea del tiro libero facendo passare la palla in mezzo alla gambe in aria. Gesti iconici, strepitosi realizzati in una delle migliori gare della storia e l’ultima degna di nota. Questo fu anche l’ultimo All Star Weekend di Kobe Bryant…

8) 1997-1998-2003: KOBE & MICHAEL

L’All Star Game del 1997 fu speciale. Nell’intervallo della partita della domenica, vista la celebrazione di 50anni della lega, l’NBA presentò i 50 giocatori più forti nella storia. Contando i veterani sul parquet e i giocatori negli spogliatoi, in pochi metri non si è mai concentrato tanto talento cestistico (fortunatamente gli alieni di Space Jam non erano nelle vicinanze). Il giorno prima inoltre ci fu il primo squillo di un rookie con la canotta gialloviola numero 8, vincitore dello Slam Dunk Contest: un certo Kobe Bryant che l’anno successivo verrà convocato ad Ovest per la sfida della domenica a solo 19 anni (record), partendo anche titolare. Ciò significò il duello col suo idolo, contro la sua ispirazione: Michael Jordan. Kobe non si tirò indietro, lo sfidò e più volte ne uscii sconfitto, ma quella determinazione, quella voglia sfrenata di far valere il proprio IO sul dominatore indiscusso (naturalmente MVP a fine serata) nella Mecca del basket, il Madison Square Garden, impressionò Jordan e il mondo intero. 5 anni più tardi si passò dal primo All Star Game di Bryant all’ultimo di Jordan: non fu una giornata come le altre, lo si capisce da come giocarono entrambi e da come si sviluppò la partita, finita dopo due overtime. Vittoria dell’Ovest con i 22 punti di Kobe e i 37 di Garnett (MVP).  3 All Star Game collegati da un invisibile e romatico filo, a voi la scelta del colore.


 

22 anni studente di Lettere - Cultura Teatrale a Bari e per hobby barman. Appassionato, se non ossessionato, dallo sport da quando lattante preferivo le repliche della Premier League ai Looney Tunes. Crescendo diventato poi insonne per godersi le partite NBA sulla west coast alle 4:30 o i primi turni dell'Australian Open. Il mio più grande desiderio sarebbe far diventare la mia grande passione il mio lavoro, la mia vita.