Interventi a gamba tesa

Benedizioni nascoste


Anche i momenti peggiori possono nascondere in sé insegnamenti e opportunità di crescere. È quanto hanno appreso sulla propria pelle Roma, Napoli e Chelsea che sono riuscite ad uscire più forti da situazioni sfavorevoli


La lingua inglese è piena di modi di dire accattivanti. Uno di questi recita “a blessing in disguise”, ovvero una benedizione mascherata, celata: un ossimoro. Renderne il senso in italiano è, come spesso succede, complicato o quantomeno parziale. Si perde sempre qualche sfumatura. La traduzione migliore la si ha forse adoperando un altro modo di dire, questa volta tutto nostro: “si chiude una porta, si apre un portone”. È questo quanto succede spesso nella vita e nel calcio, che a volte è una metafora della vita.

Fonseca: il non-erede di Zeman

È successo quest’anno a Roma, alla squadra di Paulo Fonseca. Un nuovo allenatore in un ambiente reso ostile dall’assenza di risultati negli ultimi anni e agli addii dolorosi di due totem come Totti e De Rossi. L’estate vola via quasi indolore; i giocatori sacrificati all’altare del dio bilancio sono pochi, i nuovi arrivi promettenti e i campioni rimasti sembrano rivitalizzati e pronti a sposare in toto la causa.

Le premesse ci sono tutte e gli inizi lasciano ben sperare. La Roma gioca bene e lascia intravedere ampi margini di miglioramento, ma il nemico è alle porte, un nemico subdolo, che già aveva fatto capolino durante la preparazione estiva. A mettere il bastone tra le ruote dei giallorossi sono gli infortuni. Una sequela di infortuni senza precedenti. In due mesi vanno fuori causa Perotti, Zappacosta, Under, Pellegrini, Mkhitaryan, Diawara, Cristante e Kalinic. Problemi traumatici, muscolari, di tutto e di più. Sembrerebbe una maledizione, ma ecco che la fortuna, la bravura, la prontezza o chissà cos’altro la trasforma in benedizione. Fonseca non ha più centrocampisti, il reparto più martoriato tra i suoi, e allora, un po’ per necessità, un po’ memore delle sue esperienze in passato in quel ruolo, si reinventa mediano Gianluca Mancini, di professione difensore, che da quelle parti bazzicava giusto ad inizio carriera. L’ex atalantino risponde presente e inanella una serie di prestazioni sorprendenti; la sua presenza in mezzo al campo garantisce equilibrio ai suoi, copertura, ma senza lenirne le opportunità offensive. La Roma inizia ad accumulare vittorie, portandosi a casa anche scalpi importanti come quello del Napoli. Fonseca ha saputo far propria questa sventura e capovolgerla in una situazione propizia che ha posto le basi per una Roma nuova, più convinta del suo valore, una virtù che resta anche ora, terminata la penuria in mezzo al campo e con Mancini tornato al suo posto al centro della difesa.

La genesi di Ciro Mertens

Proprio al già citato Napoli è forse occorsa la più clamorosa delle benedizioni nascoste. Siamo all’estate del 2016, la squadra di Sarri deve salutare Gonzalo Higuain, capace di realizzare nella passata stagione 36 gol in un campionato e che, sotto pagamento della clausola, si è accasato alla Juve. Dopo due mesi spesi a cercarne il sostituto, Sarri ha due opzioni: Manolo Gabbiadini e Arek Milik, appena arrivato dall’Ajax. Il momento di svolta arriva nell’ottobre 2016 quando Milik, già autore di tre doppiette, patisce il primo dei tanti infortuni della sua avventura italiana. Il Napoli si trova improvvisamente spuntato e il mercato di gennaio (nel quale arriverà Pavoletti, a cui mai verrà data occasione di dimostrare il suo valore in azzurro) è ancora parecchio distante; tocca a Sarri cambiare le carte in tavola. Il tecnico toscano prova Gabbiadini, cerca di spronarlo a fare meglio ma l’ex Samp sembra non persuaderlo; la soluzione allora è l’attacco dei piccoletti con Insigne e Callejon ai lati della punta, Dries Mertens. Il belga fino a quel momento ha convinto a tratti, nonostante le sue qualità siano cristalline: salta l’uomo con regolarità, dà continui strappi alla manovra, vede la porta, insomma è un ottimo dodicesimo uomo. Sì perché, nel 433 sarriano, Insigne, che si muove nelle sue stesse zone, è intoccabile e, quando anche viene concessa qualche chance da titolare all’ex Psv, i risultati stentano ad arrivare; il belga sembra sempre più un giocatore da ultimi 30 minuti, quello che metti quando annaspi e hai bisogno di vitalità, quello da sfruttare contro difese già con la spia della stanchezza accesa sul cruscotto.

Ma a mali estremi, estremi rimedi e quindi Mertens vince il casting da prima punta organizzato a Castel Volturno e inizia ad accumulare minuti in un ruolo nuovo. Qualche partita di adattamento e poi l’esplosione, complice un 5 – 0 a Cagliari. I risultati di quella scelta sono sotto gli occhi di tutti, la carriera di Mertens subisce un’impennata imprevedibile. Sette anni dopo, il belga è a una manciata di gol dal diventare il miglior marcatore della storia del Napoli. È diventato un simbolo di Napoli e della napoletanità, un ragazzo adottato da una città che lo venera e ne loda l’atteggiamento e la devozione alla maglia.

Tutto ciò non sarebbe successo senza quell’infortunio, che poteva mettere fine a un ciclo che invece stava per vivere alcune delle sue migliori notti, e senza quella scelta di Sarri. Fortuna e competenza, è così che si indirizzano per il meglio questi momenti alla Sliding Doors.

Da Londra a Londra passando per Derby: la parabola di Frank Lampard

A volte però le maledizioni non sono inaspettate o frutto di sfortuna, a volte le si può prevedere e programmare. Può capitare che una società faccia mosse sbagliate in tempo di mercato e che fiuti intorno a sé l’arrivo di punizioni. È quello che è successo al Chelsea che ad inizio anno si vede sanzionare per irregolarità nel trasferimento e nella registrazione di alcuni calciatori minorenni, con due finestre di calciomercato da passare a guardare gli altri rinforzarsi senza poter muovere un dito. Uno smacco non da poco per una società che è tornata ai fasti di un tempo proprio grazie alle folli spese di Roman Abramovich all’inizio del millennio.

Già da qualche anno però i Blues avevano iniziato a cambiare la propria filosofia, a finanziare sempre più pesantemente il settore giovanile, da sempre uno dei più floridi del Regno unito, e a spendere meno per comprare i campioni già affermati, preferendo formarseli da sé. Fine lodevole ma realizzazione complicata per una squadra che deve competere ai massimi livelli e non può aspettare la fioritura dei propri ragazzi ma deve puntare sull’usato sicuro. I tanti ottimi prospetti invece vengono girati a squadre di tutto il mondo perché maturino sul campo (è nota la storia del gruppo Whatsapp composto da tutti i giovani ragazzi in prestito dal Chelsea in giro per il globo).

Dopo la scure della sentenza, i londinesi hanno solo pochi mesi per prepararsi al meglio al lungo letargo. La prima mossa è prendere Pulisic, giovane sì ma già pronto a prendere sulle sue spalle l’eredità di Hazard, promesso sposo del Real Madrid. Tutto il resto però è da decidere. Per i tifosi si respira aria di smobilitazione, di ridimensionamento; per una società all’avanguardia come il Chelsea, però, crisi significa opportunità e la sentenza diventa una benedizione. Parte infatti un nuovo progetto, quasi visionario. Conclusa, e con la vittoria dell’Europa League, l’avventura di Sarri sulla loro panchina, i blues richiamano a Stamford Bridge una leggenda, quel Frank Lampard che detiene ancora oggi il record di marcature coi londinesi (211). Il giovane allenatore era stato mandato in precedenza a farsi le ossa in Championship, al Derby County con Mount e Tomori, rispettivamente classe 99 e 97, prodotti del vivaio del Chelsea. Qui, con un gioco divertente e votato all’attacco, aveva convinto tutti e portato i suoi a una partita dalla promozione in Premier, sfumata nel match con l’Aston Villa guidata dal giovane bomber Abraham, altro 97 dei Blues. Nell’estate dunque Lampard torna a casa portando con sé i ragazzi, con i quali l’intesa ormai è massima e a questi si aggiungono Hudson Odoi, Loftus-Ceek e James. L’ex centrocampista si trova dunque a lavorare con giocatori giovani, affamati, che conosce bene e che lo venerano per il campione che è stato fino a pochi anni fa e li affianca a un gruppo di giocatori già affermati come Azpilicueta, Jorginho, Wilian, Kepa e Kante.

Dal cocktail esce fuori una squadra moderna, frizzante che segna a grappoli, soprattutto con Abraham, già in doppia cifra in Premier, e stupisce. Concetti di gioco offensivi, spensieratezza, certo, alcuni errori difensivi che sono valse rimonte subite, ma tanti risultati. In quello che per molti doveva essere un anno di transizione, la squadra di Lampard è tornata nelle top four del campionato più competitivo al mondo, ha superato il suo girone di Champions buttando fuori nientemeno che l’Ajax e attira gli sguardi degli appassionati di tutto il mondo. Una scelta programmata che si è rivelata un successo su tutti i fronti. I ragazzi di Lampard sono già stati tutti convocati da Southgate in Nazionale e rappresentano il meglio di una generazione che sembra davvero possa far tornare i tre leoni sul tetto del mondo. Degli ultimi 21 esordienti in Nazionale ben 9 sono cresciuti a Cobham, l’avveniristico centro allenamenti del Chelsea dove lavorano anche i giovani.

Anche quando le condizioni sembrano avverse si può e si deve lavorare per il miglioramento dei propri giocatori per porre le basi dei futuri successi. Queste sono solo alcune tra le tante volte in cui situazioni sfavorevoli sono state trasformate in benedizioni, non è un percorso facile, serve convinzione, fiducia, abilità e un pizzico di fortuna ma le storie recenti di Roma, Napoli e Chelsea dimostrano che sia possibile e devono far da monito a tutte le altre società. Piangersi addosso non porta a nulla.


 

Napoletano adottato da Milano, sogno fin da piccolo di fare il giornalista sportivo. O meglio da quando ho capito che di talento per fare il calciatore ne avevo poco. Seguo tanti, troppi sport e dormo in pantaloncini da gioco perché come diceva Rasheed Wallace, "you never know if a game breaks out".