Interventi a gamba tesa

Crisi Napoli: cosa non va negli azzurri?

FERRARA, ITALY – OCTOBER 27: Players of SSC Napoli look diasappointed during the Serie A match between SPAL and SSC Napoli at Stadio Paolo Mazza on October 27, 2019 in Ferrara, Italy. (Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images)


La squadra partenopea, da anni seconda forza del calcio italiano, rappresenta certamente la più grande delusione di questo avvio di Serie A 2019-2020. Proviamo quindi a fare le “analisi” agli azzurri, cercando di individuare le ragioni per un avvio così inaspettatamente negativo.


Che la lotta per il titolo, obbiettivo sbandierato ai quattro venti per tutta l’estate da Carlo Ancelotti, fosse un affare più complicato rispetto alle passate stagioni era prevedibile. Ciò che non era affatto in preventivo è il settimo posto – dietro addirittura all’impronosticabile Cagliari – occupato in classifica dal Napoli quando un terzo del campionato è ormai alle spalle. Risultati questi non sufficientemente mascherati da un cammino europeo tutto sommato soddisfacente, che rendono il Napoli la sorpresa in negativo di questo torneo.

Una falsa partenza alla quale i partenopei non erano più abituati: per trovare un avvio così disastroso da parte degli azzurri infatti bisogna tornare indietro di un’era calcistica. Era il 2011-2012, il Milan era campione d’Italia in carica, e la squadra guidata da Mazzarri pagò la sua prima esperienza in Champions raccogliendo, dopo 11 giornate, solo 16 punti: due in meno di quelli raccolti dagli uomini di Ancelotti nel medesimo arco temporale. La stagione del Napoli si concluse sì con la notte magica dell’Olimpico che consegnò agli azzurri la quarta Coppa Italia della loro storia, ma anche con un quinto posto in graduatoria. Risultato, quello di una mancata partecipazione alla Champions League, che oggi sarebbe senza mezzi termini catastrofico, tanto a livello sportivo quanto sotto il profilo economico.

Lo scontro diretto perso contro la Roma ha scoperto il vaso di Pandora contenente tutti i mali del Napoli di questa stagione.

Comprendere i motivi di un avvio così al di sotto delle aspettative per il Napoli, specie alla luce di un mercato che ha portato in azzurro diversi calciatori interessanti, non è semplice: le motivazioni infatti sono molteplici e legate fra loro, creando una situazione decisamente ingarbugliata nella quale è impossibile puntare il dito contro un solo colpevole.

Mercato

La crisi del Napoli affonda le radici in più punti, a cominciare dall’assemblaggio della squadra. L’ultima sessione di calciomercato estivo ha visto il Napoli protagonista di movimenti mirati finalizzati ad ampliare il ventaglio di scelte a disposizione di Ancelotti. Sono arrivati Di Lorenzo, che ha rappresentato un notevole upgrade rispetto alla coppia Malcuit-Hysaj; Manolas in luogo del partente Albiol; mentre in attacco i nuovi arrivi rispondono ai nomi di Hirving Lozano e Fernando Llorente, due calciatori che hanno arricchito l’attacco del Napoli di nuove soluzioni. Rapido e imprevedibile il messicano, in grado di spaccare le partite grazie alle sue spiccate doti nel dribbling; preziosa boa in grado di riempire l’area e di giocare di sponda per i compagni lo spagnolo, figura che nell’attacco del Napoli mancava dai tempi del “tanque” Denis.

Llorente che porta in dote quei gol sporchi, tanto brutti quanto efficaci per vincere le partite importanti (come quella col Liverpool)

Mercato da 10 dunque, come aveva detto lo stesso Ancelotti? Nì: se è vero che l’attacco azzurro è completo come mai prima d’ora, assommando in sè un po’ tutte le caratteristiche possibili e immaginabili, e che in difesa un pilastro delle ultime stagioni come Albiol è stato sostituito come meglio non si poteva, è nel cuore del campo che la coperta è apparsa, fin da subito, terribilmente corta. La finestra conclusasi due mesi or sono è infatti solo l’ultima di una serie di sessioni di mercato che hanno visto man mano sbriciolarsi il reparto che forse meglio di tutti interpretava i dettami del “sarrismo”: nel giro di 365 giorni infatti il Napoli ha ceduto nell’ordine Jorginho, Hamsik, Rog e Diawara, accogliendo fra le sue fila i soli Fabian Ruiz ed Elmas, il cui inserimento, dopo essere partito col botto, ha subito una brusca frenata nelle ultime giornate. In sintesi, Ancelotti ha a disposizione solo quattro centrocampisti, tre dei quali sono mezzali di qualità e il solo Allan fra i superstiti in grado di dare un vistoso contributo di quantità ed interdizione in fase difensiva.

Quella vista da agosto 2018 a febbraio 2019 è stata forse la versione peggiore di Marek Hamsik in maglia partenopea, eppure i punti raccolti a partita fin quando lo slovacco è stato in azzurro sono stati 2.1, mentre da quando l’ex capitano è approdato in Cina il computo è crollato fino a 1.7. La visione di gioco e l’intelligenza calcistica di Hamsik, pur se poco appariscenti, erano di un’importanza vitale per la manovra azzurra.

hamsik napoli
Non solo: anche in fase di costruzione manca un calciatore dotato di visione e tempi di gioco, capace di dare il via a manovre pulite e veloci in grado di eludere il pressing avversario e iniziare così l’azione offensiva per vie centrali, come il nazionale azzurro originario di Imbituba sapeva fare alla perfezione. Un lavoro di rifinitura del quale, venendo meno un giocatore cerebrale in mezzo al campo, oltre a un calciatore capace di garantire un’uscita pulita dalla difesa (fondamentale nel quale Manolas difetta ancora e nel quale l’ex Albiol invece era maestro), doveva incaricarsi – almeno secondo i piani originari di Ancelotti – un diez puro come James Rodriguez, richiesto a gran voce dal tecnico per tutta l’estate.

L’ormai celeberrimo treno per Yuma, che però non è mai passato per Piazza Garibaldi, ma è rimasto fermo ad Atocha.

L’affare però non si è mai concretizzato, lasciando il Napoli (colpevole di non aver saputo crearsi un “piano B” nel momento in cui era chiaro che Florentino Perez non sarebbe sceso a patti con De Laurentiis) privo di un calciatore d’ordine e fosforo in mezzo al campo.

Problemi tecnico-tattici

Diretta conseguenza di un mercato che ha presentato ai nastri di partenza una squadra monca nella zona nevralgica del campo è la confusionaria disposizione tattica del Napoli: tramontato il 4-2-3-1 sul quale Ancelotti ha lavorato per tutto il ritiro estivo, il tecnico di Reggiolo ha dovuto ripiegare sul 4-4-2 fluido varato all’inizio della passata stagione, estremizzandone ancor di più pregi e difetti. Infatti se da un lato il Napoli in fase offensiva è imprevedibile disponendo sempre, grazie ai tagli dall’esterno verso il centro e la sovrapposizione dei terzini,  di cinque giocatori ad occupare le fasce centrali, laterali e gli half-spaces, lo schieramento ha contemporaneamente sbilanciato la squadra, rendendola vulnerabile in fase difensiva. Un effetto collaterale inevitabile, vista l’incompatibilità esistente fra le caratteristiche richieste da un centrocampo a due e quelle che possono offrire gli interpreti a disposizione: l’onere della gestione di ritmi e tempi, sia in fase di costruzione che in fase di difesa posizionale, è lasciato di volta in volta a due fra i quattro centrocampisti in rosa, nessuno dei quali però ha capacità tecniche per assolverlo appieno: Allan è un ottima mezzala di corsa, quantità e sacrificio, ma difetta vistosamente per quanto riguarda la visione di gioco; al contempo Fabian e Zielinski di qualità ne possono garantire a quintali (lo spagnolo grazie alla sua capacità di palleggio e gestione del possesso, il polacco tramite le sue conduzioni potenti e i suoi inserimenti fra le maglie della difesa avversaria), ma nessuno è un box-to-box in grado di cantare e contemporaneamente portare la croce.

Anche nella miglior gara stagionale in Serie A, quella contro l’Atalanta, il Napoli ha sofferto tantissimo la mancanza di uno schermo in mezzo al campo. L’azione del gol di Freuler nasce proprio da questa mancanza, che costringe la difesa a uscite affrettate che spesso si traducono in vantaggi posizionali per gli avversari.

Le mancanze conclamate in mezzo al campo hanno costretto Ancelotti a sforzare il suo ingegno per trovare soluzioni brillanti che possano risollevare il Napoli da un impasse snervante: ciò però ha portato a sacrificare enormemente molti giocatori, costringendoli lontano dalle proprie mattonelle di competenza pur di rendere possibile l’arrivo del pallone nella trequarti avversaria. E così, fra Insigne costretto una ventina di metri più dietro di quanto sia solito giocare (e per questo spesso e volentieri privo di lucidità quando si tratta di fare le scelte decisive negli ultimissimi metri), o Lozano dirottato nel cuore della trequarti per sfruttare le sue indiscusse qualità tecniche ma senza gli spazi aperti in cui sprigionarle, ecco che il Napoli, pur con un potenziale offensivo da far invidia a chiunque, fa fatica a creare occasioni da gol tramite manovre ragionate e studiate con criterio, dovendosi affidare in maniera quasi salvifica alla qualità tecnica superiore dei suoi numerosi attaccanti, risucchiati però in un vortice di caos generato dal continuo scambio di posizioni e compiti richiesti di partita in partita, se non addirittura all’interno della stessa gara.

Un esempio nella gara contro la Roma: Fabian deve abbassarsi per aiutare l’uscita palla dalla difesa (non proprio la specialità in cui eccellono Koulibaly e Manolas), ciò però lascia un buco al centro del campo dove nessuno scambia la propria posizione con quello dello spagnolo: la Roma può addirittura permettersi di schermare Zielinski con due calciatori controllando anche lo scarico su Mario Rui a sinistra grazie alla copertura di Zaniolo. Nonostante la presenza di così tanta qualità in mezzo al campo, senza nessuno in grado di organizzarla Koulibaly è costretto al lancio lungo verso Milik

I motivi della crisi tecnico-tattica del Napoli vanno ricercati tutti in mezzo al campo: reparto che non riesce nè a garantire una buona protezione alla difesa nelle transizioni difensive, situazione dalla quale arrivano la maggior parte dei gol subiti visto che i due centrali difensivi non riescono da soli a tenere in piedi tutto (tantissime volte in questa stagione il migliore in campo è stato addirittura Alex Meret, che ha evitato più volte passivi ben peggiori); nè tantomeno a provvedere ad un buon approvvigionamento di palloni per gli attaccanti, che non riescono a star dietro al numero di reti richieste da un sistema così costitutivamente sbilanciato in avanti.

Episodi e mentalità della squadra

Se è vero come è vero che “faber est suae quisque fortunae”, e per questo motivo il Napoli non si sta aiutando, c’è da dire anche che gli azzurri sembrano l’incarnazione calcistica della legge di Murphy. Fra piccoli fastidi (prima Maksimovic, poi Mario Rui  e infine Manolas che ormai entra ed esce dall’infermeria), strani incidenti (come quello occorso a Hysaj nella gara col Torino), fino a infortuni gravi (come la lesione del LCA subita da Malcuit) e grossi spaventi come nel caso di Allan, senza voler considerare l’ormai atavica questione Ghoulam, argomento che in un certo momento è risultato un tabù a Castelvolturno; il Napoli ha perso continuamente pedine importanti in zone di campo di per sé già fragili come detto prima.

La speranza alle pendici del Vesuvio è che la situazione si normalizzi al più presto, anche perché il trend di 14 legni colpiti in stagione (9 in Serie A, 5 in Champions League) è statisticamente molto difficile da portare avanti.

I numeri parlano chiaro di quanto il Napoli concretizzi poco rispetto a quanto produce (meno del 10%). Anche il conteggio degli xGol ci dice di un Napoli particolarmente in credito con la sorte, che a lungo andare dovrebbe beneficiare di una normalizzazione dei numeri.

Il fattore non strettamente legato al campo che maggiormente ha influito in questa crisi di risultati però è la mentalità: troppe volte il Napoli ha dato l’impressione di essere una squadra senza spina dorsale, che si affloscia di fronte alle difficoltà (eccetto le prime due gare contro Fiorentina e Juventus, dove è riuscita a rimontare più volte lo svantaggio o ci è andata vicinissima nel caso della trasferta sabauda).

Paradigmatiche, sotto questo aspetto, sono le gare di Ferrara e soprattutto Roma: in due partite in cui l’inerzia mentale (il doppio pareggio di Juventus e Inter che avrebbe potuto, in caso di vittoria, riavvicinare gli azzurri alla vetta nel primo caso; la rabbia per un risultato percepito come ingiusto nell’altro) avrebbe dovuto essere tutta a favore degli azzurri, è invece sceso in campo un Napoli molle, scarico, timido, sbagliando completamente l’approccio alla gara. All’Olimpico in particolare sprazzi del miglior Napoli si sono visti solo dopo il rigore neutralizzato da Meret, che ha dato la proverbiale sterzata negli ultimi minuti del primo tempo, frazione di gioco in cui gli azzurri si sono resi finalmente pericolosi.

In un Napoli che vive di episodi, la parata di Meret ha saputo per un attimo ridestare una squadra abulica che aveva completamente sbagliato l’approccio alla gara.

Il Napoli, concludendo, appare una squadra a fine ciclo, che ha vissuto ormai troppe battaglie seguendo condottieri (Benitez, Sarri, ora Ancelotti) troppo diversi fra loro: un gruppo ormai logoro, più mentalmente che fisicamente, in cui non a caso i migliori si stanno rivelando i nuovi arrivati (Meret, Di Lorenzo, in parte Milik), coloro i quali hanno energie nervose fresche tutte da riversare nella causa azzurra, oppure gente come Mertens, il quale ha ancora un personale conto in sospeso da perseguire prima di poter considerare conclusa la sua esperienza partenopea.

Una squadra spenta, anarchica come ci stanno suggerendo le ultime ore, che non riconosce alcuna autorità. In confusione, in campo come fuori dal rettangolo verde, in guerra aperta con tutti. Una squadra che, per uscire dalla crisi, di risultati ma soprattutto di identità, ha bisogno di un leader: tecnico innanzitutto, che si faccia carico di un centrocampo costruito male e che sta rendendo anche peggio (e qui c’è bisogno di un importantissimo esborso in sede di mercato invernale, sul quale gli azzurri sono storicamente restii ad intervenire), ma soprattutto carismatico, che sappia ricompattare la squadra e tenerla unita e focalizzata su un obbiettivo comune, ovvero una vitale qualificazione alla prossima Champions League, presupposto fondamentale per avere liquidità con cui far ripartire la necessaria rifondazione.

Una figura, questa, ancora più complicata ma fondamentale da ritrovare: nè Insigne, colui che porta la fascia in campo, nè Ancelotti, colui che invece guida la truppa dalla panchina, sembrano avere la situazione in pugno, ma anzi stanno vedendo rapidamente sfuggire gli eventi dalle loro mani. Un controllo che va recuperato al più presto, prima che la stagione possa rovinarsi irrimediabilmente.


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.