Interventi a gamba tesa

Allucinazioni collettive


Cinque giocatori che sembravano una cosa e si sono rivelati esserne poi un’altra


È il dieci settembre 2006. Prima giornata della serie A post Calciopoli; a San Siro c’è Milan Lazio. I rossoneri vanno avanti con Inzaghi e nel secondo tempo fanno esordire con il numero 7, l’erede designato di Shevchenko, Ricardo Oliveira. Il brasiliano arriva da esperienze molto positive in patria e in Spagna, anche se in molti hanno storto il naso all’annuncio del suo acquisto. Ancelotti comunque lo manda in campo e lui conquista tutti. Venti minuti dopo il suo ingresso, segna con un perentorio stacco di testa e, prima del fischio finale, il brasiliano dà un’altra dimostrazione di quello che i milanisti dovranno aspettarsi da lui per l’intera stagione: riceve palla a centrocampo, scatta come il miglior Kaka, che è lì al suo fianco e a stento tiene il passo, salta un uomo, si infila in mezzo ad altri due e si presenta davanti a Peruzzi che con un miracolo gli nega la doppietta e un gol epico. Sembra l’inizio di una lunga storia. Al novantesimo lo scettiscismo su di lui svanisce, salgono tutti sul carro di Ricardo, un carro destinato però a schiantarsi. Sì perché quell’esordio, che ancora è impresso nella mente di molti milanisti, resta l’unica reale traccia del suo passaggio al Diavolo, Oliveira infatti si ferma lì. Infortuni, poche presenze, una scintilla con società e staff tecnico che non scatta, fatto sta che il nuovo numero 7 gioca 37 partite con il Milan, segnando 5 gol, di cui due in Coppa Italia, e alla fine della stagione saluta tutti per tornare in Spagna. Ancora oggi in molti si chiedono se quello che hanno visto in un afoso pomeriggio di settembre sia stato realtà o solo un’allucinazione.

Sarebbe stato un gol sensazionale.

Con tempistiche dilatate, la situazione si sta un po’ rivivendo al Milan con questa volta un numero 9, Piatek. Il polacco arriva nella passata stagione al Genoa con la nomea di consumato bomber e parte a razzo. 19 gol in 21 partite, Krzysztof sembra un’ira di dio, un bomber affamato e letale, uno da Milan insomma. E i rossoneri infatti lo comprano a gennaio, affidandogli l’attacco per gli anni a venire. Piatek ancora una volta non stecca gli inizi e ripaga a suon di gol l’investimento, altri 11 gol, confermando le sue doti ma non persuadendo ancora tutti. In area di rigore è bravissimo, capisce prima degli altri le traiettorie del pallone, ha senso del gol, vede la porta ma quando la sua vena realizzativa è offuscata, i suoi limiti vengono tutti a galla, il suo apporto alla squadra è nullo. Si muove poco e male, non vuole il pallone, quasi nascondendosi, è svogliato, finisce troppo spesso in fuorigioco, crea poco per gli altri.  Nella stagione successiva e nel confuso Milan di Giampaolo, il polacco si perde, non segna più, se non dal dischetto, patisce critiche e ambiente e, per la prima volta, viene spedito in panchina. Una parabola discendente? Un classico “one season wonder?” Cos’è Piatek oggi? E soprattutto cosa sarà domani? La risposta sarà alla base del futuro del Milan: se Kris saprà destarsi da quest’empasse e dimostrare di non essere stato solo un abbaglio, i rossoneri potranno concentrarsi su altri reparti da migliorare e lasciare crescere un ragazzo che ha già fatto grandi cose ma che ha ancora 23 anni e una maturità calcistica ancora tutta da trovare. L’età è dalla sua, la voglia di sbattersi sembra esserci, starà a lui aiutare e farsi aiutare dagli altri 10 in campo con la maglia rossonera.

Chi sei tu Krzysztof?

A volte l’abbaglio è dettato anche da una sorta di hipsterismo che ha colto il nostro calcio da qualche anno, da mode passeggere e modelli che funzionano in certi tempi e contesti ma che necessariamente fanno fatica ad essere esportati altrove. È il caso dell’Empoli di Sarri, una squadra che per qualche anno ha fatto scoprire calciatori del sommerso del nostro calcio che hanno avuto alterne fortune. C’è stato un periodo in cui il calciatore italiano più conteso e ammirato è stato Valdifiori. Ottimo centrocampista dal piede raffinato, regista di quell’Empoli. La sua esplosione ha fatto riemergere i puristi del regista, quelli che credono sia imprescindibile avere uno che sventagli a destra e sinistra per avere una manovra di gioco accettabile. Lasciato l’Empoli, Valdifiori segue il suo maestro al Napoli e raggiunge anche la Nazionale giocando, da titolare, una gara contro l’Inghilterra. L’inizio di una carriera ad altissimi livelli per l’erede di Pirlo? No. Valdifiori giocherà pochissimo a Napoli (solo 16 partite), così come nelle sue tappe successive, il Torino e la sua attuale squadra, la Spal. Mirko resta un ottimo giocatore ma è stato travolto da un hype collettivo, forse ingiustificato, che probabilmente ha finito per danneggiarlo. I suoi limiti erano evidenti: lento, poco strutturato fisicamente, troppo poco per essere il regista titolare dell’Italia, un giocatore di sistema che si è esaltato in un quadro in cui tutto andava alla perfezione e ha sofferto quando poi è stato portato via da quelle certezze (la stessa cosa è capitata spesso ai giocatori dell’Atalanta quando, dal gioiellino della Dea di Gasperini, sono arrivati in contesti meno organizzati). La sua parabola è paragonabile a quella di un altro esponente del ruolo, quel Gaetano D’Agostino, scintillante all’Udinese, tanto che si dice fosse stato contattato addirittura dal Real Madrid, ma calato da lì in poi fino a concludere in modo deludente la sua carriera.

Gli errori di valutazione capitano non solo ai giocatori di talento ma anche a difensori e portieri. Un esempio è Murillo, colombiano arrivato all’Inter nel 2015. Un girone d’andata fantastico, una coppia, quella formata con Miranda, capace di subire solo 12 reti, l’inizio di un percorso che l’avrebbe trasformato in una bandiera nerazzurra. E invece il girone di ritorno è da incubo. Il colombiano accumula errori su errori, mostra lacune evidenti, è troppo irruente, si distrae, cerca sempre e solo l’anticipo, sbaglia la linea del fuorigioco, tutte disattenzioni che, nell’entusiasmo generale, erano passate in cavalleria. Una carriera ad alti e bassi, la sua, che l’ha portato quest’anno alla Samp, ma anche a Genova Murillo ha commesso troppi errori tanto da perdere ben presto il posto da titolare.

Una delle allucinazioni collettive più grandi resta però quella fornitaci da Simone Scuffet. Portiere che esordisce giovanissimo nello stupore generale: dimostra subito grande agilità, personalità, una innata capacità di gestire la porta e l’impatto in stadi storici, il cognome che finisce per consonante. Simone aveva tutte le stimmate dell’agognato nuovo Buffon, doveva essere lui l’ultimo frutto della famosa scuola italiana di portieri. Prestazioni come quella di San Siro contro l’Inter avevano fatto scattare gli allarmi di tutte le big che subito si erano fiondate sul futuro numero uno della Nazionale. Poi però il declino. Scuffet rinuncia alla proposta dell’Atletico Madrid (che di portieri ne capisce, vedasi Courtois e Oblak, tra i tanti), convinto che sia solo la prima di una lunga serie che riceverà, ma i fatti gli danno torto. Le sue prestazioni crollano, perde il posto da titolare con portieri con molto meno talento, commette papere inspiegabili, non sembra più il giovane che aveva conquistato tutti. L’Udinese allora lo cede prima al Como, poi al Kasimpaşa. Oggi è allo Spezia ma la sua traiettoria futura sembra ben lontana da quella che tutti avevano ipotizzato per lui.

Le sviste nel mondo del calcio capitano, riuscire a valutare il talento di un giocatore è complicato, specie se si tratta di un giovane alle prime armi; tante volte un giocatore ne diventa un altro se posto in contesti non adatti a lui o se si ferma il suo processo di maturazione. L’insegnamento però che si può trarre da queste 5 storie (solo 5 ma sarebbero potute essere centinaia) è quello di non sottovalutare mai l’importanza dell’analisi, dello scouting profondo che ogni buon dirigente deve fare prima di investire su un giocatore, capirne le virtù tecniche ma anche umane, non lasciarsi offuscare dalle emozioni, non lasciare che le proprie percezioni vengano alterate da fattori esterni, ma valutare serenamente e con giudizio un giocatore, evitando così di sprecare gli investimenti della propria società. Giocatori, allenatori, dirigenti e presidenti, tutti nel calcio sbagliano e alla fine vince chi sbaglia meno.


 

Napoletano adottato da Milano, sogno fin da piccolo di fare il giornalista sportivo. O meglio da quando ho capito che di talento per fare il calciatore ne avevo poco. Seguo tanti, troppi sport e dormo in pantaloncini da gioco perché come diceva Rasheed Wallace, "you never know if a game breaks out".