Interventi a gamba tesa

Il calcio come argine all’agonia quotidiana


Forse anche il calcio finirà inevitabilmente per annoiarci. Forse ci annoia già e non vogliamo ammetterlo. A ragionarci su, verrebbe da dire che il calcio non è un sport, non è una cosa seria e nemmeno una sciocchezza; il calcio è prima di tutto un pretesto: il pretesto nazionalpopolare per eccellenza, buono per intrattenersi e sfuggire alla noia. Di pretesti ce ne sono e non è facile conservarli, così come inventarsene di nuovi e non lo è perché siamo stanchi. Molto stanchi.


Il nostro tempo, e non parlo del tempo in quanto tempo storico, ma degli anni, i mesi, le settimane, i giorni, le ore, gli attimi che si perdono e non tornano più, è composto essenzialmente da una sconfinata sommatoria di pretesti che compongono l’esistenza. Ad esempio, un pretesto che occupa la quasi totalità del tempo nel pretesto dell’esistenza è lavorare. C’è chi un lavoro ce l’ha e chi no. Questi ultimi, sebbene non lavorino, passano del tempo comunque nel tentativo di trovarlo, un lavoro. Fanno qualcosa e in quel qualcosa cercano di non annoiarsi. Prima o poi lo troveranno e se ne accontenteranno. Si lavora perché lo si deve fare e perché ci si deve affrancare dal bisogno: tutto vero. Però si cerca un lavoro e lo si ottiene, anche nella speranza di non annoiarsi, di riempire le proprie giornate. Le macchine sono nate per funzionare e noi, essendo macchine umane, dobbiamo funzionare in ciò che sappiamo fare.

Il lavoro nobilita l’uomo?

Ora, lavorando ci si abitua a immedesimare la propria vita nel mansionario giornaliero che è notevole, pari a più della metà del nostro tempo e siccome non è poco ci si abitua a non pensare ad altro che a quello; non passa giorno che l’immaginario collettivo lo ritenga un fortunato, un unto dal Signore, sicché a furia di cantargli la storiella che il lavoro nobilita l’uomo, chi lavora ci crede e si culla di ciò anche perché, abituatosi a far coincidere il pretesto del lavoro con quello dell’esistenza e, se smettesse di lavorare, andrebbe incontro alla noia più nera. Nobilitando la fatica in sé, nobilitando il sudore non per trarne un beneficio in termini di soddisfazione personale, bensì per sottrarsi alla morsa dell’inedia, e nell’intento di dedicarsi ad un medesimo pretesto che dura per gran parte del suo tempo identificandolo con quello dell’esistenza, ebbene, chi lavora si stancherà. Attenzione, parliamo di una stanchezza assai particolare: questa pericolosissima stanchezza essenzialmente stanca e infiacchisce lo spirito nel momento stesso in cui il suo pensiero, che di quello spirito ne è l’emanazione, a lungo andare morirà per mancanza di stimoli senza i quali, tra l’altro, ritornando al problema della noia, non si potrà dare seguito alla conservazione e alla creazione di pretesti con cui riempire la propria esistenza.


La stagione della noia

Questa stanchezza si palesa nel suo culmine con l’avvicinarsi dell’estate. La carceriera, ovvero la noia, è lì che ride di noi. Sadica. Non che in autunno, in inverno o in primavera cambi granchè, tuttavia in estate la situazione degenera. Arrivano le ferie e non sai se benedirle o odiarle. Cadi in preda al panico. A parte ovviare ai bisogni fisiologici, stenderti sul letto, guardare il soffitto, guardare il muro, occuparsi delle faccende di casa, badare, ad andar bene, in maniera mnemonica ai figli, giocare al telefonino con quella faccia persa nel nulla, a parte ciò, non sai come utilizzare il tuo tempo. Ed è atroce quando hai tempo per fare ciò che potresti fare e invece non fai. Preghi Dio che le lancette dell’orologio accelerino il loro passo; il problema è che tanto più lo desideri tanto più il tempo sarà destinato a dilatarsi facendoti vivere in una sorta di incubo, nel momento stesso in cui l’afa prende possesso dell’orbe terracqueo, almeno della piccola parte che te ne viene concessa e ne fa un luogo infernale.

Decidi di andare al mare. Ci vanno tutti gli altri e ci vai anche tu perché sei un animale gregario. Ti sorbisci le code sconfinate di macchine in tangenziale, la puzza dei gas di scarico, il bollore, l’appiccicaticcio e ti rompi le palle prima che la giornata entri, si fa per dire, nel vivo. Arrivi, prendi posto, guardi la spiaggia piena di gente, guardi la gente tentare di sfuggire agli sguardi e alla risate della carceriera, guardi la gente annoiarsi e ti annoi della loro noia. I figli, i bambini, gli adolescenti si annoieranno dei loro padri e delle loro madri e loro ricambieranno; anche i figli dei loro figli faranno lo stesso con quegli altri annoiandosi. I parenti, gli amici, i vicini, gli sconosciuti, tutti spaesati, tutti annoiati, tutti logori come logori e logore sono gli ombrelloni, le sdraio, i lettini, gli aquiloni, i castelli di sabbia, la sabbia che scotta, che finisce dappertutto, i balli di gruppo, i trenini, i maracaibo mare forza nove, i Brigitte Bardot Bardot Brigitte beijou beijou, gli aperitivi, happy hours, le tette che ballano, i culi, le farfalline, i pacchi, i calippi, i ghiaccioli, le coppe del nonno, la tintarella, il sudore, i raggi ultravioletti, il tramonto tinto d’arancio, quello che flirta, quella che se la tira e se la fa menare, le urla, le sbronze, le chiacchierate in riva al mare, i falò in riva al mare, le pisciate in riva al mare, le onde del mare, l’odore del mare.


Ritorno alla realtà

Di fronte a questa apocalisse sempre rimandata a data da destinarsi, è inevitabile rivolgere un pensiero al tuo passatempo preferito forse perché non ne hai di altri, ovvero il calcio. Fino a poco tempo fa nel weekend c’erano gli anticipi, i posticipi, c’era la domenica pomeriggio di Serie A col profumo del ragù prima e quello del caffè dopo a far da contorno. Se sei a casa di tua madre o di tua nonna, naturalmente. Perché se ti trovi a casa tua, a casa di tua moglie, sei fregato. Anche lei è stanca. Stanca morta. Cucinerà la solita pietanza, tu se sei un brav’uomo ne apprezzerai la buona volontà e le dirai che è la cosa migliore che tu abbia mai mangiato, perché sennò, sappilo, sei doppiamente fregato. Ma mettiamo caso che ti vada bene. Ecco, ad andar bene, con la maglietta sporca di sugo di braciole, strafatto di vino paesano, ti appresti ad accendere la tv spaparanzato sul divano con l’adrenalina che man mano, inesorabilmente, cala. Guardi le partite perché ti piace il calcio, lo guardi sin da bambino, la tv è davanti e attorno s’insinua quatto quatto senza che se faccia accorgere lo spettro dell’indolenza, mandato direttamente dalla carceriera, dalla sadica. Guardi ancora, le palpebre calano, un occhio va a finire su whatsapp, l’altro sul nulla per poi virare sulla prestazione incolore della squadra X o Y visto e considerato che qui in Italia, nella maggior parte dei casi, le squadre cominciano a giocare seriamente a calcio dal ventesimo del secondo tempo. E prima? Prima cazzeggiano, si “studiano” e studiarsi significa essere equilibrati come vuole la peggiore tradizione calcistica del nostro paese, ed essere equilibrati significa procrastinare, fare “cra cra” come le cornacchie magari affidandosi alla sorte, alla giocata individuale del campione, ad una palla sporca, una deviazione, un calcio d’angolo o un episodio dubbio in aria di rigore, perché così vuole la nostra indole cinica nell’intento non troppo velato di portarsi a casa una vittoria risicata col minore degli sforzi, tirando qualche volta nella porta avversaria e giocando di rimessa. Poi arriva il momento che qualcuno si decide a segnare e il goal riesce a disconnetterti, solo per poco, dal tuo stato di distrazione mista a torpore.


Il salvagente calcio

Tra non molto questo sfondo tornerà e non sapremo opporgli resistenza perché fa parte della nostra vita: perché risulta, ed è così, un argine. Per meglio dire, un salvagente. Il weekend di serie A, a pensarci bene, è un po’ la riproposizione in miniatura di ciò che capita quando ci appostiamo in spiaggia col nostro ombrellone, al cospetto del mare e della finta allegria collettiva. La gente quando va al mare è consapevole di andare incontro alla folla, alla calca, al rumore perché di quel rumore caotico ha bisogno, in fondo, per scappare da se stessa, per confondersi nella confusione, per fare ciò che fanno gli altri nella “comfort zone” a cui tutti aspiriamo aderire. Tutto ciò ci fa sentire parte di un tutto. Ci conforta il rumore della tv, ci confortano i pre-partita, i collegamenti in diretta degli inviati, le dispute tecniche, gossipare e socio-antropologiche degli addetti ai lavori intorno al fenomeno da baraccone di turno; ci confortano i cliché, i luoghi comuni, ci conforta il già visto e il già sentito e il già vissuto, ci conforta sentirci ripetere di dover assistere ad una nuova giornata di campionato appassionante e indimenticabile. Con l’arrivo del weekend, senza il salvagente del calcio, l’interrogativo leninista “che fare?” non si lega certamente a propositi rivoluzionari e non è nemmeno un interrogativo retorico perché la risposta non c’è; piuttosto, la domanda in questione si lega alla condizione dell’agonia propria della condizione umana, laddove si cerca di rianimare un cadavere, che però come tutti i cadaveri non può essere rianimato. Se non ci fosse stato il calcio, noi maschietti ci saremmo inventati qualcos’altro: ci saremmo trovati un altro passatempo, un altro pretesto a cui sottostare nell’ora d’aria? No. È troppo tardi per ideare, per inventare. Siamo stanchi. Noi pertanto ce lo teniamo stretto il nostro salvagente, che ci fa illudere di avere la meglio sul mare apatico e drammaticamente profondo del weekend.

Nasce il 20 Ottobre del 1987. Ama scrivere dal momento che gli consente di non annoiarsi facilmente. Non ama invece complicarsi la vita con le sue malattie immaginarie. Detesta i falsi e i leccaculo. L'unico sport che non gli è indifferente è il calcio. A volte lo emoziona. A volte lo fa addormentare. Fatto sta che preferisce guardarlo e commentarlo anziché praticarlo. Essendo anche uno sbadato, il motivo non se lo ricorda.