Interventi a gamba tesa

Giocare meno, giocare meglio?


Guardiola sostiene che in Europa, ed in particolare in Inghilterra, si giochino troppe partite e che questo sia un grave problema per la tenuta fisica dei calciatori. FIFA e UEFA non sembrano essere d’accordo, ma Pep ha dei preziosi alleati.


Nella conferenza stampa di lunedì scorso, il tecnico del Manchester City è tornato su un tema a lui caro, ovvero il numero di partite che le squadre di Premier League, specialmente quelle di prima fascia, sono costrette a giocare. In particolare, Guardiola si scaglia contro la Coppa di Lega, torneo molto caro al suo City che ha vinto le ultime due edizioni e che, dopo il netto 3-1 nel derby contro lo United, si trova ad un passo dalla terza finale consecutiva. Tuttavia la posizione di Pep in merito è chiarissima:

“Eliminare delle competizioni, cancellare questa competizione. Quindi meno partite, meno tornei, meno squadre, più qualità, meno quantità. Le persone possono vivere senza calcio per un po’, così è troppo!”

Come era già accaduto nel 2018, le lamentele del tecnico catalano arrivano in conseguenza dei gravi infortuni. La prima volta la vittima era Kevin De Bruyne, questa volta invece sono a Kane (strappo al muscolo femorale) e Rashford (frattura alla schiena). Secondo i medici, entrambi gli infortuni sarebbero dovuti all’eccessivo stress a cui sono stati sottoposti gli atleti.

“Con questo numero di partite i giocatori si rompono. Non sono sorpreso. Sono solo molto dispiaciuto per Kane e Rashford. [Le istituzioni] dovrebbero rifletterci. Tutti gli allenatori se ne sono lamentati, ma a loro non interessa. […] I giocatori soffrono.”

Secondo Guardiola, la tempistica degli infortuni – a inizio gennaio, quando i giocatori dovrebbero essere rigenerati dalla la pausa invernale – è un’ulteriore dimostrazione di un carico di lavoro insostenibile dovuto ai ritmi frenetici (e schizofrenici, considerando che momenti molto rilassati si alternano a momenti intensissimi, come fa giustamente notare Pep) imposti dagli impegni nazionali ed internazionali. Al calendario dei club poi si aggiunge quello delle nazionali, che in molti casi significa giocare altre due partite nell’arco di pochi giorni condite da lunghi spostamenti, spesso intercontinentali, che al carico fisico aggiungono carico mentale, jet-lag, continui cambi di clima, ecc.

Pep comunque non è solo in questa battaglia. Come lui stesso ha dichiarato in conferenza, praticamente tutti i manager di Premier League si sono privatamente o pubblicamente lamentati del calendario. In particolare se ne è lamentato, apertamente e rumorosamente, il suo principale competitor, Jürgen Klopp. Il Liverpool a dicembre si è trovato addirittura a dover schierare la squadra B nel quarto di finale di Coppa di Lega contro l’Aston Villa (perso 5-0) poiché la prima squadra era occupata a vincere il Mondiale per Club 10’500km a sud est di Birmingham, a Doha, Qatar. Al coro si è aggiunto ultimamente anche Didier Deschamps, CT della nazionale francese, che in un’intervista al tedesco Kicker ha espresso i medesimi dubbi:

“La preparazione pre-campionato è sempre più breve, le società corrono il rischio di mandare in campo troppo presto calciatori che sono stati a lungo fuori” – sostiene il francese – “Anche noi ct ne paghiamo le conseguenze e il tempo di preparazione alle grandi competizioni estive si è ridotto. […] Non pensiamo abbastanza alla salute dei giocatori“.

Le due maggiori istituzioni calcistiche mondiali, FIFA e UEFA,  sembrano invece andare nella direzione opposta. Tutti i tornei più importanti, dalla Champions al Mondiale per club fino ai grandi tornei estivi per nazionali, l’Europeo e il Mondiale, hanno aumentato il numero di partecipanti e stanno portando avanti riforme per aumentarli ulteriormente, un fardello che andrebbe nuovamente ad incidere sui calciatori e sulle squadre di più alto livello.

Oltreoceano, negli USA, paese stereotipicamente ritenuto patria del trionfo della quantità sulla qualità, la National Basketball Association, dopo anni di dibattito incentrato proprio sulla salute dei giocatori sembra aver deciso di voler ridurre il numero delle partite di regular season da 82 a 58. Se da un lato la scelta è indirizzata a preservare la salute degli sportivi, che hanno spesso lamentato, per esempio, gravi problemi nella gestione del sonno, dall’altro si tratta anche di una scelta di mercato.

Molti “oppositori” della tesi di Guardiola e Klopp sostengono che diminuire il numero di partite giocate, e quindi trasmesse in televisione, causerebbe una diminuzioni degli introiti nonché una perdita di interesse da parte del pubblico. Questa andrebbe di conseguenza a intaccare le risorse dei club, colpendoli con una sorta di effetto boomerang. Questa posizione è quantomeno fallace e, se l’NBA se ne rende conto soltanto ora, la Federazione inglese se ne rese conto quasi sessanta anni fa. Negli anni ’60 venne introdotto il cosiddetto saturday football black-out, ovvero la proibizione di trasmettere in televisione le partite giocate il sabato tra le 14.45 e le 17.15. Questa misura non ha certo impedito alla Premier League di essere, di gran lunga, il campionato che raccoglie di più in termini di diritti televisivi.

Usando una terminologia mutuata dal web, quando un prodotto è di qualità e gode di un certo hype, un’attesa ben costruita può essere più profittevole dell’incessantismo. Pensiamo ad esempio al cinema ‘di qualità’: se i film di Tarantino uscissero ogni Natale come i cinepanettoni, non perderebbero gran parte della magia, che sta proprio nell’attesa? Una NBA con meno partite di regular season, ma con anche meno infortuni, match più attesi e giocatori più freschi e in forma non accrescerebbe il proprio fascino? Insomma, dal mio punto di vista Pep, Jürgen e Didier hanno perfettamente ragione e non solo per pietà umana nei confronti dei calciatori infortunati, ma anche secondo i meccanismi dello show business. Il costante aumento del numero di partite giocate non serve né a rendere il calcio più spettacolare, né più affascinante, né a guadagnare di più. Serve soltanto ad essere costantemente presenti agli occhi del pubblico, a soddisfare la sua voglia di vedere una partita ogni volta che se ne presenti la necessità. Sacrificando la qualità del gioco, la salute dei campioni ed il più poetico fascino per l’attesa.


 

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.