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, 17 Ottobre 2019

Il Mondiale è un fatto politico


Il Mondiale del 1978 è stato il primo esempio di sportswashing.

Lo annunciano. Gli applausi, timidi, nervosi, quasi forzati. Poi il silenzio. “Signore e signori. Oggi è un giorno di giubilo per il nostro Paese”. “L’eccellentissimo” – così l’ha chiamato lo speaker dello stadio – Tenente Generale ha sfregato le mani tremolanti, prima di nasconderle dietro la schiena, gonfiare il petto ed iniziare il suo discorso di apertura. “Due circostanze concorrono a questo effetto. La iniziazione… di un evento sportivo… in scala internazionale… come lo è questo Campionato Mondiale di Calcio 78”.

Jorge Rafael Videla è, anche per il meno attento degli spettatori, un uomo delle milizie. Il suo discorso, chiaramente appreso a memoria, ha la cadenza singhiozzata di quelli di un generale militare, le cui pause sono frequenti, solenni, ma mai coerenti col fluire delle parole. Mentre parla, guarda da destra a sinistra. E, di nuovo, da sinistra a destra, come se nel Monumental di Buenos Aires sedessero solo suoi sottoposti. Nonostante ciò, Videla ha scelto gli abiti civili per presenziare all’inaugurazione della coppa del Mondo. La ragione ha a che vedere con la seconda “circostanza”, di cui sopra: “la amichevole visita di migliaia di uomini e donne… in un clima di affetto e di rispetto reciproco”, a cui deve corrispondere un’amichevole accoglienza. Perché, continua il Tenente Generale: “è giustamente… il confronto nel campo sportivo… e l’amicizia nel campo delle relazioni umane… l’unica forma per costruire la pace. Per questo… chiedo a Dio, nostro Signore… che questo evento… sia un contributo… per affermare la pace”. Applausi, timidi, nervosi, ma sta volta liberatori, perché sono quelli che segnano l’inizio del Mondiale 1978, quello argentino.

Vicino Videla siede il brasiliano João Havelange, fresco presidente della FIFA, che un attimo prima aveva anche lui rivolto il suo saluto iniziale. Lo ha letto attraverso degli occhiali storti, da un foglio bianco piegato in due; in un castigliano impossibile, segnato dal suo spiccato accento portoghese. Non il più appassionante degli spettacoli, ma aveva comunque raccolto un applauso molto simile a quello che poi toccò al Presidente de facto della Repubblica Argentina.

Sotto le tribune, centinaia di giovani in tute bianche marca Adidas si erano appena esibiti in uno spettacolo di ginnastica che, attraverso il movimento perfettamente coordinato dei ragazzi, puntava a creare varie forme geometriche per gli occhi di coloro che lo osservavano dagli spalti. Un atto, unito ai discorsi degli organizzatori, che mirava a costruire un’immagine di un’Argentina pura, ordinata, disciplinata e in cui tutto filava a gonfie vele. Nel segno della pace, come ha appena sottolineato Videla. Esattamente l’opposto di quello che i media internazionali avevano dipinto negli anni e nei mesi precedenti al grande evento.

Adesso che ha finito di parlare il Tenente Generale, i giovani sono disposti in maniera tale da formare il simbolo di Argentina ’78: due braccia alzate che sostengono un pallone. Ironicamente, un simbolo che Videla – che, fra l’altro, ha sempre ammesso di non essere un appassionato di calcio – ha tentato in tutti i modi di cambiare, ma senza riuscirci.

Jorge Rafael Videla nella cerimonia d'inaugurazione del Mondiale di calcio 1978 (fonte: Archivo Histórico RTA).

Contrariamente a ciò che in molti credono, la FIFA non assegnò il Mondiale alla Giunta Militare capeggiata da Videla: il percorso è stato molto più lungo e laborioso. La competizione viene assegnata all’Argentina nella Conferenza FIFA di Tokio del 1964, dove si decise che nel 1970 il Mondiale si sarebbe giocato in Messico, e che il prossimo Paese del continente americano ad ospitarlo sarebbe stato proprio quello che si affaccia sul río de la Plata. Essendo a quei tempi buona consuetudine che si alternassero come padroni di casa una nazione europea ed una latinoamericana, all’Argentina sarebbe toccata l’edizione del 1978. Quattro anni prima si giocò in Germania, il cui Mondiale ci lasciò il ricordo di una delle nazionali più forti a non vincere il titolo – l’Olanda di Johan Cruyff e Rinus Michels, arrivata solo seconda.

Il Presidente argentino in quel momento era Arturo Umberto Illia, primo di una lista di 7 capi di Stato che si sarebbero passati il testimone dell’organizzazione del Mondiale prima dell’arrivo della Giunta, nel marzo 1976. Tutti furono accomunati da due caratteristiche: l’essere stati assolutamente inoperosi nella messa in marcia dell’organizzazione, in primo luogo; l’aver cercato, nonostante tutto, di trarre ritorno politico dallo slogan “Argentina mondiale”, in secondo.

Non dovrebbe destare sorpresa, dunque, il fatto che quando le Forze Armate occuparono la Casa Rosada, il 24 Marzo 1976, ci fosse un solo avanzamento portato a termine dai precedenti governi per quanto riguardava la preparazione del torneo mondiale: la sua immagine, il suo logo. Le due braccia che, distese, tengono stretto il pallone, infatti, sono quelle della più grande figura politica della storia argentina, Juan Domingo Perón – riconoscibili perché rappresentano plasticamente il classico saluto che il caudillo soleva rivolgere alle masse dai balconi presidenziali.

Guarda da sinistra a destra, da destra a sinistra, Videla. Ma non in basso, dove i giovani di bianco vestiti riproducono quel simbolo che rappresenta tutto quello che i Generali, attraverso il colpo di Stato da loro portato a termine, volevano estirpare dalla società argentina.

Non esiste maniera facile di spiegare i processi storici che costituiscono questo grande puzzle chiamato “Argentina”, men che meno in qualche riga. Ma cerchiamo di provarci. Juan Domingo Perón è il Presidente per un decennio nel post Seconda Guerra Mondiale. Diventa presto un uomo del popolo perché, aprendo i rubinetti finanziari dello Stato, lo inonda di soldi, aumentando in maniera impressionante il suo salario reale a breve termine in cambio di un futuro, fra le altre cose, di iperinflazione e incertezza nel lungo periodo. Ma sul momento questo ancora non si sa. Perón diventa un leader amato come pochi nella storia, che abbraccia l’elettorato di sinistra e di destra indistintamente: l’esempio storico perfetto dell’oggi modaiolo populismo. Troppo ingombrante, un colpo di Stato lo costringe all’esilio di Madrid, ma lui ha già lasciato un segno indelebile nella società argentina, che non lo dimentica e continua a mantenere forti legami con lui, emozionali e non.

Nel ’73, le masse lo reclamano a gran voce e, da un aereo Alitalia, il caudillo atterra a Buenos Aires. È tuttavia obbligato a una piccola deviazione, perché ad Ezeiza, il principale aeroporto bonaerense, sta andando in scena un Massacro causato dalla sterminata folla che lo aspettava, fino a poco tempo prima, festosa: peronisti di sinistra contro peronisti di destra, entrambi così innamorati del loro leader, ma troppo diversi per convivere. Il numero dei morti è, tutt’oggi, inquantificabile per la sua grandezza.

I Montoneros, gruppo appartenente alla sinistra peronista, aspettano Perón ad Ezeiza. Uno dei cartelli tenuti in alto dai militanti recita "Perón o morte" (fonte: FDRA).

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A partire da questo episodio esplode una guerra terroristica fra i gruppi violenti della sinistra e della destra peronista. Quest’ultima è la parte maggioritaria del neonato governo di Perón, che dunque partecipa agli scontri attraverso gruppi paramilitari appoggiati dallo Stato, in maniera, ovviamente, informale. Parliamo soprattutto, in questo senso, della Triple A – l’Alleanza Anticomunista Argentina. La società è gettata nel caos e la violenza diventa affare quotidiano. La situazione precipita all’estremo quando, nel ’74, Perón – già da tempo malato – passa a miglior vita e l’incarico presidenziale lo eredita la terza ed ultima moglie Isabelita – nome d’arte risalente ai tempi in cui lavorava negli stessi “locali notturni” dove conobbe l’ormai defunto marito.

È qui che subentrano le Forze Armate. Chiamando il loro progetto governativo Processo di Riorganizzazione Nazionale, organizzano un colpo di Stato non-violento che si poneva l’obiettivo di rivoluzionare una società “malata dalla testa ai piedi, iniettando in essa per mezzo della forza l’antidoto contro i suoi mali” – come descrive lo storico Marcos Novaro. La conseguenza diretta fu l’inizio della lotta contro la sovversione di sinistra, una guerra sucia che istituzionalizzò la sparizione dei nemici del regime e l’uso di campi di concentramento e stermino come suoi metodi privilegiati. Il terrorismo di Stato non colpì soltanto i guerriglieri di sinistra, ma anche intellettuali, giornalisti, artisti, professori e capi sindacali. Giovani e capaci. Una generazione di argentini che, alla fine della dittatura (1983), conterà un numero stimato di addirittura 30.000 vittime.

Destra, sinistra. Sinistra, destra. Chissà che effetto avrà fatto a Videla vedere le braccia Perón alzate sotto di lui, proprio nel giorno della sua festa, fra un movimento orizzontale del capo e un altro. Era un fantasma così ingombrante che nemmeno l’uccisione dei suoi partitari l’avrebbe potuto far dimenticare. Ma, in fin dai conti, non erano così diversi, i due: entrambi volevano quel Mondiale per ottenere da esso un lauto bottino politico.

Anche se a Perón il calcio piaceva davvero. Ma mai quanto le masse, le sue masse.

Il classico saluto che Perón soleva rivolgere alle folle che accorrevano ai balconi della Casa Rosada (fonte: Instituto Nacional Juan Domingo Perón).

Aspetto Alfredo nel quartiere di Tigre, un grazioso centro abitato che vive in simbiosi con il Río de la Plata. Ultima fermata a nord del treno Mitre, per chi viene da Capital Federal – Buenos Aires. Mi ha dato appuntamento in un piccolo edificio che è stato riconvertito in “Spazio Memoria”, e dove quindi spesso si svolgono eventi volti a non dimenticare le barbarie dell’ultima dittatura militare.

L’ho conosciuto nella Escuela de la Mecanica de la Armada, un mesetto prima. La ESMA è stata infelicemente la sua casa per qualche tempo (un paio d’anni), ma non la sua ultima, per fortuna. Una fortuna che non si è ripetuta per decine di migliaia di suoi “compagni”, eliminati dai militari proprio in questo tipo di strutture: centri di detenzione – o campi di concentramento e sterminio, come preferiscono chiamarle alcuni storici – dove finivano i nemici del regime. Oggi, in maniera simile a quanto accaduto nel posto dove sto aspettando Alfredo, il più famigerato campo di concentramento argentino è diventato un Museo ed un luogo di riflessione.

L’evento in cui lo incontro per la prima volta è una chiacchierata sul Mondiale ’78, tenuta da due ottimi giornalisti sportivi, El nene Panno ed Ezequiel Fernández Moores. “La cosa terribile è che da qui si sentivano le grida per i gol dell’Argentina al Mondiale, ma le grida che si producevano qui non si sentivano da nessuna parte”, aveva esordito quel giorno Panno, rimarcando la spaventosa vicinanza del centro di detenzione allo stadio dove si inaugurò e culminò il torneo – il Monumental di Buenos Aires. Alla fine della conferenza, il classico momento delle domande, Alfredo si alzò e ne tenne una tutta sua. Senza fare nessuna domanda, ma raccontando un po’ della sua esperienza da ex-detenuto e un po’ di quella da tifoso del Boca. Un uomo con una storia. Ci scambiamo i numeri e ci salutiamo.

Panno e Moores durante l'evento "Reflexiones acerca del Mundial 78" nel Museo Sitio Memoria della ESMA (foto: Antonio Cefalù).

Saluto Alfredo Ayala, ospite fra un po’ di tempo di un’altra conferenza. Ci sediamo e parliamo. È felice di aiutare un pibe come me nelle sue ricerche. La sua voce è particolarmente acuta, e mi rendo conto solo adesso che è per via delle torture ricevute. Parla di tutta la sua storia con molta naturalezza, ma questo particolare lo occulta spesso.

Preferisce che lo si chiami Mantecol, “perché è il soprannome che avevo nel Movimiento Villero Peronista negli anni ‘70”. Il Movimento era (ed è) una rama del Peronismo – non solo dottrina legata a Juan Domingo Perón, ma da lui in poi anche partito politico – che si proiettava nelle Villas Miseria, i quartieri più infami dell’Argentina dove si concentra la sua popolazione più povera. “Avevo aspirazioni politiche – continua Alfredo – ma non sono mai stato nella milizia dei Montoneros. Anche se, per ogni evenienza, avevo una formazione da miliziano”. Mantecol fa riferimento ad uno dei principali gruppi armati della sinistra peronista che, a partire dal 1973, si rese protagonista di una guerrilla con i gruppi paramilitari statali, appartenenti alla destra. In tre anni, fonte di 576 uccisioni stimate.

“Nei sei mesi precedenti alla mia cattura, andavano cadendo molti dei miei compagni, ed io sentivo la sensazione che presto sarei caduto anch’io. In effetti, riuscì a scappare due volte prima che mi prendessero”. La maniera in cui i militari andavano a catturare “la sovversione” era molto metodica: in piena notte, salivano su delle Ford Falcon nere senza targa ed andavano a prendere le loro prede mentre riposavano nelle loro case. Ad Alfredo, invece, riservarono un trattamento speciale, figlio della sua tenacia nel non farsi sequestrare: “Mi ero nascosto in una zona disabitata nelle periferie di Buenos Aires e loro vennero a prendermi in elicottero, facendo in modo che mi consegnassi in qualsiasi maniera. Io resistetti, finché non mi mostrarono che avevano con loro mio fratello. A quel punto desistetti: non potevo rischiare che facessero qualcosa a lui, che non era coinvolto in nulla di politico”.

Nei primi sei mesi alla ESMA, Mantecol viene recluso nella capucha, salone che prende il nome dal fatto che tutti i detenuti lì dentro siano obbligati a rimanere incappucciati a tutte le ore del giorno. Lo spazio è angusto, costantemente buio e l’aria scarseggia, così come le porzioni degli orribili pasti sempre uguali che vengono propinati ai prigionieri. Allontanarsi dalla capucha, tuttavia, non rappresenta mai un sollievo, perché significa che ti stanno portando alla picaña, letto metallico dove i militari praticavano l’elettroshock – solo una, ma la più famosa, fra le forme di tortura impiegate.

Alfredo Ayala alla ESMA. Alle sue spalle, le immagini del Mondiale 1978. (Foto: La Nación)

“Non mi sentì mai abbandonato mentre stavo lì dentro: sapevo che la mia famiglia mi stava cercando. E, in realtà, la nostra sensazione era che tutto il Paese stesse nelle stesse condizioni”. Ma, come si sopravvive alla ESMA? “In realtà non ho mai trovato una risposta – ribatte inizialmente Alfredo. Addirittura, sentì che mi stessero per uccidere in molte occasioni. Però nella maggior parte delle volte erano simulazioni che mettevano in piedi i carcerieri: le facevano per rinforzare la loro influenza su di noi”.

In realtà, scavando, le risposte sono almeno due. La prima è la pura e semplice fortuna. “Io sono sopravvissuto ai voli della morte,” si confida. “Una notte hanno chiamato il numero con cui mi si identificava e stavo andando in fila con gli altri, finché non appare un uomo che corregge la guardia e gli dice che avevano chiamato il numero sbagliato”. Ciò a cui si riferisce Alfredo quando parla di “voli della morte” è la più famosa e spietata maniera in cui i militari si liberavano dei prigionieri. Promettendo un trasferimento ad una carcere regolare, infatti, questi radunavano i detenuti, li caricavano su degli aerei, li drogavano, spogliavano e malmenavano, per poi gettarli ancora con vita nel Río de la Plata.

La seconda risposta è che, nonostante fosse identificato come tutto ciò che lo Stato ripudiasse, Alfredo era necessario per il funzionamento della sua propaganda. “Se non fosse stato per il Mondiale, probabilmente già mi avevano ucciso,” dice con disinvolta tranquillità. “Nella ESMA lavoravo per curare le infrastrutture, altri compagni si occupavano della burocrazia. Questo è perché la Marina era a capo dell’organizzazione. Se non fu per questo, perché avevano bisogno della mia mano d’opera, non so perché sono ancora qua”.

La sua storia riecheggia con quella di altri detenuti, molti dei quali non facevano parte della guerrilla armata che aveva spinto la Giunta a portare avanti il golpe militare, in cerca di un ordine mai stabilito. Anzi, parecchi di loro erano giovani cittadini con un alto livello di istruzione, i tasselli più importanti di ogni società armoniosa. Per questo li misero proprio a lavorare per la massiccia macchina di propaganda sciovinista che era il Mundial. Non c’era altra scelta, se volevi coltivare la speranza di sopravvivere a quell’inferno.

Fra queste, la storia più celebre è probabilmente quella di Raúl Cubas, uno dei compañeros di Alfredo. A egli venne richiesto di intervistare il tecnico argentino, Cesar el Flaco Menotti, dopo una conferenza stampa, con l’obiettivo di strappare una frase che facesse risaltare il buon operato della dittatura nell’organizzare il Mondiale. Non è mai stato possibile risalire a tale intervista, perciò la veridicità di questa storia è solo parzialmente verificata, sebbene siano in molti gli autori a riportarla. Esiste, però, una foto di quella conferenza stampa, che ritrae el flaco al centro e Cubas che si era forzato verso l’angolino dell’obiettivo. Un messaggio per i suoi cari, che l’avrebbero vista in qualche giornale: sono ancora qui, non preoccupatevi.

Una delle foto risalenti a quella conferenza stampa (ma non quella appena menzionata, che non è reperibile su internet). Cubas è il più in fondo di tutti, appoggiato al muro e vestito in giacca e cravatta (fonte: Vestigios).

“A volte ci facevano uscire, ma non era mai per divertimento,” continua Mantecol. “Era per tirare una trappola ai nostri compañeros, che avrebbero portato ugualmente al centro di detenzione se si fossero fatti riconoscere come nostri amici”. Per esempio, “mi portarono due volte allo stadio durante il Mundial. La prima non fu una partita, ma l’inaugurazione. La seconda fu per una partita dell’Italia. Non ricordo con chi, ma era nello stadio del Vélez. Uscimmo a fare un giro anche quando l’Argentina vinse. Eravamo 10 detenuti”.

“Nonostante tutto, io mi andavo a divertire! A godere delle partite!” mi rivela spontaneamente Mantecol. “I giocatori credono che noi proviamo risentimento verso di loro, ma non è così. Per alcuni di noi, i momenti in cui sentivamo le grida dagli stadi erano uno dei pochi in cui ci sentivamo liberi. Non abbiamo cattivi sentimenti verso il Mundial. Al meno, io no”. Lo dice con una bontà d’animo davvero ammirevole. Qualcuno la scambierebbe per ingenuità.

Quando portarono Alfredo all’inaugurazione, non deve esserci voluto molto per arrivare. L’ESMA, come accennato prima, distava meno di un chilometro dallo Stadio Monumental, dove il presidente de facto Videla avrebbe parlato di “pace” e “libertà” nel discorso inaugurale della manifestazione. Nello stesso istante, invece, in plaza de Mayo protestavano le madri dei desaparecidos. Chiedendo giustizia, chiedendo se i loro figli ci fossero ancora. “Perché non ci dicono negli occhi se sono vivi o se sono morti?”. O, quantomeno, “se sentono freddo, se hanno fame”.

Il 24 marzo 1976, non servì la violenza alle Forze Armate per portare a termine il golpe e prendere il loro posto alla Casa Rosada. Durante le prime ore di esistenza del nuovo regime, la Giunta promulgò una serie di comunicati; la vasta maggioranza di questi sanciva proibizioni, sospensioni di diritti politici e civili ed interventi statali in istituzioni altrimenti autonome “a favore di tutto il Paese e non contro certi settori sociali”. Le televisioni e le radio, inoltre, dovettero staccare la spina alle programmazioni per ordine ufficiale. Ma non esiste regola che non ammetta eccezione. Con il comunicato numero 23 dello stesso 24 marzo, i militari concedettero una piccola deroga: la messa in onda sarebbe ripresa per permettere la visione in diretta di Polonia-Argentina, amichevole disputatasi nella lontana Europa. I Generali comprendevano le proprietà sedative dello sport sulle masse e, non a caso, tornarono a discutere il suo ruolo in una delle prime riunioni ufficiali degli alti gradi del nuovo governo.

La Casa Rosada, Buenos Aires

“Guardi, Massera, io capisco tutto quello che dice: che è una questione di orgoglio dimostrare che lo possiamo fare nonostante tutto, che migliorerà la nostra immagine all’estero, e così via. Però questo Mondiale è caro”. Jorge Rafael Videla pronuncia le ultime parole come se fossero un unico sospiro, con l’attitudine del padre che sa di aver già ceduto alle richieste del figlio di comprare un giocattolo, ma che vuole almeno far finta di non regalarglielo con troppa facilità.

“Mi ascolti, Generale, non è un’occasione che possiamo perdere. Il Mondiale è politicamente vantaggioso, non è solo una festicciola. Però non glielo devo spiegare io, l’Ammiraglio Lacoste sa certamente quello di cui stiamo parlando meglio di noi, essendo stato parte delle commissioni per l’organizzazione del Mondiale dei precedenti governi”.

Videla conosce bene quello di cui parla Emilio Massera, essendo Carlos Lacoste il cugino di sua moglie. Tuttavia, il Capo della Marina e della ESMA (nonché esponente della “linea dura” contro la sovversione all’interno della Giunta) sa che rimarcare il suo passato da personaggio competente in materia non può che aumentare il credito nei confronti del suo uomo di fiducia. In questo caso, non è solo una questione di fare o non fare il Mondiale, ma anche di far guadagnare potere alla Marina rispetto alle altre rame delle Forze Armate, accaparrandosi la gestione dell’organizzazione.

Lacoste si aggiusta il colletto e poi sbatte il faldone di fogli di carta che aveva sul tavolo per pareggiarne l’altezza. Il suo discorso è lungo, dettagliato e, soprattutto, convincente. L’Ammiraglio Carlos Lacoste era balbuziente. In molti lo chiamavano bonariamente “Capitan Piluso”, nome di un popolare giullare di uno show per bambini in onda sulla televisione nazionale – nel tempo della dittatura militare del Processo, diventato solo “Piluso” e svestito del suo cappellino da marinaio per ovvie ragioni. Ma Lacoste arrivava perché aveva una spietata voglia di arrivare. Un brutale opportunismo nella scalata professionale che lo portò ad essere non solo Ammiraglio, ma anche parte delle innumerevoli commissioni che l’Argentina aveva composto e scomposto per mettere in piedi il Mondiale (senza, prima di allora, alcun risultato notabile) e, in seguito, braccio destro di João Havelange, neoeletto presidente FIFA. (Non a caso, l’argentino e il brasiliano vennero successivamente coinvolti in uno scandalo relativo alla loro corruzione).

E Lacoste arrivò. Ma Videla, uomo poco scaltro e, per sua stessa ammissione, ben poco futbolero, sentenziò: “Avete ragione, è un fatto politico. Spero che, come dite voi, ci aiuterà a far zittire la stampa estera sul nostro conto, perché davvero non se ne può più. Però destineremo 70 milioni di dollari… se proprio dobbiamo 100, ma non di più”. Lacoste non ebbe da ridire, ma i suoi piani puntavano molto più in alto.

Carlos Lacoste insieme alla celebre soubrette argentina Graciela Alfano (fonte: Perfil)

Era già il 7 di giugno 1976, meno di due mesi dal golpe militare, quando la Giunta promulgò la legge numero 21.349. L’articolo 1 era chiaro ed insindacabile: il Mondiale è un fatto “di interesse nazionale”. L’articolo 2, invece, sanciva la creazione dell’Ente Autarquico Mundial 78 (EAM78), l’istituzione che riceveva pieni poteri per l’organizzazione della manifestazione. Il Presidente rispondeva al nome di Omar Actis, generale a riposo dalla figura anonima, caratterizzata da un prominente doppio mento e da un paio di baffetti poco più che adolescenziali.

“Sarà un Mondiale austero, lontano dagli eccessi che si sognava, irresponsabilmente, qualche tempo fa, ma sarà un gran Mondiale”. Erano più o meno queste le parole che Actis avrebbe pronunciato nella sua conferenza stampa di presentazione, nel pomeriggio del 19 agosto. Peccato, però, che non ci sia mai arrivato: l’uomo dell’Esercito venne trafitto da una scarica di proiettili nella via verso la conferenza. Un efferato omicidio che, in primo luogo, si attribuì alla sovversione, ma su cui aleggia il dubbio, tutt’oggi mai risolto, che fosse stato orchestrato dalla stessa Marina. Il posto di Actis, infatti, lo prese il generale ritirato Antonio Merlo che, tuttavia, terminò prestissimo per soccombere sotto l’influenza Carlos Lacoste. Il 19 agosto, il Mundial aveva un nuovo padrone. La Marina faceva un altro passo avanti nelle gerarchie interne fra le tre anime delle Forze Armate.

Il Corriere della Sera dà l'annuncio dell'uccisione di Actis (documento recuperato da Antonio Cefalù)

“Dal 24 marzo sono stati spesi appena pochi pesos. A partire da questa conferenza inizieranno i grandi investimenti”, dichiarò Lacoste appena quattro giorni dopo la morte di Actis. Sotto la sua influenza, “il Mondiale è un fatto politico” divenne uno slogan potentissimo, che convinse Videla e il suo ministro dell’Economia de Hoz a invertire completamente il senso di marcia, regalando all’EAM78 una carta di credito praticamente senza fondo.

In fondo, come soleva ripetere Lacoste: “Quanto costa dimostrare che Buenos Aires è la capitale dell’Argentina ad 1,5 miliardi di persone? E quanto perché cinquemila giornalisti informino della realtà argentina dopo che l’abbiano vista coi loro occhi?”. Molto, moltissimo. Quello del 1978 divenne, in pochissimo tempo, il “Mondiale più caro della storia”. In due anni scarsi di preparazione, infatti, le Forze Armate spesero circa 700 milioni di dollari per mettere in piedi un’enorme struttura sin dalle fondamenta: una cifra impressionante se paragonata, per esempio, ai 120 milioni spesi dalla Spagna per organizzare il Mondiale successivo, e che contribuì a far esplodere un tasso di inflazione che nel 1976 toccava i 160 punti percentuali.

Grandezza e destinazione della spesa a parte (ovviamente una sostanziosa percentuale si perse in spese futili e corruzione), bisogna con oggettività ammettere che la Giunta fece un lavoro impressionante per organizzare un Mondiale da zero ed in un lasso di tempo risicatissimo. Dentro e fuori dai confini nazionali, non ci credeva veramente nessuno. Si costruirono tre stadi (Córdoba, Mendoza, Mar del Plata) e si rinnovarono il Monumental di Buenos Aires, il Gigante de Arroyito di Rosario – in questi ultimi, l’Argentina disputò tutte le sue partite – ed il José Amalfitani, casa del Vélez Sársfield. Il governo costruì infrastrutture, alberghi, strade, aeroporti e fece passi da gigante in quanto a potenza delle telecomunicazioni. In fine, 100 milioni vennero spesi per il Centro di Produzione di Buenos Aires e l’Argentina 78 Televisora, che avrebbero permesso la trasmissione a colori di un Mondiale per la prima volta nella storia. Quest’ultimo punto era fondamentale per un Governo il cui obiettivo dichiarato era usare il mondiale come vetrina “della vera Argentina, un Paese unito e pacifico”, al contrario di come veniva dipinto fuori dai suoi confini.

È anche per questo che 5,5 milioni della spesa finale entrarono nelle casse della Burson-Marsteller, una compagnia di consulenza che si sarebbe occupata di disegnare un “Programma di Comunicazioni Internazionali per l’Argentina”. Nel primo rapporto che consegnarono ai Generali si legge: “La maggioranza dei giornalisti considerano il governo argentino come oppressivo e repressivo, una dittatura militare che merita solamente la condanna,” essendo “la questione dei Diritti Umani una preoccupazione centrale” per gli Stati Uniti e l’Europa. Ma, come vedremo più avanti, Videla e compagni andarono ben lontani dal risolvere questa grana.

Il Gigante de Arroyito, raffigurato in una cartolina che circolò nelle riviste della casa editrice Atlántida, una delle più vicine al regime. In questo stadio, l’Argentina si riscattò da una prima parte di torneo non indimenticabile e ottenne la qualificazione alla finale.

Prima accennavamo alle spese destinate a piccoli atti di corruzione qua e là. Sul fatto che ci siano stati, i dubbi sono pochi e basta un briciolo di senso pratico per poterlo ipotizzare, anche in mancanza di prove ufficiali. L’atto di corruzione più importante dell’epoca Mundial, però, non ha implicato nessuna transazione di denaro. Molti, infatti, si chiedevano, e si chiedono ancora, non solo come la FIFA potesse avere accettato di giocare un Mondiale in uno Stato retto da un regime repressivo e non democratico, ma anche perché non avesse mai messo in dubbio l’Argentina come sede della competizione quando questa, ad un anno di distanza, appariva totalmente impreparata sul tema delle opere necessarie per ospitare un evento di tale livello. L’aeroporto incompleto, le strade fatiscenti, l’impossibilità di effettuare una chiamata all’altro capo del Mondo erano problematiche non trascurabili.

La risposta più concreta alla domanda di tutti l’ha data il giornalista Pablo Llonto, punto di riferimento nello studio del Mundial e del suo inscindibile legame con la dittatura. Il personaggio centrale dell’altamente riconosciuta versione dell’argentino è Paulo Antonio Paranguá, figlio del del diplomatico brasiliano Paulo Paranguá. Il giovane Paulo Antonio venne arrestato in Argentina nel 1977, quando la possibilità che i rioplatensi potessero ospitare i Mondiali era già messa in dubbio in maniera concreta per le ragioni di cui sopra. Nonostante le innumerevoli fatiche messe in piedi da Paranguá Senior per far “riapparire” il figlio, nulla si mosse finché João Havelange non contattò Videla. Il Tenente Generale pattuì con Havelange che, senza far troppo rumore, Paranguá sarebbe stato mandato in Francia, in cambio della “garanzia che la FIFA avrebbe confermato l’Argentina come Paese ospitante, in maniera da mettere fine a tutto quello si stava dicendo in Europa”.

Il brasiliano accettò il baratto, che certamente ebbe un peso sostanziale nella risoluzione della questione. Ma non è da escludere che ci fosse dell’altro, e che magari il Mondiale sarebbe stato argentino in ogni caso. João Havelange, infatti, era fresco di elezione alla presidenza della FIFA, e portava su di sé una pressione non indifferente, essendo il primo Presidente americano della storia dell’istituzione. Cosa sarebbe successo se il brasiliano avesse bucato il suo primo Mondiale nella sua terra? Probabilmente, Havelange avrebbe confermato ugualmente l’assegnazione all’Argentina, perché non farlo sarebbe stata una rogna ed una figuraccia troppo grandi da gestire. Circostanza suggerita anche dalle sempre positive dichiarazioni che egli rilasciava quando visitava i Generali per rendersi conto degli avanzamenti dell’organizzazione (“Il Mondiale sarà un successo rotondo”, dichiarò, per esempio, nel 1976).

“Voglio ringraziare il governo, i dirigenti sportivi ed il popolo d’Argentina per il contributo prezioso che apportano agli ideali che la nostra istituzione difende” disse Havelange in un castigliano impossibile, sotto gli occhi di un Monumental ricolmo, mentre in Argentina tutto risplendeva, tranne quello che era nascosto sotto il tappeto. Videla gli strinse la mano, si pose davanti al microfono e gonfiò il petto. Guardò prima a destra, poi a sinistra. E, di nuovo, da sinistra a destra. Parlò di pace e la gente lo applaudì. Lo applaudirono anche i detenuti, portati al guinzaglio per l’ora d’aria. Ma non applaudì Perón: aveva una palla da calcio fra le mani. Lui, d’altronde, si era autoinvitato.

La cerimonia d’inaugurazione del Mondiale 1978 (fonte: Archivo histórico RTA)

Il Mondiale del 1978 lo vinse l’Argentina di Videla e colleghi, non è un segreto. Lo vinse senza risplendere ma, secondo anche i media dell’epoca, lo fece in un’edizione in cui in generale non brillò nessuno. Lo vinse grazie ai gol di Kempes ed al “patriottismo” del palo che negò la vittoria all’avversario Resenbrink al 90’ – i due eroi della finale contro l’Olanda, orfana di Cruyff che aveva deciso di sacrificare la nazionale per concedere più tempo alla sua famiglia. Lo vinse, infine, grazie a una situazione ambientale, se così vogliamo chiamarla, nettamente favorevole.

“Abbiamo paura di vincere”, diceva prima della finale l’olandese Rep al giornalista argentino Fernandez Moores, che annotava “senza capire cosa volesse dire che un giocatore avversario dicesse che aveva paura di vincere”. Immaginatevi, allora, quanta paura di vincere potessero avere i già eliminati giocatori del Perù, che sapevano che l’Argentina avrebbe dovuto batterli 4-0 per classificarsi alla finale. La partita terminò con un rotondo 6-0, che tutt’oggi continua a generare dubbi sulla regolarità dell’incontro.

Andiamo per gradi ed iniziamo dicendo che l’Argentina era una squadra migliore del Perù e che aveva vinto tutti i confronti diretti (sei) dal 1972. Dall’altra parte, è pur vero che il Perù veniva da una discreta prima parte del torneo e, nonostante una difesa non eccellente, poteva contare sul (fino a quel momento) capocannoniere della competizione – Teófilo Cubillas. La prestazione del Perù, che probabilmente avrebbe perso comunque, fu, a tratti, dilettantistica e segnata dagli errori del suo portiere Ramón Quiroga, argentino di nascita, ma dal passaporto peruviano. Ovviamente fu lui il primo a cui venne puntato il dito quando si parlò di irregolarità nella partita.

Questi i gol della partita incriminata. Cosa sarebbe successo se il tiro di Muñante avesse oltrepassato la linea invece di colpire il palo?

“Non volevamo che giocasse. La sua famiglia viveva lì e la dittatura di Videla era pronta a fare di tutto per vincere quel torneo. Alla fine, avrebbe potuto evitare due gol”, ha dichiarato il capitano peruviano Chumpitaz. Ma a tutte le accuse, mai provate, chupete ha sempre avuto la risposta pronta: “Non mi sono venduto, ma è probabile che lo abbiano fatto dei miei compagni”. Senza entrare nel merito di Quiroga, quest’ultimo punto trova conferma nelle dichiarazioni di moltissimi calciatori peruviani: “Quattro o cinque hanno ricevuto soldi”, ha detto per esempio Oblitas, ma avremmo potuto scegliere decine di altre dichiarazioni-fotocopia. Per quanto queste rendano realistici i sospetti di corruzione individuale di qualche giocatore peruviano, tuttavia, in nessuno dei casi non c’è stato un giocatore che si sia pubblicamente costituito, anche a distanza di anni.

Oltre alla fondata possibilità che ci siano stati atti di corruzione, molte sono le voci su possibili accordi fra i governi dei due paesi. Sono infondate quelle che puntano il dito verso l’elargizione di carichi di grano dall’Argentina al Perù in cambio del 4-0. Questi regali, infatti, esistevano, ma facevano parte di un accordo firmato dai due Paesi ben prima che lo scontro mondiale fosse prevedibile. Se non altro, questo ci racconta come i due Stati fossero effettivamente legati da una forte amicizia, che portò addirittura Videla a visitare lo spogliatoio peruviano prima della partita – per chi ha una minima contezza del funzionamento del gioco del calcio, una violenza non da poco. “Volevo solo dirvi che quella di sta sera è una partita fra due Paesi fratelli ed, in nome della fratellanza latinoamericana, sono venuto a manifestarvi il mio desiderio che oggi vada tutto bene”, disse il Tenente Generale accompagnato da Henry Kissinger, ex Segretario di Stato americano ed ospite fisso nel posto accanto a Videla durante fasi finali del Torneo. No Pressure.

Riassumendo, è davvero difficile credere che il 6-0 di Argentina-Perù sia frutto di una sana competizione fra due squadre rivali, anche se è ugualmente complicato trovare una causa unica per il disastro calcistico peruviano. Questa, però, è l’unica partita su cui aleggiano fondati sospetti di indirizzamento del risultato da parte dei Generali, se vogliamo evitare l’arduo compito di calcolare l’influenza della vittoriafobia di cui soffriva Rep (ma non solo lui).

Ramón Quiroga giocava nel Perú, nonostante fosse nato a Rosario, città argentina appartenente alla provincia di Santa Fe (Fonte: coleka).

Non è inusuale che in Argentina il Mondiale del ‘78 venga considerato “calcisticamente inappuntabile”. Ognuno può trarre le proprie conclusioni. Non c’è una versione giusta o sbagliata, sebbene l’idea che l’albiceleste abbia goduto di aiuti rilevanti è difficilmente confutabile. Altra cosa che in Argentina unisce un po’ tutti – meno il mio amico Mantecol – è la considerazione di quello del ’78 come “il Mondiale della vergogna”. Di conseguenza, la vittoria dell’86 è implicitamente quella della redenzione, che ha permesso di dire “siamo campioni del Mondo” senza allo stesso tempo sentirsi in qualche modo colpevole delle trentamila vittime della dittatura militare – le quali rimangono, tutt’oggi, una ferita sanguinante nella coscienza argentina.

Il 3-1 che, dopo 120 minuti di gioco, consacrava l’Argentina campione del Mondo nel Monumental di Buenos Aires culminò con la consegna della coppa dalle Mani di Videla a quelle del capitán Passarella. Accanto al Tenente Generale, un altro Capitán, Emilio Massera, sorrideva con l’aria di chi crede di aver commesso il delitto perfetto. Secondo protocollo, la coppa l’avrebbe dovuta consegnare João Havelange, ma il brasiliano cedette senza troppe lamentale alle richieste dell’EAM78, che assicurava che i giocatori desiderassero che fosse il Tenente Generale a premiarli. Un’invenzione, senza troppi giri di parole, che sarebbe servita per mettere Videla di fronte alle telecamere.

Videla stringe la mano a Passarella dopo avergli consegnato la Coppa del Mondo (fonte: Infobae)

I giocatori non erano in combutta con i dittatori, né giocavano per loro, seppur questo concetto sia stato difficile da digerire per i cittadini argentini. Anche loro facevano parte della larga porzione della popolazione che capiva che nel Paese stesse accadendo qualcosa di strano, ma faticava a capire cosa. La colpa non era solo della repressione – che esisteva ma appariva sottile, se non eri uno di quelli colpiti direttamente dalla furia genocida dei Generali; i mezzi d’informazione, per esempio, dovevano seguire la linea del governo, ma le giornate di un cittadino argentino qualunque scorrevano con la stessa normalità dei governi precedenti.

Mano a mano che le partite si consumavano, il popolo argentino si riprese le piazze come luogo di socializzazione ed in misure impressionanti. Si calcola, per esempio, che circa il 70% della popolazione si riversò nelle strade di tutto il Paese per celebrare la vittoria sul Perù, ma il viavai era cominciato già dalle prime partite. Sfoggiando ottima capacità di sintesi, l’accademico Roldán ha chiamato questo particolare fenomeno “spontaneità regolata”. I dittatori, infatti, non avevano per nulla incoraggiato i festeggiamenti nelle piazze, né erano preparati ad una tale evenienza (molto preparati, in termini generali, non lo erano proprio). Tuttavia, una competizione sportiva per nazionali – che tanto simile è ad una guerra combattuta su un campo in erba – funzionò da scintilla per la polvere da sparo nazionalista che si era andata accumulando nei mesi precedenti al Mondiale.

Gli anni che anticiparono la competizione, infatti, erano stati caratterizzati da un costante flusso di critiche al Paese organizzatore, tanto per l’arretratezza dei lavori preparativi quanto per le infrazioni dei Diritti Umani. I Generali avevano saputo abilmente far passare questi messaggi come se fossero diretti al popolo. “Pensano che non siamo buoni a nulla? Glielo faremo vedere! Questo Mondiale lo giocheremo in 25 milioni”, comunicavano. Il messaggio attecchì. Nessuno aveva spiegato agli argentini la differenza fra gli attacchi ad un popolo e ad uno Stato.

Uno dei poster per il boicottaggio del Mondiale che si diffondevano in Europa (fonte: Papelitos)

Fu così che durante il Mondiale si vendettero bandiere argentine come mai nella storia, e lo sciovinismo più sfrenato raggiunse l’apice con la vittoria finale. Non solo non esisteva (quasi) nessuna forma di rigetto dei dittatori, ma l’immagine che si venne a creare fu quella di “un paese unito, una comunità in pace ed armonia, in cui tutti si sentivano argentini e fieri di esserlo”, come sostengono gli storici Novaro e Palermo. Quest’ultimi sono gli stessi che sposano l’idea che il Mondiale sia stato il punto di congiunzione fra la dittatura ed il fascismo. Dietro questa idea si nascondono molti degli argomenti che abbiamo discusso pocanzi: la mobilizzazione delle masse attraverso il calcio, il ricorso alla retorica nazionalista e, in fine, quello che Matías Bauso chiama “unanimismo” – il fatto che, nella società, Governo, media e popolazione parlassero con una voce unica, tanto forte da emarginare le voci dissidenti. Ma mi guarderei dal pensare che questa fosse un’adesione piena e volontaria. Era, piuttosto, la reazione incosciente di un Paese che aveva voglia di tornare a festeggiare.

Non c’è ombra di dubbio che, grazie al clima di “giustificazione dell’ingiustificabile” che il calcio aveva creato, il Mondiale del 1978 abbia rappresentato il momento più alto, in termini di consenso, di una delle dittature più sanguinarie della storia sudamericana. Ma c’è una questione che rimane aperta: hanno ragione gli argentini a provare vergogna per questo Mondiale? È vero, in altre parole, che la dittatura trovò in esso uno straordinario strumento di controllo del Paese? In soldoni, la mia risposta – in un certo senso, controcorrente – è no. Il Mondiale, al di fuori del perimetro sportivo, fu un disastro a lungo termine per la dittatura. Cerco di spiegare brevemente il perché.

Partiamo dalla fine. Cosa fece cadere nel 1983 la dittatura del Processo di Riorganizzazione Nazionale? Permettetemi la licenza di sintesi. Tre fattori, principalmente: il collasso economico, l’insostenibile aumento delle denunce per le violazioni dei Diritti Umani e la sconfitta nella guerra delle Falkland/Malvinas.

Il collasso economico derivò, né più né meno, dalle folli spese che era costato il Mundial. Quello argentino, infatti, si consacrò come “il più caro della storia”. La giustificazione che l’uomo forte del mondiale, Carlos Lacoste, spesso dava era quella del “fatto politico”: “Quanto costa dimostrare a 1,5 milioni di persone che Buenos Aires è la capitale dell’Argentina? E quanto perché 5.000 giornalisti possano informare il Mondo riguardo la realtà argentina dopo che l’abbiano vista?”. Costò davvero molto, visto che la grande spesa non venne ammortizzata dagli introiti provenienti dai turisti, arrivati in numeri particolarmente contenuti rispetto alle stime. E costò soprattutto ai cittadini argentini, che nei mesi seguenti videro schizzare l’inflazione (già verso i 200 punti nel ’76) a percentuali prima di quel momento impensabili.

La spesa derivava, appunto, da una necessità: il Mondiale, costi quel che costi, doveva dare al Mondo l’immagine di un’Argentina in pace (al contrario di come la si dipingeva in Europa), ed in cui, dopo aver contrastato la sovversione armata, il Governo stava portando per mano la sua gente verso un futuro roseo. Il Mundial alla fine dei conti fu, sì, una vetrina, ma per tutte le atrocità che accadevano sulla riva del río de la Plata. Le denunce per le violazioni dei Diritti Umani si intensificarono in maniera esponenziale a partire della competizione, finendo per soffocare i militari. Addirittura, ad esso contribuì Videla che, per un eccesso di ubris scatenato dall’impressione che tutto andasse a gonfie vele, convocò la Commissione Interamericana dei Diritti Umani ad un anno dal Mundial, per far toccare con mano la meravigliosa realtà argentina. La visita, come prevedibile, non diede gli effetti sperati. Se contiamo che i Generali avevano come unico e solo obiettivo mostrare all’Europa una verginità mai avuta, solo per questo argomento il Mondiale andrebbe considerato un fiasco. Ma c’è dell’altro.

L’ultimo dei tre grandi veleni che uccisero il Processo fu la sconfitta contro gli inglesi nelle contese isole Falkland/Malvinas. Lo scoppio della guerra fu l’ultima spiaggia dei generali per cercare di generare nuova adesione nazionalista al loro Governo, ormai sempre più a corto di consenso. La guerra fu totalmente artefatta: prima di allora, chi abitava nelle Falkland era d’accordo col vivere sotto giurisdizione inglese e, per coloro che vivevano nel Continente, non era mai stato un problema che le Malvinas non fossero argentine. D’altro canto, era necessaria in quanto mirava a ricreare esattamente quel fervore sciovinista che aveva svegliato Kempes attraverso i suoi gol, che i Generali avevano erroneamente pensato che sarebbe durato in eterno. Un macroscopico errore strategico. I Mondiali avevano creato un precedente ingestibile, e le Forze Armate compresero troppo tardi che il consenso che esso creò andava curato e coccolato. Arrivati agli sgoccioli della loro esperienza, invece, esse salutarono la Casa Rosada perdendo una guerra ridicola con penosa goffezza e, fra l’altro, mandando a morire altri giovani argentini, come se ce ne fosse bisogno.

Una delle tombe dei caduti nella guerra delle Malvinas. Il cartello recita “Per quegli argentini che morirono nel conflitto delle Falkland nel 1982” (fonte: Cedoc).

Per riassumere, il Mundial è stato, a breve termine, una manna dal cielo per il Processo. Contrariamente rispetto al discorso predominante sull’argomento, però, l’incapacità di gestire il consenso che questo aveva generato, unitamente alle sue conseguenze dirette nazionali ed internazionali, diedero a lungo termine una forte spinta alle Forze Armate oltre il precipizio. Con questo non va inteso che il Mondiale sia stato un evento in qualche modo favorevole, riequilibratore dei torti commessi dai Generali, e che sia stato questo e nulla più che causò il loro ripudio da parte degli argentini. Bisogna, però, riconoscere che, fra tutte le mani sbagliate in cui sarebbe potuto finire, non è stato acchiappato dalle più furbe – per fortuna. Non a caso, l’ultimo dei capi del governo militare, Reynaldo Bignone, dichiarerà poi che “l’unico errore” commesso in quei sette anni di sangue e repressione sia stato proprio non aver chiamato il Paese ad elezioni terminato il Mondiale, capitalizzando così un consenso che, nelle urne, sarebbe stato travolgente e, chissà, magari anche duraturo. “Ma nessuno vuole andarsene quando le cose vanno bene”.

Guardavo Mantecol con ammirazione quando mi diceva di non avere sentimenti avversi per il Mondiale ed i giocatori. Un atto reso, se possibile, ancora più nobile perché la voce che sentivo era ormai per sempre connotata dalle torture e perché sul collo portava i segni di chi è ancora fra noi per miracolo. D’animo tanto buono che sembrava ingenuo – ma, invece, era solo qualcuno che aveva avuto il tempo e la voglia di riflettere. I genocidi, insomma, si scattarono qualche foto, sorrisero, parlarono di pace, ma la bomba di esaltazione che nemmeno loro sapevano come avessero creato gli esplose presto fra le mani. Credeva di aver organizzato una splendida festa, Videla, la festa di tutti. Credeva anche di aver sconfitto il pericolo rappresentato dalla sinistra e dal peronismo. Ma quando muoveva la testa da destra a sinistra, e di nuovo da sinistra a destra, e vedeva le braccia alzate di Perón, avrebbe dovuto già sapere che la sua infame battaglia era già persa in partenza.


  • Nasce nel 1998 a Palermo, dove custodisce gelosamente la sua collezione di maglie da calcio. Si laurea fra Roma e Buenos Aires in Politics, Philosophy & Economics con una tesi sul Mondiale 1978. Adesso è alunno del Master in Comunicazione e Giornalismo Sportivo nella Scuola Universitaria del Real Madrid, nonché voce del podcast di Radio Sportellate "Dilly Dong". Il suo sito web personale è antoniocefalu.com.

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