Interventi a gamba tesa

Quanto Sarri c’è nella nuova Juventus?


Una rivoluzione paziente, fatta di piccole cose e fondata sulla qualità. Questo è il Sarri 2.0 dopo sei mesi di Juventus.


Era il 20 giugno quando, in ciabatte e costume ancora provati dai mojito del chiringuito di fiducia, ascoltavamo le prime parole di Maurizio Sarri da nuovo allenatore della Juventus. Si apriva così un’estate di chiacchiere e fantasticherie al bar dello sport o sotto l’ombrellone rispetto a quanto aspettarsi dai bianconeri nelle mani di un’allenatore considerato agli antipodi rispetto al proprio pluriscudettato predecessore.

Gli juventini amanti dell’estetica, nonostante il mancato arrivo di Guardiola e del suo tiki taka, vedevano nel piano B Sarri comunque una possibilità per apprezzare finalmente anche in zona Torino un’idea di calcio che potesse esaltare tutta la qualità della rosa bianconera vogliosi di verticalizzazioni e calcio spettacolo, pronti ad accettare anche di concedere qualcosa in più in fase difensiva, pur di candidarsi in maniera forte e convinta per la prestigiosissima Coppa bel gioco oltre che per trofei minori quali Serie A e Champions League.

I più cinici e affezionati al motto simbolo delle vittori e della filosofia juventina palesavano già tutta la loro preoccupazione per quello che sarebbe potuto essere un anno di transizione, tra smantellamento di quello che fu e ricostruzione della nuova Juve. La prospettiva buia e malinconica per questi tifosi era presto detta: prestazioni altalenanti, zero tituli in bacheca e dulcis in fundo, in un vero e proprio climax di sfighe degne del ragioniere più famoso d’Italia, il ritorno dello scudetto nella Milano nerazzura per opera dell’amato-odiato ex Conte.

Sarri you’re welcome ma non troppo

Per buona pace di entrambi i partiti e di tutti i tifosi bianconeri la Juventus vista fino a fine novembre è invece pienamente nel viaggio che la potrebbe portare ad essere un intrigante prodotto dell’inaspettato incontro di due filosofie fino ad oggi ritenute distanti e inconciliabili. Posizione di (quasi) vetta in classifica e qualificazione agli ottavi da prima del girone con un turno di anticipo in Champions dimostrano la bontà di un percorso che non deve arrestarsi adagiandosi sugli stessi risultati che lo stanno legittimando. Deve invece continuare con ancor più verve e continuità nelle prestazioni, soprattutto in quelle partite dove la motivazione non viene dalla gara, come può accadere nelle serate di metà settimana in giro per l’Europa, ma va trovata in qualcosa che si è costruito nel tempo. Su questo è evidente che Sarri e il gruppo dovranno lavorare e non poco perchè lasciare punti con le provinciali non può diventare abitudine di chi ha come obiettivo vincere tutto.

Allo stato dell’arte dunque la Juve appare ancora troppo allegriana nella testa, le 12 vittorie di misura su venti sfide ufficiali disputate con una spiccata propensione ad accendersi a fiammate ne sono la prova agli occhi di tutti. Allo stesso tempo dati e statistiche, forse più che l’osservazione, segnalano una squadra che nel gioco è sempre più nelle mani dell’attuale allenatore. Scendono ad esempio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente le palle lunghe a scavalcare il centrocampo e aumentano le uscite dal basso con coinvolgimento di terzini e mezz’ale.

La cautela della squadra nell’esprimere i nuovi concetti di gioco è la stessa che dimostra di avere anche Sarri il quale, nelle proprie dichiarazione, pare ben conscio del fatto che questa Juventus deve assolutamente crescere per continuità ed approccio alla gara perchè i tifosi possono accettare tutto, ma la pazza juve proprio no. C’è necessità inoltre di cercare di aumentare ancor più il livello di qualità e fluidità soprattutto nella trequarti offensiva così da far lievitare il numero delle palle goal create attraverso l’azione manovrata, tipica delle squadre di Maurizio. Al contrario fino ad ora i goal bianconeri dipendono, salvo rare occasioni, dagli spunti di qualità dei suoi migliori uomini offensivi che, Ronaldo a parte, sembrano intendersi a meraviglia. Questo non basta e Sarri lo sa ma intanto incassa quelle vittorie che mettono il suo lavoro a riparo da critiche eccessive.

Combinazioni da tre punti

Ad oggi dunque lampi di sarrismo si alternano ancora ad un modo di giocare e pensare la partita che ricordano tanto la Juventus gestione Allegri. Se le partite con Napoli e Inter sono infatti il più fulgido manifesto della filosofia dell’allenatore fiesolano in bianconero, con uscite palla al piedi dalla difesa alla trequarti e qualità nelle verticalizzazioni, allo stesso modo va sottolineato come il derby di Torino così come le vittorie con Bologna e Genoa ricordano il passato, scialbo nel modo di giocare e riassunte troppo spesso con il famoso fiuuu.

La Juventus di Max era infatti squadra fortemente legata all’autostima e alla solidità della struttura difensiva che la rendevano in ogni momento conscia di poter girare a proprio favore la partita con un solo lampo di gioco, anche in partite dove di gioco se ne vedeva ben poco. Questo perché quando hai una qualità dei singoli nettamente superiore basta creare determinate situazioni per essere vincenti e di ciò la Juventus era fin troppo conscia. Sicchè si è dovuti arrivare a soccombere proprio sotto le insidie della gestione spasmodica della partita quando l’Atalanta del Gasp e l’Ajax dei giovani terribili hanno di fatto sancito il termine dell’avventura di Allegri in bianconero.

Sarri si ritrova quindi al timone della Juventus nel momento perfetto per chi si porta dietro l’etichetta di rivoluzionario ma decide, viste anche determinate scelte di mercato del club, di svestire i panni del picconatore e di vestire i panni del fine restauratore. Non sceglie di ribaltare l’ambiente portando le innovazioni che molti si sarebbero aspettati, piuttosto sceglie di ripartire dalla forza mentale della rosa a disposizione su cui sapientemente innesta pian piano alcuni dei suoi credo calcistici. Una rivoluzione paziente, fatta di piccole cose e fondata sulla qualità. Questo è il Sarri 2.0 dopo sei mesi di Juve.

A livello tecnico una chiara evidenza della svolta sarriana è la valorizzazione del perno centrale del centrocampo, vero ispiratore della manovra e dei tempi del calcio di Sarri. Non a caso l’allenatore bianconero è riuscito ad esaltare prima Valdifiori in una dimensione anche superiore alle doti del ragazzo, a consacrare poi Jorginho a livello europeo e che sta garantendo a Pjanic nuova linfa grazie a maggiore libertà e più incisività nella metà campo offensiva rispetto agli anni precedenti in cui i compiti tattici difensivi ne limitavano determinate qualità.

Tutto ruota intorno a Miralem

Di pari passo al diverso ruolo del perno centrale va la nuova attitudine della squadra bianconera a uscire costantemente dal basso, sfruttando la qualità di palleggio di terzini come Cuadrado e Alex Sandro e chiamando ad un ruolo differente le due mezz’ali. Se queste con Allegri convogliavano la maggior parte dei propri sforzi in un lavoro prettamente organico di copertura del campo nelle due fasi, in cui spesso era Khedira ad attaccare la porta sulle iniziative degli avanti bianconeri e Matuidi a coprire gli spazi dovuti alla libertà tattica di Ronaldo, oggi si trovano nel ruolo di veri e propri tessitori del gioco. Anche per questo in un’ottica di maggiore fluidità di gioco non ci si stupirebbe di vedere più spesso titolari nel ruolo di mezz’ala giocatori come Bentancur e Rabiot che abbinano qualità di palleggio eccelse a ottime doti atletiche, sempre che il francese torni quello degli anni vissuti sotto la Tour Eiffel.

L’ armonia e la qualità di palleggio che nasce dal nuovo modo di impostare l’azione trova poi massima esaltazione nella trequarti offensiva. Osservando i dati delle partite di campionato sin qui disputate la Juve effettua più passaggi considerabili come potenzialmente pericolosi che nascono dal basso e arrivano tra i piedi di qualità dei vari Ramsey, Dybala e Bernardeschi dimostrando un progressivo abbandono dell’idea di allungare la palla sfruttando la fisicità di Mandzukic, passato da stakanovista a desaparecidos ben stipendiato.

Un ultimo tassello del sarrismo che si sta pian piano delineando, unico forse in aperta contrapposizione con il modo di gestire la rosa di Allegri, è la chiarissima scelta dei ruoli in campo e del modello tecnico-tattico di riferimento. Se infatti per Allegri i moduli erano una costrizione tattica al cazzeggio costruttivo per Sarri la disposizione in campo e la rotazione degli uomini sono un mantra difficilmente abbandonabile. E se quindi ci siamo già abituati a non vedere più esperimenti quali De Sciglio difensore centrale sempre più prenderemo confidenza con il vedere la squadra in campo con uno o al massimo due moduli di riferimento ben chiari e,se non con i titolarissimi, sicuramente con rotazioni molto studiate e rodate.

In conclusione ci dispiace dover comunicare agli haters di Sarri che questa Juventus non è ancorata ad Allegri. I cambiamenti, soprattutto dove si viene da tante vittorie, sono difficili da fare e se si pretende di agire oltre che a livello di campo anche sulla mentalità di campioni che, nella maggior parte dei casi, si sono affermati anche grazie al modo di gestire le partite e le persone del tanto bisfrattato allenatore livornese si rischia di fare una fine non troppo gloriosa. Ed è per questo che Maurizio si sta dimostrando sorprendentemente paziente nel proprio ruolo di restauratore di lusso e sta, con i giusti tempi, portando sempre più qualcosa di suo senza buttare quel che di buono c’era già. Chissà che non ne venga fuori qualcosa di veramente interessante, magari affermandosi lì dove il pluriscudettato predecessore non era riuscito a mettere la propria firma.


 

Rimini 10/11/1996. Laureando magistrale in Gestione d'Impresa in LUISS, l'unica cosa gestita fino ad ora è il budget da allocare tra i vari Sky, Dazn, Eleven Sport, stadi, scarpe da running, skipass, campi da tennis e calcetto per soddisfare una fame ancestrale ed insaziabile di Sport. Ex arbitro, sogna un calcio dove il direttore di gara non sia l'oggetto di sfogo di una società frustrata.