Interventi a gamba tesa

Australian Open 2020: pagelle e sfide fantasma


Una valutazione dei protagonisti del primo Slam dell’anno attraverso le sfide che non ci sono state


Dopo aver vinto la mia ritrosia verso gli elenchi sfoderando la lista predittiva più sbagliata della storia (forse un paio di previsioni sono ancora in piedi, ma è solo questione di tempo), è forte la tentazione di affrontare un altro mostro sacro che da sempre odio et amo, con una leggera prevalenza dell’odio: le pagelle. Ma visto che non mi ritengo all’altezza di sputare sentenze così nude e crude, avvolgerò la caramella in un mistificante involucro, cioè le incastonerò nelle sfide che a un certo punto mi sono immaginato ma non si sono verificate.

Kyrgios – Wawrinka (la semifinale pirotecnica): i due hanno avuto ruggini in passato – al Master 1000 di Montreal 2015, il buon Nik ha ricordato a Stan the man i trascorsi sessuali della fidanzata con l’amico e collega Kokkinakis, cosa non troppo apprezzata dallo svizzero – ma non è certo per questo che li sognavo di fronte. Mi piaceva l’idea che lo slot prenotato da Nadal e Medvedev potesse essere rubato da questi due giocatori spumeggianti. Kyrgios, voto 7,5: sempre vituperato per le mattane, si è mostrato maturo nell’attraversare i drammi. Si è fatto portavoce della causa australiana e poi ha fronteggiato con stile, cuore e intensità il dolore per la scomparsa di Kobe Bryant. Sul campo ha dato vita a uno degli incontri più commuoventi della prima settimana contro Kachanov, in quattro ore e mezzo di gioco, cinque set e quattro tiebreak (tutto molto bello eccetto forse l’aver speso e ben più energie del necessario) per poi scendere in campo con la maglia numero 8 dei Lakers prima degli ottavi contro Nadal. Nik ha affrontato la caldissima sfida con il maiorchino con inedita serietà: ha perso con merito, ma ha fatto una buona figura, senza perdersi in inutili piagnistei. Ovviamente in precedenza non era mancato il vecchio Kyrgios cazzaro, autore di una fantastica imitazione dei proverbiali tic iberici pre-servizio. Sperando che sia un punto di partenza e non un casuale attacco di professionismo, una malattia da cui pareva immune: se capisse dove può arrivare lavorando day by day ne vedremmo delle belle. Stan Wawrinka (voto 7) è come una bottiglia di vino buono che ti riconcilia con il mondo, il secondo turno con Seppi, chiuso al quinto, è stato uno spot di tennis d’annata. Stan dà l’impressione di non essere più di tanto in condizione, ma zitto zitto regge battaglie clamorose, come quella vinta in rimonta con Mededev, che lo aveva estromesso dagli Us Open e che era in vantaggio due set a uno anche in Australia. La corsa si ferma nei quarti contro Zverev, ma vedere il suo rovescio a pochi passi dal sogno fa sempre piacere.

Federer – Zverev (la finale che non ti aspetti e infatti non c’è): è da tempo che sovrano svizzero ha preso sotto la sua ala questo giovanotto talentuoso e malinconico, il primo ragazzino a vincere un Master 1000 e a infilarsi nelle primissime posizioni del ranking, salvo cadere in una grave crisi involutiva che l’ha visto ingaggiare una debilitante lotta con sé stesso. Fra la Laver Cup e la tournée in Sudamerica, il vecchio Roger (che di fantasmi un pochino se ne intende) sembra aver trasmesso al giovane apprendista qualcosa di simile a una fiduciosa tranquillità interiore. Il finale di stagione di Sascha è stato confortante, l’Atp Cup un po’ meno, ma poi a Melbourne è successo ciò che si attendeva da tempo: una buona affermazione nel tre su cinque. Partito in sordina (tanto da far sorridere quando ha dichiarato di voler devolvere il premio alle raccolte fondi per gli incendi), si è fatto strada eliminando senza perdere un set il nostro Cecchinato disperso, il non banale Gerasimov, il roccioso Verdasco e il lanciatissimo Rublev. Solo a quel punto ci siamo accorti con stupore che lui era ancora lì mentre la seconda settimana entrava nel vivo. E abbiamo pensato sì vabbè adesso Wawrinka lo pialla, e dopo il primo set eravamo lì a dire ecco, vedi? E invece il piccolo Alexander è cresciuto e in rimonta si è conquistato la semifinale. È stato in quel breve istante che ho immaginato una finale con Roger. Invece Thiem è stato semplicemente più solido, più centrato, più maturo. Ma Zverev (voto 8) torna dall’Australia con una nuova consapevolezza, un servizio potente che se funziona è difficilissimo da strappare e un repertorio di colpi completo che va affinato e reso più continuo. E Roger? Arriva a digiuno di tornei, senza ritmo partita, trova un tabellone agevole e parte anche bene a livello di gioco, poi si incarta contro Millman, fa una fatica improba, si spreme come un limone ma riesce in una rimonta epica nel super tie break dopo essersi trovato sotto 8-4. Poi, nei quarti di finale, porta a termine un’impresa che sarà ricordata a lungo. Nell’altalenante partita contro Tennys Sandgren – un uomo evidentemente in missione – si infortuna alla gamba destra, gioca da fermo ma si attacca con i denti alla partita, annulla sette matchpoint (di cui tre di fila) e infine piomba come un falco sulla partita nel quinto set. Arriva alla semifinale in odore di Walkover, ma decide di onorare il proprio impegno e scende in campo con Djokovic. Perde, ma lo fa da protagonista, giocando con il braccio libero e senza pensieri, va avanti 4-1, 40/0 nel primo set con 17 vincenti in un amen, poi si lascia irretire del gioco resiliente di Djokovic e, dopo aver sciupato l’occasione, scivola verso un’inevitabile sconfitta. Se le prime parole dell’avversario (non proprio un amico) sono il riconoscimento non richiesto della sua grandezza, qualche motivo ci sarà. Davvero qualcuno può pensare di dargli un voto? Io no.

Shapo – Sinner (i 32esimi perduti): qualcuno (presenti esclusi ehm) nutriva aspettative esagerate su entrambi. Il biondo canadese perché dopo un anno di crescita (comunque 250 in bacheca e la semifinale a Miami), è atteso a una stagione di consacrazione, l’Atp Cup sembrava avere confermato questa maggior concretezza, con un successo su Tsitsipas e Zverev e due sconfitte lottate con De Minaur e Djokovic. Di Sinner diciamo sempre che deve imparare tantissimo, ma è anche vero che i giovani diamanti irriverenti a volte riescono a vincere subito, mica come i next gen di oggi che hanno bisogno di diventare vecchi aspettando Godot. Be’ Denis e Yannik dovevano incontrarsi al secondo turno con vista sugli ottavi con Roger, invece entrambi si sono fatti stendere senza troppi riguardi dall’ungherese Fucsovics (voto 7), un tipo centrato e privo di grilli per la testa che poi magari è la persona più dolce del mondo ma a guardarlo sembra un sadico nazista. Sinner però si merita la sufficienza abbondante (6,5) perché supera per la prima volta un turno in uno Slam e perché, lasciati da parte i sogni folli e perversi, sappiamo che sarà una stagione di apprendistato, tutti lo aspettano al varco e dovrà sudarsi ogni singola vittoria, ma viceversa crescerà a suon di schiaffoni. Shapovalov invece poteva a doveva fare di più: voto 5 d’incoraggiamento.

Nadal – Medevdev (la semifinale prenotata): il mondo frenetico, impaziente e incivile ci impone di considerarli due fra i principali delusi. Sì, perché le ipotesi antepost davano per scontato che fossero loro due a giocarsi il posto di sfidante a Nole Djokovic, senza dare il minimo peso al campo minato che li circondava. Il russo ha confermato gli ottavi di finale, finendo ugualmente vittima di un vecchio marpione in gran forma (certo l’anno scorso era Djokovic, che non è esattamente Wawrinka). Insomma Danil (voto 5,5) sconta l’iscrizione a pieno titolo nel club dei grandi e finisce dietro la lavagna per lo stesso risultato che nella stagione passata era stato un successo. Ha dichiarato che non gli piace giocare al meglio dei cinque, il che è suonato un po’ strano, gli auguriamo di cambiare idea al più presto, senza aspettare che sia il tennis a venirgli incontro mutando la formula degli Slam. Nadal (voto 6,5) aveva già perso in Atp Cup da Goffin e da Djokovic, non che la sua condizione desti preoccupazione, ma dimostra ancora una volta che se impegnato a fondo fa un po’ fatica a recuperare le energie, motivo per il quale tende a schiacciare gli avversari senza pietà né riguardo appena ne ha la possibilità. Batte Kyrgios con grande attenzione e autorità, ma deve spendere molto e ne paga le conseguenze nella battaglia con Thiem, dove comunque non regala niente e cade con le armi in pugno. L’aspetto negativo è averlo visto, in queste due belle partite, poco protagonista, insomma in entrambi i casi – impressione più psicologica che tecnica – la sensazione era quella che la parte del leone spettasse all’avversario. Adesso, al netto del Sunshine Double, può dedicarsi alla preparazione della campagna su terra.

Tsitsipas – Bautista Agut (gli ottavi scontati): erano i due candidati principali e quasi unici tipo listone fascista a mettere in difficoltà Novak Djokovic, il cui torneo notoriamente partiva dai quarti di finale. Invece hanno deciso di rinunciare anzitempo al proprio ruolo di guastafeste, forse perché guardavano troppo in avanti e sono inciampati nei propri piedi. Tsitsi (voto 4,5), il più atteso fra i next gen, campione delle finals e semifinalista uscente, dopo due turni fin troppo morbidi (il 6-0, 6-2, 6-3 contro Caruso e il walkover di Kohlschreiber) si è fatto impallinare alla prima difficoltà da un redivivo Raonic (voto 7,5), ma con tutta la stima e la simpatia per il canadese è inaccettabile che un giocatore dal repertorio ampio e profondo come Tsitsi non sia in grado di trovare soluzioni contro un big server (su una superficie nemmeno troppo veloce). Bautista (voto 5) ha trovato sulla sua strada una versione del palindromo Cilic (6,5) molto migliore di quella vista nell’ultimo anno abbondante. In teoria ci può stare, ma se vogliamo dare il giusto valore all’iberico non possiamo considerarlo un risultato sufficiente.

Rublev – Fognini (la finale lisergica): potevano incontrarsi solo in finale quindi capite anche voi quanto fosse probabile (sarà stata quotata da qualche bookmakers?), ma d’altra parte erano (quasi) gli ultimi due di cui era necessario parlare. Il giovane russo dall’aria stralunata e il pallor mortale tipico dei protagonisti dei romanzi dell’ottocento che fanno tutto tranne quello che tu vorresti che facessero, be’, aveva le carte in regola per rappresentare la sorpresa del torneo e non c’è riuscito, come fosse un Raskolnikov aggiornato. Veniva da un periodo di continuità pazzesco, aveva vinto due Atp 250 consecutivi (Doha e Adelaide) e iniziato con anche lo slam con il piede giusto: ha superato i primi tre turni, battendo tra l’altro un Goffin in ottima forma, prima di schiantarsi sull’insospettabile Zverev. Mai considerato quando si parla dei next gen, si avvicina a grandi passi alla top ten. Voto 7 per Rublev, perché gli ottavi slam sono un bel traguardo. L’instabilità emotiva si conferma il tallone d’Achille dell’italiano. Il suo percorso è peggio dell’ottovolante: rimonta da 2-0 con Opelka e lo batte al quinto, si fa rimontare da 2-0 da Jordan Thompson e lo batte al quinto, e poi raggiunge il top contro Guido Pella, asfaltandolo con colpi d’alta scuola senza cali di tensione. Proprio quando sembrava proiettato verso un quarto di finale contro un Federer in condizioni precarie, si schianta sul suprematista bianco Tennys Sandgren (già giustiziere dell’altro italiano vanamente atteso, Berrettini), come a Wimbledon. E come a Wimbledon non sono mancati siparietti polemici con gli arbitri: same old story. Fognini, voto disgiunto: 7, 5 per il gioco, 4,5 per l’atteggiamento.

Thiem – Djokovic (La finale, quella vera) dulcis in fundo, tocca parlare dei due veri protagonisti. Ammetto di aver sperato invano nel regicidio, nella novità, nella consacrazione definitiva di questo Dominator 2.0, il gemello vincente del giocatore ammirato grossomodo fino a un paio di stagioni fa. Thiem (voto 9) ha lavorato bene ed è arrivato a pochi centimetri dal sogno, a mio avviso i rimpianti che lo perseguiteranno nei prossimi tempi sono comprensibili ma non del tutto ragionevoli. Ha dato il massimo, ha seguito il suo piano tattico con coerenza, non si è distratto, ma ha semplicemente pagato il rientro di Nole all’ultima spiaggia. Chiamato a rischiare per prendersi la partita, Dominic non si è tirato indietro, ha preso i rischi che doveva prendere, ci ha provato fino in fondo, ma non è bastato. Novak ha questa capacità di rimanere nel match anche quando sembra sul punto di cadere senza nemmeno bisogno del colpo del ko. Continua a prenderle tutte e obbligarti a giocare un colpo in più e poi un altro e un altro. Oltretutto le sue risposte non sono un banale ributtarla di là ma, superata la fase di difficoltà in cui gli errori erano un po’ troppi, ti arrivano sempre nei dintorni della linea o delle tue stringhe, ritorcendoti contro la difficoltà che hai voluto proporgli. D’altra parte non sembrano esserci vie differenti. Questa è la sua arma vincente: chiunque vada in campo contro Nole sa che dovrà fare la partita (perché fare l’attendista sarebbe un suicidio) e che lui alzerà il suo livello di gioco in modo speculare al tuo, ributtandoti in faccia il tuo stesso tennis. Ci sono stati momenti in cui Thiem è stato superiore, forse in un conto globale si può dire che abbia giocato meglio, ma alla fine Nole è stato spietato e l’ha portata a casa con merito. Durante il torneo non ha sbagliato niente (il set perso al primo turno con Struff è quasi inspiegabile, ma non ha destato il minimo allarme), non ha mai preso sottogamba gli avversari (nei primi turni era l’unico rischio), ha mostrato una condizione psicofisica devastante, ed è stato anche fortunato, il che non guasta, perché le poche insidie che lo circondavano nel tabellone si sono autoeliminate prima del tempo, vittime forse della smania di incontrarlo nei quarti di finale scordandosi che prima bisogna arrivarci. La semifinale con Federer è stata un’altra lezione di freddezza e saggezza. Non ha provato a competere con l’assalto all’arma bianca del rivale, ha aspettato con pazienza che la mareggiata si calmasse (Federer, che per sua stessa ammissione aveva il tre per cento di possibilità di vincere, ha giocato d’anticipo, come ama fare, buttando sul tavolo gli assi che aveva) e poi si è magmaticamente appropriato di un match che già gli apparteneva. In ogni caso giocare contro Roger non è banale e non lo sarà mai, anche se lui si presenta su una gamba sola. È vero che gli head to head degli ultimi anni sono sbilanciati, ma è raro che tra i due non ci sia equilibrio, così come è raro che il livello sia meno che stellare (mi viene in mente la finale di Cincinnati 2018, piuttosto brutta, ma per il resto si è sempre visto un tennis di qualità quasi commuovente). Comunque la si pensi di Novak Djokovic (voto 9), che anche questa volta ha avuto a tratti atteggiamenti rivedibili nelle esultanze provocatorie e in finale nella polemica con il giudice di sedia colpevole di avergli dato due warning per il tempo sul servizio (l’argomentazione di Novak – adesso che mi hai penalizzato sei diventato famoso, sei contento? – si commenta da sola), il cervello di questo giocatore andrebbe studiato dagli scienziati. Niente lo abbatte e la sua capacità di tirare fuori il meglio nei momenti di difficoltà è sbalorditiva, tenendo anche conto che il livello con cui si confronta è già alto di suo (al suo cospetto sembrano tutti dei ragazzini tremanti, ma stiamo parlando di persone con i nervi d’acciaio). La sua corsa al ventesimo Slam è quanto mai lanciata – adesso sembra quasi scontato che ce la faccia, anche se vincere non è mai banale – ma sappiamo benissimo che l’avversario più agguerrito, come per i due compagni di merende, sarà il tempo.


 

Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.