Interventi a gamba tesa

Milan, “the day after”: la strada verso il fallimento


Erano 80 anni che il Milan non perdeva i primi quattro incontri su sette del campionato: statistiche impietose quanto realistiche. Per rendere ancora più vivido il concetto, basti pensare che ai tempi il più vincente ex Presidente del Milan Silvio Berlusconi compiva appena 3 anni. Questi sono i numeri che hanno contribuito all’esonero di Marco Giampaolo dalla panchina del Milan dopo sole sette partite del campionato. Capro espiatorio o il vero colpevole?


Non è una novità che al termine del campionato dell’anno scorso, l’esonero mascherato da dimissioni di Gattuso e il contestuale addio di Leonardo dalla dirigenza del Milan, avevano fatto sorgere diverse perplessità ai tifosi. E non si parla del tifoso medio da bar, ma di chi sta attento alle vicende che coinvolgono sia la squadra che l’assetto societario.

Si trattava infatti di un campanello d’allarme: aleggiava già nell’aria la possibilità di subire l’esclusione dall’Europa League a titolo di sanzione per le violazioni della normativa UEFA sul Fair Play Finanziario relative ai periodi triennali 2014-2017 e 2015-2018 e si prospettava, quindi, un’estate di magre soddisfazioni. Così è stato, con l’arrivo di un tecnico privo di esperienze di rilievo e con un passato non proprio glorioso. Basti correre con la mente nel lontano 2013 quando da allenatore del Brescia non resse le pressioni dell’ambiente e al termine dell’ennesima sconfitta in campionato seguita da un duro confronto con la tifoseria, decise di sparire nel nulla per un paio di giorni. Non esattamente un cuor di leone insomma. Tuttavia, pare che l’abruzzese sia stato tanto voluto da Maldini e, forse, anche da Boban, che tutto sommato dopo aver sondato mille ed uno allenatori, hanno capito che quelli bravi vanno dove ci sono serietà e danaro (ergo Conte all’Inter ad esempio) e non a rimettere insieme i cocci rotti di una società più o meno allo sbando. E così in estate, a suon di amichevoli di lusso – quasi tutte perse – i due dirigenti dal sangue rossonero ci hanno venduto Giampaolo come l’uomo giusto per dare un’identità di gioco a questo Milan, che pare non averne da anni. Del resto, alla Samp tanto bene aveva fatto, perché non avrebbe dovuto continuare la striscia positiva del suo bel gioco?!

Immagini che ancora fanno male

 

Così non è stato. Non solo non si è visto un minimo barlume di una qualsivoglia idea di gioco, per non parlare di un’identità tattica, ma pare che l’ex allenatore blucerchiato sia riuscito a distruggere anche quel poco di buono che era stato creato da Gattuso, ossia un gruppo unito e grintoso. Dopo aver passato un’estate intera a forzare l’organico per imporre il suo pensiero di gioco, provando Suso sulla trequarti e Piatek affiancato da una seconda punta (soprattutto CASTILLEJO!) e l’immancabile Calhanoglu ad illuminare le giornate buie nella fantasia dei colleghi mediani, Giampaolo ha capito che la soluzione era il solito 4-3-3. Nessun problema, purché gli interpreti siano quelli giusti. E anche qui, alla velocità di un bradipo, ci sono volute diverse giornate affinché costui si ricordasse di avere nella rosa Leao, Paquetà e Hernandez, oltreché un Jack Bonaventura necessario a questo Milan come l’ossigeno per un essere umano.

giampaolo top flop

Qui occorre un breve excursus: la rosa del Milan non è certo di primissima qualità, ma risulta senz’altro rinforzata rispetto all’anno scorso, dove si è lottato fino alla fine per l’accesso in Champions. È altresì vero che le dirette avversarie – che andrebbero anche individuate, dato che la società non si è mai esposta – si sono rinforzate parecchio, ma questo allo stato dei fatti non giustifica di certo le sconfitte contro Udinese, Fiorentina e Torino.

Da qui il dubbio: Giampaolo ha mai avuto in mano il gruppo? Ci sembra che l’episodio con Paquetà sia emblematico per fornire una risposta a tale quesito. Si tratta di uno dei pezzi più pregiati di una rosa alquanto mediocre, eppure è stato fatto partire spesso dalla panchina, collezionando alcuni spezzoni di partite qua e là. Il brasiliano ad una certa deve essersi lamentato e Giampaolo deve averlo gradito poco, facendo sfociare il tutto in un episodio finito sui giornali. Risalto mediatico poco necessario in un momento già delicato. In secondo luogo, viene da volgere uno sguardo alla quantità di cartellini collezionati dai giocatori del Milan: 5 rossi (due dalla panchina) e 19 gialli (3 di Paquetà, per l’appunto), segno di sgomento e frustrazione vissuti dai giocatori rossoneri. La cartina tornasole è rappresentata dalle prestazioni di Piatek autore di soli due gol su rigore, mai come adesso tagliato fuori dal gioco, reso l’attore di un cinema muto. È chiaro, dunque, che la ricerca del palleggio raffinato fondato sull’asse playmaker e trequartista non è andata a buon fine. Tutt’altro, ha creato una grande confusione tattica e non ha permesso al tecnico di massimizzare il potenziale del patrimonio tecnico a disposizione. Così Giampaolo non solo non ha difeso la sua idea di gioco sul campo, ma ci ha creduto talmente poco da precipitare nel caos più totale, senza accogliere alcuna alternativa plausibile. Un grande allenatore si vede anche nell’attitudine e nella flessibilità di adattare il proprio modo di giocare alle capacità tecniche dei suoi giocatori. Cadere vittima delle proprie idee, per quanto idealistiche, non è mai la scelta migliore nel mondo del calcio.

Pare, tuttavia, ingiusto e poco imparziale attribuire tutte le colpe a un tecnico che non si è mai definito lo “special one” e non ha mai brillato né di personalità, né peccato di presunzione. Qui torna il discorso iniziale, i sospetti estivi erano più che giustificati. Questa dirigenza non è riuscita ad ottenere nessun obiettivo di mercato desiderato. Tanti allenatori di spessore sono stati sondati, tanti giocatori inseguiti (Correa su tutti), ma alla fine si è sempre dovuto ripiegare sulla seconda scelta. L’inesperienza dell’asse Maldini-Boban al livello delle trattative e della gestione mediatica della società si è sentita tutta negli ultimi mesi. Da ultimo, la clamorosa fuga di notizie sull’esonero di Giampaolo è equiparabile ad un annuncio in prima pagina su La Gazzetta che recita: “Cercasi allenatore per il Milan”. Roba da dilettanti.

Nessuno ha mai preteso la luna dai rossoneri, sono tutti perfettamente consapevoli dei limiti e dei tempi necessari per riportare ad un certo livello una società che ha toccato il fondo, ma per farlo servono umiltà e basi solide. Queste ultime devono necessariamente fondarsi su una proprietà stabile e non traballante, capace di investire con intelligenza e ad assicurare una vicinanza ai dirigenti. I due esoneri in 5 mesi non sono di certo un segnale positivo, specie se per l’ennesima volta l’obiettivo principale per la panchina rappresentato da Spalletti fallisce e si deve ripiegare su un altro allenatore non proprio all’altezza delle aspettative dei tifosi, che lo hanno già accolto con un caloroso #Pioliout, ancora prima che firmasse. Ci si augura che a questo punto, l’ex tecnico viola e nerrazzurro sia in grado di rappresentare quella figura carismatica che tanto manca dall’addio di Gattuso, ma che sia anche un referente degno per fornire un’idea di gioco a questo Milan un pò allo sbando. Si, abbiamo più di un dubbio al riguardo…

Khrystyna Gavrysh, 4.9.90, nata in Ucraina e cresciuta in Italia. Laureata in Giurisprudenza a Ferrara ed attualmente dottoranda in diritto internazionale all’Università di Padova. Grande appassionata di diritti umani, di Quentin Tarantino e di sport. Milanista fino al midollo, ovviamente per colpa dell’usignolo di Kiev, e incapace di rivedere un gol di Superpippo senza farsi venire la pelle d’oca.