Interventi a gamba tesa

I dolori del vecchio Carletto


Cosa si può dire di questo primo anno e mezzo di Ancelotti nella Terra di Partenope?


Sono stato a Napoli una volta sola, una vita fa. Poche città però mi hanno risucchiato così al loro interno, facendomi girare nelle sue vie senza quasi accorgermene, buttandomi dentro bar dove il caffè è buonissimo e costa decisamente meno di quanto lo si paghi da me e trascinandomi in pizzerie dove la pizza ti sembra di non averla mai mangiata prima di quel momento.

Ricordo distintamente una scena di quei giorni: dalle parti di Piazza Tribunali, in una delle vie strette che da lì si dipanano, un capannello di giovanissimi si cimentava nella nobile e antica arte del calcio di strada. Sfruttando un muro laterale come sponda, i ragazzi giocavano senza soluzione di continuità, mischiando di tanto in tanto le squadre e non risparmiandosi nemmeno un decilitro di fiato. Li invidiavo molto, questi ragazzi. Da noi ormai era impossibile già da qualche anno pensare di poter giocare a calcio per strada, perfino nel mio quartiere, mezza città e mezza campagna, mentre lì, nel centro storico di una delle più grandi città italiane, loro erano per strada e la strada stessa era il loro campo.

Spettacolo (credits to Human of Naples)

In quei giorni napoletani capii che è davvero come la descrivono, la passione dei napoletani per il calcio. Non c’era bar nel quale s’entrasse, negozio di chicchessia, pizzeria o pasticceria nel quale non si sentisse parlare del Napoli e di quella stagione che da lì a poco sarebbe iniziata. Quello che ancora non vi ho detto è che quella non era una stagione qualunque per il Napoli. Era l’agosto 2005 e Napoli, il Napoli e la sua gente, non aspettavano di sapere la composizione del girone di Champions; non aspettavano nemmeno le date della doppia sfida con la Juventus; non organizzavano nemmeno la trasferta a Roma contro gli ex amici giallorossi. No, Napoli, il Napoli e i napoletani si apprestavano a giocare, di nuovo, in Serie C.

Eppure alla gente non interessava, si capiva che quello era finalmente l’anno giusto per tornare in B e da lì poi il salto in A sarebbe stata una pura formalità. In quei giorni i napoletani non avevano mai sentito parlare di Cavani e di Lavezzi, nemmeno di Hamsik. In quei giorni i napoletani confidavano in Gianluca Grava in difesa, in Mariano Bogliacino e capitan Francesco Montervino a centrocampo e in Emanuele Calaiò e Ruben “El Pampa” Sosa in attacco.

E i napoletani avevano ragione. La squadra agli ordini di mister Edy Reja partì fortissimo, subendo il primo goal in campionato solo alla quinta giornata, quando al ventiduesimo minuto Zizzari fece esplodere di gioia la curva di casa del Marcello Milani di Pistoia. La prima sconfitta arrivò il 2 dicembre a Perugia, seguita un mese e mezzo dopo da quella di Massa e due settimane più tardi da quella di Sassari e poi ancora da quella di Castellammare di Stabia. Era il 19 febbraio 2006 e da quel momento il Napoli non ne perse più e chiuse la stagione con il primo posto in classifica e il ritorno in Serie B.

Fu l’inizio del nuovo grande Napoli, che l’anno dopo salì in Serie A assieme a Genoa e Juventus. Da quella stagione in poi, gli ultimi anni del Napoli sono stati tutti in crescendo, con partecipazioni europee e ottimi piazzamenti in campionato. Piazzamenti che però, alla lunga, iniziano a non bastare più, né ai calciatori né ai tifosi, che vorrebbero rivedere campione l’amata maglia.

Due stagioni fa sembrava proprio che questo momento fosse arrivato: il colpo di testa di Koulibaly sul gong della sfida all’Allianz Stadium di Torino, fece credere davvero al Napoli e a Napoli di potercela fare, di riuscire a riportare il tricolore in Campania e di interrompere il filotto juventino. Fu una mera illusione che durò giusto una settimana. A Firenze la squadra di Sarri si sciolse come neve al sole, con lo stesso Koulibaly subito espulso per fallo da ultimo uomo e con i Viola che passeggiano sulle controfigure napoletane scese in campo quel giorno. E poi hai voglia Sarri ad attaccarti al fatto che la Juve avesse già giocato e che questo falserebbe il campionato. Quello che rimane è che i bianconeri vincono a San Siro e il Napoli cade al Franchi. Stop, fine del film e dei fuochi d’artificio. Fine anche del connubio Sarri-Napoli. Tre anni di amore profondo tra il tecnico toscano e la tifoseria partenopea, con la nascita del “Sarrismo-Gioia e rivoluzione”, con l’allenatore moderno guerrigliero pronto a sacrificarsi per la lotta antimperialista e la tifoseria, assieme alla squadra, pronta a seguirlo in ogni dove e in qualunque battaglia. Poi tutto è finito, con Sarri che parte per Londra e De Laurentiis che non lo rimpiange per nulla: troppo grande la personalità di Mister Sarri, talmente grande da offuscare quella del presidente. E allora via, l’uomo dei cinepanettoni si mette alla ricerca di un nuovo allenatore per il suo Napoli, e quella che all’inizio sembrerebbe solo una bella suggestione si tramuta in realtà: Carlo Ancelotti.

L’uomo dei trofei

Se uno, nei suoi primi tre anni di carriera da allenatore, riesce a ottenere una promozione in Serie A, un secondo e poi un quinto posto nella massima serie (alla guida del Reggiana per la promozione, sulla panchina del Parma nei due anni successivi) vuol dire che si è predestinati a diventare uno dei più grandi di sempre. Il passaggio alla Juve abbatte un po’ l’uomo di Reggiolo, che si rifà subito prendendo posto sulla panchina del Milan, col quale creerà un connubio vincente fino al 2009, portando nelle bacheche di Milanello, tra le altre coppe, anche due Champions League, le ultime due della storia dei rossoneri. Una volta lasciata la panchina del Diavolo, il vecchio Carletto non ha perso il vizio di vincere: doppietta FA Cup- Premier League con il Chelsea; Ligue 1 con il Paris Saint Germain; Champions League con il Real Madrid (la storica Decima per i Blancos) e Mondiale per club; Supercoppa di Germania e Bundesliga con il Bayern Monaco.

Quando viene ufficializzato al Napoli, Ancelotti fa parte della ristretta cerchia di allenatori in grado di vincere il campionato in quattro leghe differenti e a vincere la Champions League con due diverse squadre. Naturalmente a Napoli si sogna. Si pensa, a ragione, che De Laurentiis stia per allestire un super squadrone, pronto a vincere il campionato e a dare filo da torcere a tutti in Europa. L’entusiasmo durante l’estate fa dimenticare in fretta lo scudetto perso in albergo a Firenze il precedente aprile e tiene calma una tifoseria che non ha preso benissimo l’allontanamento di Sarri.

Attenti a quei due. O almeno così si pensava

I colpi però non arrivano. Lasciano Napoli Reina e Jorginho, con quest’ultimo che segue Sarri al Chelsea, e arrivano ai piedi del Vesuvio Meret e Ospina, a dividersi la titolarità tra i pali, Malcuit, Verdi, Younes e Fabian Ruiz, unico vero grande acquisto, nonostante non abbia raggiunto ancora la maturità calcistica piena. Che ne pensa Ancelotti di questo mercato? Non è dato saperlo. Mai si capisce se l’allenatore emiliano fosse consapevole già al momento della firma di questo tipo di campagna acquisti o se la cosa abbia sorpreso anche lui.

La prima parte di stagione si chiude con il Napoli a 44 punti (nove punti in meno della Juventus, che tiene un passo impressionante) e fuori dalla Champions League, eliminato a causa della differenza reti che premia il Liverpool, che cinque mesi dopo alzerà la coppa dalle grandi orecchie a Madrid. Ma, risultati a parte, ciò che fa storcere il naso ai tifosi, è il ben servito dato a Marek Hamsik, capitano, recordman di presenze e capocannoniere di sempre con la maglia azzurra, che a gennaio lascia la compagnia e si trasferisce in Cina, non essendo considerato pedina importante dal tecnico emiliano. Si sa però che per far accettare a chi ti segue scelte come questa, devi da subito portare a casa dei risultati e un grande nome che faccia dimenticare in fretta le lacrime versate al termine della sfida con la Sampdoria, l’ultima di Marekiaro con il suo Napoli. E invece no, non arriva né il grande colpo né il trofeo.

Il girone di ritorno non rimarrà negli annali delle stagioni più belle di sempre: nelle diciannove giornate il Napoli metterà assieme 35 punti, nove in meno di quelli assemblati all’andata e chiuderà la stagione con 79 punti al secondo posto, a meno undici dalla Vecchia Signora di Max Allegri e Cristiano Ronaldo. Nelle coppe poi le cose non vanno certo meglio. Detto dell’eliminazione immeritata dalla Champions, l’anno nuovo si apre con il Napoli subito eliminato, il 29 gennaio, dalla Coppa Italia per mano del Milan del pistolero Piatek, appena giunto all’ombra del Duomo per sostituire il deludente Higuain, andato ad infoltire la truppa di ex napoletani alla corte di Sarri a Londra. In Europa League arriva la tipica delusione riservata alle italiane da quando il trofeo ha assunto questo nome. Dopo i primi due turni a eliminazione diretta passati agevolmente, il primo vero ostacolo per Ancelotti e i suoi è l’Arsenal. E qui, l’Ancelotti di una volta, dava il meglio di se. Basti ricordarsi di quella doppia sfida con il Manchester United nel 2007, quando il suo Milan perse 3-2 a Old Trafford e poi strapazzò gli inglesi del Maestro Ferguson a San Siro, con Kakà e Seedorf che insegnarono calcio ai sudditi di sua Maestà e con Ancelotti che impostò una partita perfetta: 3-0 rossonero e via al turno successivo. E invece no, qui le cose ormai non girano più così. Sembrerebbe quasi che dopo aver portato a casa la Decima con il Real Madrid, Ancelotti si sia sentito arrivato, come se non ci fossero più sfide che lo stimolino. Per dirla fuori dai denti: da passione (ben pagata) la sua carriera d’allenatore è diventata un semplice lavoro (ben pagato), e se manca la passione i miracoli non avvengono. Il Napoli esce a testa bassa contro l’Arsenal, perdendo sia là che qua e dicendo addio ai sogni dei gloria. Il ritorno di quella sfida si è giocato il 18 aprile e da quel momento presidente e allenatore avrebbero avuto tutto il tempo per impostare nel migliore dei modi la stagione successiva, viste anche le voci che iniziavano a girare di un addio di Allegri dalla panchina bianconera, con la dirigenza juventina non ancora pronta con il sostituto.

Invece a Napoli sembra perdersi tempo, ci si muove con sufficienza e i colpi continuano a non arrivare. Solo quando la Juve ufficializza Maurizio Sarri, infierendo un colpo mortale a “Sarrismo- Gioia e rivoluzione” e alla stima dei napoletani e di tanti italiani anti-juventini verso l’allenatore aretino, che aveva legato i suoi modi burberi alla lotta antisistema, il Napoli sembra risvegliarsi dal torpore. Prima dell’annuncio di Sarri sulla panchina dello Stadium era già arrivata l’ufficialità della firma di Conte con l’Inter, con i nerazzuri che così tornavano a essere una pretendente al titolo andando a intaccare le certezze di secondo posto dei partenopei di Ancelotti. E come risponde il Napoli? Risponde spendendo soldi sul mercato, questo gli va riconosciuto. Arrivano Manolas (36 milioni alla Roma) e Lozano (42 milioni al PSV e acquisto più caro di sempre della storia del Napoli) e parte solo Raul Albiol dei titolari. L’idea di allenatore e presidente è quella di costruire una squadra vincente partendo dalla base solida della stagione precedente, con giocatori chiave come Insigne, Ruiz, Koulibaly, Allan e Mertens al centro del progetto. Ma che il Napoli possa lottare per lo scudetto è una mera illusione e lo si capisce subito. La sconfitta dello Stadium, seppur di misura e seppur avvenuta su autogol all’ultimo minuto, sottolinea ancora una volta quanto le idee di Ancelotti sulla formazione titolare siano dei punti interrogativi che chi lotta per il titolo non dovrebbe nemmeno conoscere. La sconfitta con il Cagliari – immeritata – fa precipitare il Napoli nel tunnel del mancato risultato, tanto che da quel momento arriveranno, in ordine: una vittoria con il Brescia, uno zero a zero con il Torino, una vittoria con il Verona, due pareggi con Spal e Atalanta, la sconfitta dell’Olimpico contro la Roma, lo zero a zero interno contro il Genoa e l’uno a uno di San Siro contro il Milan. In Europa le cose vanno un po’ meglio, ma comunque sotto le aspettative, con due vittorie (nelle due partite più difficili, con il Liverpool al San Paolo e con il Salisburgo fuori casa) e due pareggi (nelle due sfide più alla portata, con il Genk e di nuovo con il Salisburgo, a Napoli questa volta). In questo momento, dopo quattordici giornate di Serie A e quattro di Champions League, il Napoli ha raccolto 21 punti nella competizione nazionale e 8 in Europa. In classifica i partenopei sono settimi e in Champions sono secondi ma non ancora certi del passaggio del turno (ma basterà battere il Genk all’ultima giornata a Fuorigrotta). E poi arriva l’ammutinamento.

Gli ammutinati del Bounty

Fatemi dire comunque che questa storia dell’ammutinamento a un che di romantico e che faccio fatica, dato il mio modo di intendere il calcio, a non appoggiarlo. L’idea che ci siano ancora giocatori disposti ad alzare la testa e ribellarsi a una direttiva della società un po’ mi riappacifica con questo mondo sempre più materiale e sempre meno umano e umanizzato. Più o meno, da quello che è trapelato, le cose sono andate così: prima della sfida di ritorno con il Salisburgo, il presidente comunica a squadra e allenatore la decisione di mandare tutti in ritiro fino a dopo la sfida di campionato con il Genoa. La partita con gli austriaci si gioca, il Napoli non la vince (e questa mancanza di risultati è l’unico alibi che può avere il presidente De Laurentiis per sostenere le sue ragioni e dare addosso ai rivoltosi) e negli spogliatoi alcuni “senatori” comunicano ad Ancelotti (già critico sulla decisione della dirigenza nella conferenza stampa pre-match) la loro decisione di tornarsene a casa non rispettando la direttiva dirigenziale. A quel punto Ancelotti si trova spiazzato e non sa bene come comportarsi. Decide innanzitutto di non presentarsi ai microfoni del post-partita (giustamente, visto che dovrebbe comunicare al mondo la decisione dei suoi giocatori di rompere la direttiva aziendale) e poi parte con il suo staff in direzione Castelvolturno, sede del ritiro napoletano. Ritiro che, dati alla mano, rispettano solo Ancelotti e i suoi assistenti. Ma perché Ancelotti rispetta la decisione del presidente e si reca in ritiro nonostante la squadra non ci sia? Se, come detto dallo stesso allenatore in conferenza stampa, non condivideva la decisione della presidenza, per quale motivo non ha colto la palla al balzo dell’ammutinamento dei suoi per intraprendere una lotta frontale con De Laurentiis e portare avanti le ragioni di un gruppo che, nonostante i risultati non esaltanti fino a questo momento portati a casa, non ha mai mostrato segni di disaffezione verso il tecnico reggiano? Cosa cerca davvero Ancelotti in questa sua esperienza partenopea? Solo soldi (che sarebbe comunque una scelta rispettabilissima, visto che viene pagato per quello) oppure anche altro? Ma se cercasse anche altro allora, situazioni come questa dell’ammutinamento dovrebbero essere gestite in modo diverso. Per lo stesso presidente intraprendere una battaglia contro i suoi tesserati sarebbe più difficile se dall’altra parte della barricata ci fosse anche l’allenatore. Così invece, con questa ambiguità, Ancelotti rischia comunque di essere scaricato dal presidente e di perdere la fiducia di alcuni senatori della squadra.

Bilancio Ancelottiano

A questo punto perciò che dire di questo primo anno e mezzo di Ancelotti nella Terra di Partenope? Non si può dire un gran bene purtroppo. Venne chiamato per andare a infoltire la bacheca dei trofei degli azzurri e fino a questo momento non c’è andato nemmeno vicino. In Europa ha deluso meno, dove comunque portare a casa un trofeo rimane impossibile, ma è nei confini nazionali che sta mancando la mano dell’allenatore. Portare a casa almeno la Coppa Italia deve essere l’obiettivo minimo di questa stagione, a cui va aggiunto un piazzamento tra le prime quattro in campionato e magari un approdo ai quarti di finale di Champions. Ecco, questo insieme di risultati farebbe tornare in positivo il bilancio complessivo dell’esperienza napoletana di Carletto. Ma senza questi, sarebbe meglio a fine stagione salutarsi e fare finta di non essersi mai incontrati.


 

Libraio e appassionato di calcio. Vive in Serie C da quando è nato ed è ormai rassegnato a rimanerci in eterno. Ha pubblicato due libri e non vorrebbe fermarsi.