Interventi a gamba tesa

Paulo Fonseca: l’Identikit


Viaggio alla scoperta della filosofia e dei principi di gioco dell’allenatore lusitano che sta provando a conquistare il cuore del popolo giallorosso.


Moro, alto, ben piazzato, elegante e carismatico. Un uomo dalla voce attraente e tutto d’un pezzo. No, non si tratta della descrizione di un seduttore, di un moderno Casanova, bensì di un allenatore: del nuovo commissario tecnico della Roma, Paulo Fonseca.

Paulo, classe 1973 e di nazionalità portoghese, nasce e cresce a Nampula, Mozambico. A 14 anni si trasferisce nel vecchio continente, a Barreiro, Portogallo, ed è qui che comincia la sua avventura nel mondo del calcio. Esordisce tra i professionisti proprio nella Barreirense e dopo quattro stagioni, nel 1995, si guadagna una chiamata da parte del Porto, che ne acquisisce il cartellino. La breve parentesi nel club di Oporto, non arricchita, peraltro, da alcuna presenza ufficiale, rimane il punto più alto della sua carriera calcistica.

Infatti, dopo aver indossato le maglie di Leça, Belenenses, Maritimo e Vitoria Guimarães, conclude la sua vita di calciatore nell’Estrela Amadora, società sportiva nella quale inizia, invece, il suo ben più florido percorso da allenatore.

Arriva a Roma, da Kharkiv, dopo tanta gavetta, tanta esperienza e con un palmares di tutto rispetto: una coppa di Portogallo vinta con il Braga, una supercoppa di Portogallo conquistata con il Porto (che non fu sufficiente ad evitargli, tuttavia, un esonero a stagione in corso), tre campionati, tre coppe e una supercoppa d’Ucraina alla guida dello Shakhtar Donetsk (senza dimenticare che nel 2013 fu capace di far qualificare ai playoff di Champions League il Paços de Ferreira, impresa che lo ha di fatto lanciato nell’olimpo del calcio di vertice, quello che conta). Davvero niente male per una persona che ai tempi della Barreirense aveva confessato ai propri compagni che intraprendere il mestiere di CT non gli passava neanche per la testa.

paulo fonseca

(Photo by Christian Kaspar-Bartke/Bongarts/Getty Images)

Ah… I vecchi tempi di Barreiro!

<Un vicino mi portava a vedere le partite dello Sporting, ma il mio cuore era al 100% Barreirense> 

Con queste parole l’allenatore lusitano confermava quel grande amore per la squadra della sua città, indice e testimonianza di un’alta considerazione per valori, quali lealtà e fedeltà, che tanto cari sembrano ancora oggi essergli.

Pare, infatti, che Paulo ami contorniarsi di uno staff di pochi stimati fedelissimi: alla Roma lo hanno seguito Nuno Campos, suo storico assistente dal 2009, quando Fonseca lavorava ancora alla Pinhalnovense; Tiago Leal, suo videoanalyst di fiducia dal 2014; Pedro Moreira, suo preparatore atletico già al Paços de Ferreira; Nuno Romano, enfant prodige del fitness coaching che lo affianca già dall’esperienza al Braga, e Vitaliy Khlivnyuk, l’uomo che lo aiuterà nella gestione dei rapporti con il gruppo e, soprattutto, la dirigenza (Vitaliy è anche la persona con cui Paulo scommise di vestirsi da Zorro in caso di passaggio del turno agli ottavi di champions league nel dicembre del 2017).

Non l’ha invece seguito il traduttore Max Nagorsky, che in Ucraina era presenza fissa in ogni conferenza stampa del tecnico e che aveva l’arduo compito di trasmetterne le parole e le emozioni anche durante le sessioni tattiche.

Fonseca’s style

E’ proprio la grande attenzione per la componente tattica a caratterizzare la metodologia di allenamento dell’allenatore lusitano, che fa del vincere giocando bene ed in maniera rigidamente organizzata, ma non necessariamente dogmatica, il suo mantra.
Le squadre di Fonseca sono solite adottare il modulo 1-4-2-3-1 e la Roma, in queste prime uscite di campionato, non si è disposta sul campo tanto diversamente.

In fase di possesso palla i due difensori esterni (i due terzini per essere chiari) sono soliti posizionarsi quasi in linea con l’attaccante centrale (illustrazione A). L’obiettivo è duplice: allargare il più possibile le maglie difensive avversarie e cercare di ottenere costantemente superiorità numerica sul lato debole. Naturalmente, il posizionamento così alto dei due difensori esterni ne comporta l’impossibilità di partecipare attivamente alla costruzione del gioco a partire dal basso, in caso di rimessa dal fondo. In questo tipo di evenienza, ove il portiere non opti per la costruzione diretta tramite lancio lungo, è uno dei due centrocampisti interni, generalmente quello meno tecnico tra i due, a proporsi in smarcamento a supporto dell’estremo difensore, mentre i due centrali si allargano proprio ai lati di quest’ultimo.

(Illustrazione A) la formazione della Roma nel debutto stagionale contro il Genoa.

Fulcro della manovra a centrocampo sono i due attaccanti trequartisti esterni (per chi non conoscesse il metodo di catalogazione zuniniano, le due ali). Fonseca è particolarmente noto per impiegare in quelle posizioni giocatori molto tecnici, dotati di ottima destrezza fine, buona fantasia, ottima visione di gioco e buone capacità di regia. La scorsa stagione allo Shakhtar, nella posizione di attaccante esterno sinistro schierava Taison, mentre sul fronte opposto agiva normalmente il connazionale brasiliano, naturalizzato ucraino, Marlos. Taison, calciatore normotipo, tendente al brevitipo, di peso medio e di bassa statura, ricopriva negli arancio- neri, similmente e simmetricamente a Marlos, il ruolo di ala sinistra solo apparentemente, poichè non cercava mai di raggiungere il fondo con l’intento di finalizzare l’azione offensiva per mezzo di un traversone basso, bensì, frequentemente, si abbassava nella zona centrale del campo, agendo, di fatto ed efficacemente, grazie ad una buona attitudine alla regia, da fluidificante della manovra tra il reparto arretrato, i due interni di centrocampo ed il reparto offensivo.

Per fare in modo che la strategia offensiva della Roma funzioni e ripaghi, Fonseca ha necessariamente bisogno di avere tra le sue fila giocatori dal profilo simile, altrimenti la squadra correrebbe il rischio di rimanere lunga e separata in due tronconi. Dunque, non stupisce affatto che il brasiliano, complice anche l’infortunio occorso a Perotti, sia stato accostato ai colori giallorossi fino alle battute finali dell’ultima sessione di mercato, prima dell’arrivo a sorpresa di Henrikh Mkhitaryan dall’Arsenal.
Rispetto a Taison, con cui condivide la predisposizione alla rifinitura, l’armeno ha mostrato in carriera una maggior inclinazione alla finalizzazione che alla costruzione in cabina di regia. Tuttavia, anch’egli non è un’ala nell’accezione classica del termine, inoltre possiede indubbiamente le caratteristiche necessarie ad agire da centrocampista interno durante la costruzione della manovra, come del resto si è apprezzato nella sua partita d’esordio contro il Sassuolo.

Perciò, con tutta probabilità, il suo acquisto dovrebbe essere stato pienamente avallato dal ct portoghese, se non addirittura da egli espressamente richiesto, circostanza che lascia intravedere (assieme, è il caso di dirlo, a tutte le altre operazioni in entrata compiute da Petrachi, forse con la sola eccezione dell’acquisizione di Diawara), finalmente, una piena sinergia tra allenatore e ds, vera e propria ventata d’aria fresca nella capitale.

Under e Kluivert vs Mkhitaryan e Zaniolo: chi saranno i titolari nella delicata posizione di attaccante trequartista esterno?

L’arrivo di Henrikh Mkhitaryan, inoltre, oltre a configurarsi come l’ultimo tassello del puzzle del mercato romanista, ha conferito una vera e propria abbondanza di scelte a Fonseca, mettendo di fatto in discussione nel progetto giallorosso il ruolo e l’importanza alla causa sia di Justin Kluivert che di Cengiz Under, i quali non paiono altrettanto validi interpreti dell’1-4-2-3-1 del lusitano.
Under, attaccante trequartista esterno destro, ama tagliare palla al piede al centro del campo per battere a rete di sinistro, sfruttando quale propria principale arma un mancino dal rilascio veloce, sufficientemente potente e preciso. È molto rapido e può rivelarsi letale in campo aperto (seppur ancora non brilli per freddezza e cinismo), tuttavia non ha attitudine alla regia. Così come è privo della capacità di distribuire palloni con intelligenza e di quella di dettare i tempi di gioco Kluivert, talentino grezzo, tecnicamente dotato, decisamente in crescita in queste prime uscite stagionali, ma ancora acerbo e frenato cronicamente dalla tendenza a compiere pessime scelte di gioco.

Più adatto a ricoprire il ruolo posizionale di attaccante trequartista esterno destro, anche se nasce come centrocampista trequartista centrale, sembra essere Nicolò Zaniolo. Normotipo di alta statura, ma nonostante ciò rapido nel breve, Nicolò è un calciatore in possesso della capacità di cambiare di passo e di un piede mancino ben educato, doti con le quali riesce a saltare gli avversari con estrema naturalezza, sfruttando anche l’imponente e potente struttura fisica che lo contraddistingue e lo agevola nella protezione e difesa del pallone. L’italiano, rispetto a Under e Kluivert, è un giocatore molto più completo: è capace come i colleghi di aggredire immediatamente lo spazio aperto in fase di transizione offensiva, ma possiede anche le caratteristiche necessarie a permettergli con successo di venire incontro al pallone nella zona centrale del campo per far salire la squadra. Proprio per quest’ordine di ragioni, considerato anche che le sue partite in qualità di centrocampista offensivc centrale contro Genoa e Lazio non erano state del tutto convincenti, mentre da attaccante trequartista centrale Pellegrini ha sfornato un’eccellente prestazione in casa contro il Sassuolo, è lecito pensare che Fonseca decida di impiegarlo stabilmente alto a destra, dove ha ben figurato nel secondo tempo di Roma Basksehir.
Del resto, poi, al Ct non deve essere passata inosservata l’attuale incapacità da parte di Kluivert di svolgere il ruolo tattico di neo-Taison o neo- Marlos, dato che proprio in occasione di Roma Basaksehir, ma anche nel primo tempo di Bologna Roma, ha chiesto a Kolarov e Florenzi di rimanere bassi e di agire da difensori laterali (e in alcune frazioni di gioco addirittura da “false fullback”), in modo tale da permettere al giovane olandese di agire in qualità di attaccante trequartista esterno classico, privo di compiti di regia e assolto da obblighi difensivi (illustrazione B).

(Illustrazione B) Roma vs Basaksehir: Kolarov rimane basso e costituisce insieme a Fazio e Jesus, per la prima volta in questo inizio di stagione, una difesa a 3, mentre Kluivert agisce da classico attaccante trequartista esterno destro, privo di compiti difensivi.

paulo fonseca

No, non sono un allenatore dogmatico!

L’abbiamo poc’anzi scritto, lo ha esplicitamente affermato lui stesso durante la conferenza stampa pre derby, quando ad un giornalista che gli ha domandato se si ritenesse un allenatore dogmatico ha così risposto: <non lo sono e in passato ho dato prova di questo. Credo nell’identità di gioco di una squadra che possa prevalere sull’avversario. Non ho una visione chiusa, anche in base al risultato posso pensare di levare un  attaccante per un difensore. Se la situazione lo richiedesse non esiterei a farlo. Sono le circostanze della partita a determinare le scelte> .

Lo ribadiamo perché l’inedito schieramento difensivo a 3 in fase di possesso, visto nel match di debutto della Roma in questa edizione dell’Europa League, nonché in occasione del primo tempo di Bologna Roma (illustrazione C), non deve sviare né mettere in dubbio quanto affermato fino ad ora. Fonseca ha idee chiare e le sue squadre adottano una filosofia di gioco ed un posizionamento in campo ben precisi, tuttavia, se le circostanze dovessero richiederlo, il portoghese è pronto a cambiare le carte in tavola e ad apportare qualche cambiamento, ed è giusto che sia così.

Normalmente però, ribadiamo pure questo, i due difensori esterni rimarrano molto alti in fase offensiva, agiranno da vere e proprie ali e la finalizzazione delle azioni, principalmente mediante traversoni bassi, passerà frequentemente per i loro piedi (illustrazione D).

(Illustrazione c) la disposizione giallorossa in fase di possesso durante il primo tempo di Bologna Roma: Kolarov agisce da ala sinistra, mentre Florenzi è difensore laterale destro aggiunto.

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In proposito, a sinistra Fonseca non potrà più contare su Ismaily, ma Kolarov ad occhio e croce rappresenta decisamente un suo upgrade. Il serbo è stato sicuramente l’acquisto più azzeccato di tutta la gestione sportiva monchiana e a Roma sta vivendo una nuova giovinezza. La scorsa stagione terzo miglior realizzatore di tutta la squadra in campionato, rigorista ufficiale e principale battitore dei calci piazzati, Aleksandar unisce ad ottime qualità tecniche, rara intelligenza tattica e capacità di saltare l’uomo, chiare e ben definite attitudini alla rifinitura e alla finalizzazione. È privo di lacune difensive e possiede tutte le caratteristiche per interpretare il ruolo di ala sinistra egregiamente. Analogamente a Florenzi, Zappacosta e Spinazzola, che opereranno sulla fascia destra (ma quest’ultimo potrebbe anche essere chiamato in causa proprio per far rifiatare il serbo), macinerà chilometri e prenderà parte a giocate codificate, che nel gioco di Fonseca si innescano, in particolar modo, nelle catene laterali.

(Illustrazione D) Nel secondo tempo di Bologna vs Roma, Spinazzola e Zaniolo subentrano, rispettivamente, ad uno stanco Florenzi e ad uno spento Kluivert. Il difensore esterno ex Juventus opera da ala, mentre il compagno va a ricoprire il ruolo di attaccante trequartista esterno destro.

Ribaltamenti sul lato debole e presidio della zona rifinitura: ai due interni di centrocampo l’arduo compito!

La possibilità di avviare queste giocate codificate passerà soprattutto attraverso un lungo mantenimento del possesso del pallone, al quale Fonseca non vuole di certo rinunciare e per il quale sarà cruciale l’apporto dei due centrocampisti interni.

Dopo un breve periodo di assestamento, l’allenatore sembra aver individuato nella coppia Cristante-Veretout la quadratura finale del cerchio, mentre Diawara potrebbe trovare poco spazio, specie considerando che, all’occorrenza, in posizione di centrocampista interno destro potrebbe agire anche Lorenzo Pellegrini.

Ad ogni modo, ai due interni di centrocampo è richiesto di partecipare attivamente sia alla fase offensiva, sia a quella difensiva della squadra, svolgendo prevalentemente tre compiti principali: quello di contribuire al giro palla con rapidi ribaltamenti di lato, soprattutto effettuando lanci lunghi all’indirizzo dei difensori esterni smarcatisi sul lato debole; quello di presidiare efficacemente la zona rifinitura (il cosiddetto golden square) quando saranno gli avversari in possesso del pallone; quello di supportare i difensori centrali, seguendo gli smarcamenti dei centrocampisti avversari all’interno della propria area di rigore.

Per svolgere al meglio questi compiti servono rapidità di esecuzione e di pensiero, un ottimo orientamento spaziale, nonché un’estrema precisione e pulizia nei passaggi, dote richiesta anche per assolvere ad un quarto principale incarico al quale Cristante e Veretout saranno destinati: quello di verticalizzare rapidamente, riconquistato il possesso, verso gli attaccanti trequartisti e la punta centrale.
L’immediata verticalizzazione, successiva alla riconquista del pallone, è stata fino ad ora ossessivamente ricercata ed è agevolata, tra le fila giallorosse, dal fatto che spesso 4, o addirittura 5 uomini, non ripiegano in copertura a supporto della difesa, ma rimangono in avanti, pronti a scattare in profondità per sorprendere la retroguardia avversaria.

Questa tattica ha dato buoni risultati, ma si tratta con tutta evidenza di un’arma a doppio taglio, come si è potuto verificare in occasione, per esempio, della prima rete incassata dalla Roma in questo campionato, messa a segno da Pinamonti, il quale ha potuto trafiggere Pau Lopez quasi incontrastato, poiché mezza squadra non aveva ripiegato in aiuto dei difensori.

Vedere per credere.

La fase difensiva: vero e proprio tallone d’Achille di questa Roma

Veniamo ora proprio alla fase difensiva e, quindi, alle dolenti note. Se, nel momento in cui si scrive, i lupacchiotti non sono a punteggio pieno in Serie A è esclusivamente a causa di una spericolata retroguardia, lasciata sola in balia del nemico ed estremamente vulnerabile una volta oltrepassate le prime due linee di pressione.

Fonseca ha chiesto ai suoi difensori centrali, in fase di possesso, di posizionarsi molto alti a ridosso della linea di centrocampo: una difesa così alta, da un lato permette alla squadra di rimanere molto corta in fase offensiva, moltiplicando così le linee di passaggio a disposizione dei centrocampisti e degli attaccanti trequartisti e agevolandone il giro palla, dall’altro consente ai giallorossi, dopo una transizione negativa, di sfruttare la naturale densità di uomini che si viene a costituire nella metà campo avversaria per effettuare un rapido contropressing, finalizzato alla riconquista del pallone.

Tuttavia, questa strategia, che, va detto, garantisce agli uomini di Fonseca la possibilità di attaccare a pieno regime posizionando fino a 6 giocatori in linea con la difesa avversaria, ed è al tempo stesso principale ragione della notevole prolificità offensiva che ha contraddistinto fino ad ora l’inizio di stagione giallorosso, espone irrimediabilmente i difensori centrali, quando il contropressing immediato fallisce, a diretti duelli 1 vs 1 a tutto campo con gli attaccanti nemici, evenienza in sé già particolarmente negativa, ulteriormente aggravata, poi, dalle caratteristiche di Fazio, Mancini e Juan Jesus e dall’alto contemporaneo posizionamento dei due difensori esterni che, anche solo per ragioni squisitamente spazio-temporali, si trovano in difficoltà a ripiegare celermente.
Fazio, infatti, è un potente e roccioso difensore di alta statura, molto abile nel portare i contrasti aerei e nell’anticipo basso, tuttavia è anche piuttosto lento. Juan Jesus, unico centrale mancino in rosa, è sufficientemente veloce e rapido, ma è affetto da gravi problemi di concentrazione e di scelta, inoltre và spesso in difficoltà se puntato direttamente. Mancini, proveniente dall’Atalanta, dove ai giocatori viene richiesto di marcare a uomo, si trova per la prima volta nell’organico di una big, catapultato in un contesto nuovo e in un reparto che difende a zona. Infine Smalling, arrivato per completare la pattuglia dei centrali, sulla carta quello più veloce, è una vera e propria incognita, poiché proviene dalla Premier League, campionato meno ricco di tatticismi. A sensazione, quindi, per quanto i difensori giallorossi possano migliorare gli automatismi e le intese tra loro, rimarrà la mancanza di solidità difensiva il vero punto debole della squadra, per carenze di organico e proprio perché applicando i principi di gioco tanto cari a Fonseca, è difficile mantenere un sostanziale equilibrio difensivo.

Infatti, se non si rinuncerà in fase di possesso a richiedere esclusivamente ai due difensori centrali e ai due interni di centrocampo, quando possibile, di dedicarsi totalmente alle marcature preventive, non ci si potrà meravigliare, poi, se questa Roma dovesse lasciare a sorpresa, pur giocando bene e magari vincendo facilmente parecchie partite, tanti punti per strada, considerata anche la qualità media degli avversari, ben più alta di quella dei club ucraini che l’allenatore portoghese ha principalmente fronteggiato in tempi recenti.
Ad oggi, duole dirlo, la sensazione è quella per cui Fonseca, che pur ha dimostrato di non essere rigidamente ancorato alla sua filosofia di gioco, non stravolgerà la sua impostazione e perciò che, in un campionato vinto tradizionalmente dalla squadra con la miglior difesa, la Roma sia tagliata fuori a priori dalla lotta scudetto, relegata al quarto posto o, nella migliore delle ipotesi, al più basso gradino del podio.

Articolo scritto da Carlo Iannaccone


 

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