Interventi a gamba tesa

Antonio Conte vs Lecce: odi et odi

Antonio Conte storia Lecce Inter Juventus

Antonio Conte è un professionista totale, l’uomo che ogni imprenditore vorrebbe nella propria azienda. Ma per diventare quello che è ha pagato un caro prezzo, rinnegando le sue radici: la storia di tutti i momenti e i motivi di contrasto tra mister “agghiacciante” e la piazza che lo ha amato e lanciato alla vigilia di Lecce-Inter.


È il 6 aprile 1986. Il Lecce, al suo primo anno in A, a quattro giornate dalla fine è praticamente retrocesso e affronta il Pisa in casa. Nei giallorossi milita un vecchio leone del calcio italiano, Franco Causio, giunto a chiudere la carriera nella sua città dopo i fasti juventini. Quando al 68° viene richiamato in panchina da Fascetti, accanto a lui c’è uno sbarbatello più giovane di esattamente venti primavere che farà il suo esordio in A pochi minuti dopo, a soli 16 anni. Si chiama Antonio Conte, è un centrocampista e a suo modo ripercorrerà dal Salento a Torino le orme del Barone.

Antonio Conte storia Lecce Inter Juventus Bari

Antonio Conte vestirà in carriera solo le maglie di Lecce e Juventus

La Juventus nel destino

La Juventus, infatti, è sempre stata nel destino di Conte. Suo padre Cosimo, che per mestiere noleggia auto, per diletto è presidente, allenatore e factotum di una piccola società chiamata Juventina Lecce e che gioca, manco a dirlo, con casacche bianconere. Siamo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, Lecce non è ancora la Capitale del Barocco nonché una delle mete turistiche più celebrate d’Italia, ma semplicemente una sconosciuta cittadina “a Sud del Sud dei santi”, come affermava un altro salentino illustre, Carmelo Bene. Il Lecce calcio, però, da poco passato nelle mani di Franco Jurlano, si trova agli inizi di un ciclo che lo porterà sui massimi palcoscenici sportivi nazionali. Nel 1983 i dirigenti giallorossi notano questo ragazzo nemmeno 13enne della Juventina e si accordano con il papà Cosimo per il passaggio alle giovanili del Lecce per 8 palloni, di cui tre sgonfi, e 200mila lire, come rivela lo stesso Conte nella sua autobiografia.

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Conte esordì giovanissimo grazie a Eugenio Fascetti


Quel gol a Maradona

Antonio del Lecce è tifoso, va allo stadio con papà e i suoi due fratelli e fa parte di una cantera che in quegli anni sfornerà anche calciatori come Moriero, Petrachi e Garzya.  Esordire in giallorosso, dunque, per lui è un sogno che si avvera. Con la squadra in B, il giovane Conte sembrerebbe in rampa di lancio ma un brutto infortunio alla tibia lo tiene fuori in pratica per ben due stagioni. Un periodo buio e difficile, dal quale però torna arruolabile quando il Lecce è di nuovo in A sotto la guida di Carlo Mazzone, che lo inserisce gradualmente fino a farne uno dei perni della squadra. A distanza di tre anni dal suo esordio, Conte trova il suo primo e unico gol in giallorosso al cospetto del Napoli di Maradona, nella sfortunata sconfitta per 3-2 del novembre 1989. Dopo due annate da titolare in massima serie, il Lecce retrocede nuovamente ma la cadetteria non sembra proprio essere nelle corde di Conte che, corteggiato sia dalla Roma sia dalla Juventus, già a novembre del ’91 fa le valigie e per 7 miliardi si trasferisce a Torino convinto dalle lusinghe di Boniperti e Trapattoni.

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Conte non ha mai nascosto di essere stato un tifoso del Lecce

L’inizio della fine

Conte è ancora amato dai leccesi che lo considerano un simbolo, un ragazzo della propria terra che ce l’ha fatta. Tanti i messaggi di solidarietà pervenutigli dal Salento dopo il brutto infortunio patito durante la finale di Champions League 1996 contro l’Ajax, che gli impedirà di partire con la Nazionale per gli Europei all’apice di una carriera che rischierà di essere addirittura compromessa. Pochi mesi dopo, infatti, la rottura del legamento crociato anteriore sinistro gli negherà la gioia di disputare la prima stagione da capitano bianconero. Rientra così a pieno regime solo nel 1997/98 e la prima giornata di campionato, ironia della sorte, lo vede affrontare al Delle Alpi proprio il Lecce di Prandelli. La partita è sofferta, Pippo Inzaghi la sblocca solo a 5 minuti dal termine. Nel quarto e ultimo minuto di recupero, però, Zidane scodella un cross sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Conte incorna di testa e segna. La sua esultanza è irrefrenabile: una corsa infinita a braccia protese che si conclude in ginocchio davanti alla bandierina. Conte non è un semplice ex, è un figlio del Salento, ma la gioia per aver nuovamente superato un incubo lungo due stagioni, proprio come dieci anni prima nel Lecce, lo acceca al punto tale da non curarsi di ferire i sentimenti dei suoi conterranei dopo un gol, di fatto, inutile ai fini del risultato. Un peccato veniale, umanamente comprensibile, ma che segna l’inizio di una frattura che si rivelerà insanabile con la sua terra natia. Era un torrido pomeriggio d’agosto del 1997, ma per molti salentini davanti alla tv diventerà improvvisamente glaciale.

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Conte sfoga la sua gioia per il post-infortunio dopo un gol inutile al 94° contro il Lecce

Il “bentornato” del Via Del Mare

Conte non ebbe subito la percezione di aver dato, più o meno involontariamente, una coltellata tanto che le spiegazioni di rito arriveranno sbrigative e raffazzonate solo qualche giorno dopo, a polverone ormai alzatosi. A febbraio la Juve è di scena al Via del Mare per la gara di ritorno e l’atmosfera per Conte è tutt’altro che accogliente: lo stadio si divide tra chi lo applaude e chi lo becca per tutta la gara. E quando Giuseppe Giannini lo azzoppa con un fallaccio, meritandosi il rosso di Collina, in molti quasi lo ringraziano come se al posto suo avrebbero fatto altrettanto. Pochi minuti dopo, la traversa gli nega il gol lasciando tutti col dubbio: avrebbe esultato o no? Un dubbio che non si scioglie nemmeno quando, due stagioni dopo, Conte ritorna a Lecce con la Juve di Ancelotti, che finirà strapazzata dai gol di Lima e Conticchio. Sull’1-0, però, Conte ha la chance di pareggiare solo davanti a Chimenti, ma appena tocca palla viene letteralmente travolto dal boato assordante del pubblico giallorosso e spreca malamente sul fondo nel giubilo generale. L’astio verso di lui è ormai conclamato ma Conte non ci sta, crede di non meritarlo e cova risentimento, sebbene in sala stampa riesca a dribblare l’argomento. Ma il suo volto rabbuiato oltre la sconfitta vale più di mille discorsi.

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Conte sostiene di non aver voluto mai mancare di rispetto al Lecce

Redenzione mancata

Il rapporto tra Conte e Lecce vivrà fra l’indifferenza fino alla fine della sua carriera. Prima di appendere le scarpe al chiodo nel 2004, però, è stato a un passo dal vestire nuovamente la maglia giallorossa a 35 anni, tentato dalla corte spietata di Pantaleo Corvino. Sarebbe potuto essere un lieto fine? Non lo sapremo mai. Fatto sta che l’avversione dimostratagli dall’ambiente negli anni unito alla presenza in panchina di un certo Zdenek Zeman, grande accusatore suo e di tutta la Juve negli anni dello scandalo doping, non hanno di certo contribuito al ritorno del figliol prodigo. Che spiegherà la sua scelta così: “Grazie a Lecce e al Salento, sempre nel mio cuore, ma se voglio fare l’allenatore questo è il momento giusto per cercare di imparare qualcosa. Purtroppo le scelte di vita non sempre riescono a far coincidere tutti i sentimenti. Un’ultima frase che ai leccesi è sembrata molto più sincera rispetto alla prima, specialmente ripensando a quella famosa esultanza. Ma che, col senno di poi, appare come il presagio di quella che sarà da lì in poi la bussola ideologica dell’uomo Conte, sempre orientata verso scelte strategiche sul piano professionale piuttosto che accomodanti verso gli affetti.

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Conte mantiene sempre fede al suo professionismo evitando chirurgicamente di parlare del suo rapporto complicato con i leccesi

Marchio d’infamia

La carriera di Conte allenatore, infatti, non parte proprio sotto una buona stella, nel tourbillon che lo vede alternarsi a Maurizio Sarri sulla panchina del poi retrocesso Arezzo. Panchina che non assapora al Via del Mare poiché squalificato. Ma è proprio grazie al Lecce che l’allenatore salentino avrà l’occasione della vita. I giallorossi di Papadopulo, infatti, mettono sotto l’albero di Natale 2007 una stratosferica vittoria nel derby col Bari: 0-4 al San Nicola ed inevitabile esonero per Beppe Materazzi. Al suo posto, tra l’incredulità generale, viene chiamato il leccese Conte. La reazione nella città del Barocco è veemente. Per una piccola piazza come Lecce, abituata a lottare per piccoli traguardi e lontana dai grandi centri calcistici, l’amore e il rispetto per la maglia e la terra che rappresenta vengono prima di qualsivoglia risultato sportivo. Una scala di valori sicuramente incomprensibile per chi è abituato a sentirsi ripetere che “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, ma che a Lecce non ammette deroghe. E se l’esultanza con la Juve poteva anche essere considerata una colpa puramente istintiva e lavabile dal tempo, accettare la panchina dei rivali di sempre del Bari è stato per Conte un peccato mortale, definitivo, irreparabile. Da un punto di vista banalmente razionale, il professionista ha avuto la meglio sull’uomo, la carriera sulle radici, così come avviene per tantissime altre persone ogni giorno in ogni parte del mondo. Ma il calcio, si sa, è un gioco tremendamente serio e da quel giorno per i leccesi Antonio Conte non è più stato soltanto un figlio ingrato, ma è divenuto per sempre un rinnegato. Anzi, il rinnegato per eccellenza: il parente fedifrago di cui verranno per sempre tolte le foto dall’album di famiglia.
La beffarda sceneggiatura di questo film prevede che, nel derby di ritorno al Via Del Mare, il Bari vendichi quello 0-4 vincendo 1-2 con Conte in panchina, mandando in fumo i sogni di promozione diretta del Lecce, che conquisterà comunque la Serie A ai playoff. Era il Bari dei vari Gillet, Stellini, Belmonte, Masiello, Lanzafame, tutti a vario titolo poi coinvolti nello scandalo calcio-scommesse tra Bari e Siena proprio insieme a Conte, che però ne uscirà assolto seppur squalificato dalla giustizia sportiva per 4 mesi nel 2012 per omessa denuncia.

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Antonio Conte al Bari: la goccia che fa traboccare il vaso

Quel pasticciaccio brutto di Spiaggiabella

È in questo periodo che il termometro del contrasto tra Conte e Lecce segna la temperatura maggiore. Estate 2008. Nel capoluogo salentino circolano volantini fotocopiati raffiguranti una finta carta d’identità di Antonio Conte con il luogo di nascita Lecce sbarrato e sostituito a penna con Bari. Conte è ancora agli albori della sua carriera da tecnico e probabilmente non ha ben compreso la pesantezza del clima che si respira nei suoi confronti in Salento. Nè il suo entourage è forse in grado di ben consigliarlo. Fatto sta che pensa bene di potersi presentare come se nulla fosse a un memorial di calcetto presso la marina leccese di Spiaggiabella. Ad attenderlo ci sono tre energumeni armati di mazze e spranghe che mettono in scena una caccia all’uomo degna del peggior c-movie americano inseguendolo dai campetti fin sotto casa sua, dove sfogano la loro ira sulle auto parcheggiate e tutto ciò che le circondasse. Un episodio violento, increscioso e fortunatamente isolato che ha tradotto nel peggior modo possibile quell’atmosfera di livore atroce che circondava l’aura di Conte in Salento.

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L’opportunismo di Conte non lo ha mai reso simpatico

Otto anni agli antipodi

Nel frattempo la carriera di Conte come allenatore decolla: porta il Bari in A, l’incidente di percorso all’Atalanta e poi subito il trionfo a Siena, prima di approdare sulla panchina della Juve coronando una lunga storia d’amore. Alla 17° d’andata, nel match susseguente la sosta natalizia, è previsto il suo ennesimo ritorno a Lecce da avversario. L’accoglienza del Via Del Mare, però, stavolta è gelida e non solo per il nevischio in campo: la contestazione contro il caro biglietti ha la priorità, ammutolisce la Nord e lascia spazio alla marea ospite juventina che ha anch’essa il proprio “mercenario” con cui prendersela: Borriello. Da quel giorno sono passati otto lunghi anni, in cui nel frattempo le strade di Conte e del Lecce hanno preso direzioni opposte: il primo divenuto tecnico di fama internazionale mentre il team giallorosso sprofondava negli abissi della Serie C a causa della presunta combine nel derby Bari-Lecce “autografato” dal reo confesso Masiello. Otto anni in cui nemmeno la nomina a commissario tecnico della Nazionale è riuscita a sanare una ferita ormai divenuta cicatrice indelebile sulla pelle dei tifosi giallorossi. E a nulla è servito il tentativo riappacificatore degli allora sindaco e presidente della Provincia di Lecce, se non a far perdere loro le elezioni alla consultazione successiva.

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Ancora dichiarazioni d’amore verso il Salento alla vigilia di Lecce-Inter del 2020

Ci risiamo

Nel 2019, con il Lecce finalmente di nuovo in Serie A grazie al doppio salto ad opera di Liverani, il Salento saluta con entusiasmo il ritorno nel calcio che conta e attende l’uscita dei calendari per sapere quando affronterà il rinnegato Conte e l’odiato Masiello. Nel frattempo, infatti, Conte ha dato nuovamente prova del proprio cinismo accettando l’offerta dell’Inter e facendo letteralmente imbufalire i tifosi della Juve, tanto da chiedere addirittura la rimozione della stella a lui dedicata allo Juventus Stadium. Fato vuole che Inter-Lecce si giochi già alla prima giornata. Una partita dal risultato già scritto e che infatti finirà 4-0 per i meneghini, ma gli occhi dei supporter salentini sono tutti rivolti verso la panchina nerazzurra. E lo show non si fa attendere. Al gol di Brozovic che sblocca la partita, infatti, Conte si lascia andare in una delle sue ormai celebri esultanze da uomo di campo che vive la partita in maniera totale insieme ai suoi giocatori. Quale che sia l’avversario che abbia di fronte. Ma a questo, ormai, i tifosi leccesi sono ben abituati e non si aspettano nulla di diverso. E anzi, le dichiarazioni al miele verso la città nel pre e post partita suonano false e retoriche come quelle del 1997 e del 2004. 

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Ancora un’esultanza smodata di Conte contro il Lecce

E oggi?

Alla vigilia del match di ritorno tra Lecce e Inter in programma domenica 19 gennaio 2020, Conte subisce un’ammonizione contro l’Atalanta e nel capoluogo salentino si diffonde subito la fake news: si è fatto squalificare per non presenziare al Via del Mare. In realtà il mister nerazzurro è semplicemente entrato in diffida e non salterà l’incontro con i colori giallorossi che manca da 8 anni. Non è dato sapere quale sarà l’accoglienza a lui riservata, se fischi, insulti, cori o indifferenza, dopo le solite frasi di facciata sull’amore verso Lecce e il Salento, quasi un goffo tentativo di seminare prove di riabilitazione qua e là da esibire al momento della pensione. Quel che è certo è che Antonio Conte è un professionista globale, un uomo-azienda che ogni imprenditore vorrebbe avere al suo fianco, dalla leadership suprema unicamente focalizzata sull’obiettivo. Che è vincere, sempre, ad ogni costo. E il prezzo che ha pagato per diventare il manager che è oggi è stato salato, poiché rinunciare alle proprie radici deve essere un sacrificio enorme, persino per lui, quasi più robot che essere umano. Ma Conte è così, prendere o lasciare. I leccesi hanno già scelto. A tutti gli altri la libera scelta se amarlo o odiarlo.

Antonio Conte storia Lecce Inter Juventus Bari

Il 19 gennaio 2020 si scriverà un nuovo capitolo della storia tra Antonio Conte e il Lecce


 

Luca Brindisino, leccese classe '84, da grande vuole fare il calciatore ed esultare con l'indice al cielo correndo sotto la Nord, come Pasculli. Nella vita reale è copywriter, consulente in comunicazione e papà di Tommaso. In quella parallela, Mr Green è autore e conduttore radiofonico, giornalista sportivo e disc-jockey. Biografia e curriculum integrali li trovate su www.pennaverde.it. Si definisce "portatore malato di calcio sano", è convinto che non ci sia situazione nella vita che non si possa spiegare con una metafora calcistica.