Interventi a gamba tesa

Crescere con Insigne


O di come è difficile essere profeta in patria.


Via la maschera. Sono compaesano di Insigne; ho passato serate e serate a poche centinaia di metri dalla via dove Lorenzo è nato e vissuto per anni con la sua famiglia. Me lo ricordo quando, con i suoi amici e la storica fidanzata Jenny, si sedeva nei tavolini all’aperto del bar più affollato del paese. Erano le estati nelle quali veniva prestato al Foggia, al Pescara e quella in cui si diceva fosse tornato a Napoli ma stavolta per restarci. E pochissimi gli si avvicinavano, quasi nessuno. Oggi una scena del genere sarebbe impensabile: il capitano del Napoli e il numero 10 della Nazionale sarebbe accerchiato da ragazzi ma di pacche sulle spalle ne riceverebbe ben poche.

In tutta onestà, Insigne non è perfetto, tutt’altro, la sua maturazione è stata complicata e ancora oggi, sebbene involontariamente, il suo body language, i suoi modi, risultano indisponenti. Probabilmente allora non credevamo in lui e oggi invece abbiamo smesso di crederci. D’altronde in quegli anni arrivava sì da caterve di gol segnati con Zeman, ma appunto erano gol segnati con il boemo. Quante volte il suo calcio ha creato fenomeni che poi, alla resa dei conti, si sono sciolti al Sole come le ali di cera di Icaro? E poi sarebbe arrivato al Napoli di Donadoni, che puntava su di lui, ma che dopo poche partite fu sostituito da Walter Mazzarri. E quando sarebbe tornato due anni più tardi Walter era ancora lì. Quante volte il tecnico di San Vincenzo ha fatto a meno dei suoi fedelissimi, dei suoi pretoriani per far giocare un giovane di belle speranze? Insomma avevamo tutti sottovalutato Insigne, per poi investirlo forse di responsabilità più grosse di lui.

I suoi inizi erano misti alle leggende, alle classiche storielle di paese. “Guarda quello è fortissimo, sfonderà, ne sono sicuro” e poi finisce sempre che resti lì, magari al bar (in queste storie di provincia il bar del paese c’entra sempre), a raccontare a tutti che se non fosse stato per quell’infortunio, per quella ragazza, se avessi avuto un’altra testa. Era un po’ quello che era successo al fratello maggiore di Insigne, Antonio, il primogenito di 4 ragazzi (Antonio, Lorenzo, Roberto e Marco) che, chi più, chi meno, col pallone si destreggiano bene. Antonio era per tanti più forte del fratello, però un infortunio lo ha costretto a una carriera tra Eccellenza e Promozione. Lorenzo invece ce l’ha fatta: da Frattamaggiore al mondo, con la maglia del Napoli e gli occhi di tutti sul suo destro pronto a calciare il pallone, a giro, come sempre. Eppure questo idillio sembra spezzato. Nell’autunno più surreale da anni a questa parte per i partenopei, Insigne è diventato il capro espiatorio, il deus ex machina dell’ammutinamento messo in atto dai giocatori contro la società, rea di volerli mandare in ritiro. Il capitano, novello Masaniello, ha dato il via a una spaccatura senza precedenti. Due fazioni: quelli pro giocatori, in verità talmente pochi da non riempire nemmeno uno dei settori del San Paolo, e quelli pro società. Da lì si è scatenata una valanga. Fischi, insulti, accuse alle famiglie per tutti, ma per Lorenzo di più. Uno scollamento totale, netto, chissà se definitivo, tra una città e un suo figlio.

Un rapporto strano quello tra Insigne e Napoli fatto di delusioni, come quando da ragazzino fu scartato dai grandi club come l’Inter per la sua statura, e di hype, coronato dalla fascia di capitano. Un amore tormentato scattato nelle calde notti d’estate. Un classico.

A Fratta d’estate un po’ ci si annoia quindi puntualmente tra giugno e luglio, nei tre o quattro campetti della zona, si organizzano dei tornei, nati appunto per far passare il tempo e divertirsi, ma che in realtà sono parecchio competitivi e affollati sia di ragazzi che giocano che di quelli che, facendo da spettatore, tentano di svoltare un mercoledì di metà giugno. Quando decide di partecipare Lorenzo, all’epoca neanche diciottenne, si gioca per il secondo posto. In un contesto come quello, il Magnifico ci sguazza. Entra nel campetto e annuncia ogni giocata, come al biliardo. Un po’ da sbruffone, innesta un continuo duello da Zorro e sergente García con il malcapitato portiere avversario.

Il carro dei sostenitori di Insigne stava partendo ma già da allora in molti erano pronti a scendere. Troppo basso, troppo debole, non ce la farà mai, d’altronde da queste parti nessuno ce la fa mai sul serio. Arriva l’esordio, a Livorno del 24 gennaio 2010, e nella sua prima vera stagione, qualche anno dopo, Lorenzo gioca 43 partite e segna 5 gol. Una buona prima stagione nulla da dire, anche se i fasti di Pescara, i 18 gol e il titolo di vicecapocannoniere sembravano lontani. In serie A però Insigne stentava a decollare, non era Lavezzi di cui doveva prendere il posto, sembrava più leggerino a ogni partita che giocava e, seppur volenteroso, sbagliava qualche gol di troppo davanti alla porta. Però si sbatteva, lottava con le unghie per dimostrare che lui era da Napoli, che lui era il futuro del Napoli. Ma per molti la sentenza era stata pronunciata: venderlo, all’estero possibilmente, un leit motiv che ancora oggi lo accompagna. I tifosi sono, in quanto tali, irrazionali e quelli napoletani veraci (termine che si usa solo per i tifosi partenopei ma tant’è) non fanno eccezione. Quando non giocava, ne invocavano l’entrata in campo, ma al primo pallone sbagliato piovevano le critiche, gli inviti a tornarsene a Fratta, a smettere. Totti, De Rossi, Insigne e tanti altri: un unico bersaglio sulla schiena, un unico fardello, come se sfogarsi su qualcuno più vicino a te possa portarti un qualche sollievo maggiore. È vero, non si può piacere a tutti e, paradossale che possa sembrare, soprattutto in casa tua. Credo che sia un po’ come un rapporto tra genitore e figlio. Spesso soprattutto i padri pungolano i ragazzi, li fanno sentire inadeguati, anche senza volerlo, ma poi guai se a criticarli sono altri, lì entra in azione un meccanismo di difesa.

Le sue doti erano, e sono, innegabili ma altrettanto lo erano, e sono, i suoi difetti. Limiti ormai conclamati di leadership e fisico ma che la nostra vicinanza, il fatto che, in quella via Rossini dove viveva, ci andasse a scuola tuo fratello o il tuo migliore amico, non faceva altro che ingigantire e moltiplicare, tanto da farci credere fossero insormontabili.

Il momento che Insigne vive oggi con il Napoli è ancora frutto di quella convinzione. Ciò che serve a lui quanto all’ambiente è analizzarlo senza prestrutture; criticarlo piuttosto quando ha un atteggiamento indolente, quando si incaponisce in soluzioni individuali, quando non accetta le decisioni dell’allenatore. Non farlo a priori, per partito preso.

Spetta a lui tornare il giocatore che era, il ragazzo affamato che ha spinto i suoi allenatori a credere in lui. Benitez e Sarri hanno galvanizzato Lorenzo, hanno attinto dalla sua grande disponibilità e umiltà e hanno svolto con lui un lavoro enorme, ora portato avanti da Ancelotti. Negli anni ha cambiato ruoli, rincorso terzini che attaccavano, si è accentrato, è diventato uomo, padre, ha preso fischi e ovazioni, si è rotto il crociato, ha provato migliaia di tiri alla Del Piero, il suo idolo da piccolo (erano anni complicati quelli per il Napoli tra fallimenti e serie B), cercato e trovato i tagli dietro al terzino avversario di Callejon. È diventato un giocatore di livello mondiale, uno che segna in Italia e in Europa, al Parma e al Sassuolo come al Liverpool e al City, al Bernabeu o al Parco dei Principi. È uno dei pilastri della Nazionale, un riferimento per i tanti giovani fatti entrare nel giro da Mancini durante il suo ciclo. Insomma non proprio l’ultimo della lista e, come i genitori che, ad un certo punto della vita, devono allentare le redini e lasciare che il loro figlio faccia da sé, magari sbagliando, così i tifosi del Napoli dovranno lasciare la presa su di lui, giudicarlo non più come uno di loro, ma come un professionista. L’unico modo per evitare la rottura di un rapporto appeso a un filo.


 

Napoletano adottato da Milano, sogno fin da piccolo di fare il giornalista sportivo. O meglio da quando ho capito che di talento per fare il calciatore ne avevo poco. Seguo tanti, troppi sport e dormo in pantaloncini da gioco perché come diceva Rasheed Wallace, "you never know if a game breaks out".